3) La Ruota del Tempo

Un ciclo monumentale, quattordici romanzi più un prequel, una mitologia densissima e una struttura narrativa che non concede scorciatoie. La serie prodotta da Amazon Prime Video non sceglie la via della semplificazione estrema, ma quella, più rischiosa, della rielaborazione. E questo, nel bene e nel male, definisce tutto ciò che La Ruota del Tempo è sullo schermo. Uno degli aspetti più interessanti della serie tv è la sua struttura corale. Anche se il mito del Drago Rinato aleggia come una profezia ingombrante, la narrazione non si concentra ossessivamente su un unico prescelto. Al contrario, il racconto si frammenta e si distribuisce. Villaggi, culture, ordini, fazioni, poteri che si osservano con sospetto reciproco.
Questa scelta riflette fedelmente lo spirito dell’opera di Robert Jordan, ma ha anche un effetto preciso sul linguaggio televisivo.
La Ruota del Tempo non è costruita per il binge compulsivo, bensì per l’assimilazione progressiva. Il cuore tematico della serie non è la guerra tra Bene e Male, quanto il controllo. Controllo del potere, del destino e del racconto. Il Potere Unico — diviso tra Saidin e Saidar — non è solo una risorsa narrativa,, ma una metafora costante. Tra chi lo teme e chi ne viene distrutto. Le Aes Sedai, con la loro organizzazione rigidissima e i loro colori codificati, incarnano perfettamente questa ambiguità. Protettive e manipolatrici, necessarie e inquietanti, sono il simbolo di un mondo in cui anche le istituzioni “giuste” portano con sé una zona d’ombra.
Uno dei punti di forza della serie è proprio il modo in cui tratta i suoi protagonisti. Nessuno è davvero pronto, nessuno è completamente all’altezza del ruolo che gli viene imposto. Il viaggio non è tanto verso la grandezza, quanto verso la consapevolezza del proprio limite. Dopo una prima stagione incerta e una seconda di assestamento, la serie stava finalmente trovando una sua voce. Era evidente che il vero potenziale sarebbe esploso nel tempo, non nei primi numeri di visualizzazioni. La cancellazione dolorosissima della serie tv (come ha detto anche Rosamund Pike) significa ribadire che oggi non c’è spazio per le narrazioni che hanno bisogno di tempo prima di poterci restituire tutto.
4) Etoile

La struttura narrativa di Étoile ruota attorno a due prestigiose compagnie di balletto, una a New York e una a Parigi, entrambe in crisi. Pubblico in calo, fondi quasi esauriti, rilevanza culturale sempre più fragile. La soluzione? Uno scambio radicale di stelle del balletto e coreografi. Un ultimo esperimento disperato che, almeno sulla carta, dovrebbe salvare tutto ma che invece, spoiler, complica ogni cosa.
L’espediente narrativo che fa da incipit alla storia permette alla serie di lavorare su più livelli. Da un lato, il confronto tra due tradizioni artistiche diverse. Dall’altro, lo scontro tra ego e metodologie che non hanno alcuna intenzione di essere influenzate dall’altro. Uno degli aspetti più interessanti di Étoile è il modo in cui tratta il corpo. Non come strumento astratto, ma come territorio emotivo e professionale. La serie non indulge mai nel pietismo, eppure non edulcora neanche la violenza silenziosa di un sistema che chiede perfezione mentre consuma lentamente chi la produce.
La danza, in Étoile, è meravigliosa e spietata. È una visione lucida, che evita sia l’estetizzazione fine a se stessa sia il moralismo. Chi conosce lo stile dei Palladino sa cosa aspettarsi: dialoghi rapidissimi, battute che sembrano casuali ma non lo sono mai, un ritmo che sfiora l’overdose verbale. In Étoile questo stile funziona in modo particolare, perché entra in contrasto diretto con l’idea di controllo assoluto che il balletto rappresenta. La cancellazione arriva quando la serie aveva appena iniziato a scavare davvero nei suoi personaggi.





