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Quando Seinfeld (che potete rivedere qui) fece il suo debutto nel 1989, nessuno poteva immaginare che una “serie sul nulla” avrebbe ridefinito per sempre la comicità televisiva. Cinica, brillante, intelligente, la creatura di Jerry Seinfeld e Larry David si impose come un punto di non ritorno nel panorama delle sit-com. Così, quando il suo successo esplose, i network iniziarono una corsa disperata: trovare “la nuova Seinfeld”. Il risultato? Una lunga serie di tentativi più o meno riusciti di replicarne la formula. Spesso con titoli e protagonisti eponimi, dinamiche tra amici amorali e ambientazioni rigorosamente urbane. Alcuni hanno copiato lo stile, altri ne hanno colto lo spirito inserendo variazioni personali. Ma in tutti si intravede quell’ombra ingombrante. Ecco cinque sit-com che, in modi diversi e con risultati alterni, hanno palesemente provato a occupare il trono lasciato vuoto da una delle serie più influenti di sempre.
1) The League
The League, nota in Italia anche con l’evocativo nome Quelli che… il fantafootball, è una sitcom americana andata in onda dal 2009 al 2015. Ambientata a Chicago, la serie segue un gruppo di amici ultra-competitivi che partecipano ogni anno a una lega di fantasy football. Ma il cuore pulsante dello show non è lo sport in sé: è l’interazione tra i personaggi, fatta di cinismo, insulti e bugie strategiche. Proprio per questo, The League si inserisce pienamente nel solco tracciato da Seinfeld. Della sit-com anni Novanta riprende — senza mai dichiararlo apertamente — quello spirito amorale e soprattutto quel gusto per il politicamente scorretto. Il titolo stesso, The League, va a evocare quella struttura da “club sociale” informale. Proprio come lo era il famoso diner di Jerry e soci: un microcosmo in cui tutto accade, ogni giorno, a partire dal nulla.
La serie, come Seinfeld, costruisce la narrazione su dinamiche quotidiane esasperate,. Dinamiche in cui ogni scusa è buona per umiliare l’altro e ogni dettaglio della vita viene trasformato in una questione di principio. I personaggi, proprio come quelli della sit-com di Larry David e Jerry Seinfeld, sono spesso egoisti, infantili, incapaci di empatia, ma tremendamente divertenti da osservare. Il tono della serie è irriverente, spesso scorretto, e si affida con successo all’improvvisazione del cast. In particolare grazie alla libertà lasciata agli attori comici come Nick Kroll e Jon Lajoie, che portano in scena personaggi memorabili e surreali. Pur non raggiungendo la raffinatezza o la popolarità di Seinfeld, The League è riuscita a creare una sua formula distintiva, mescolando il mondo del fantasy football (che resta spesso solo uno sfondo) con il racconto spietato e caustico delle relazioni tra adulti immaturi.
2) The Single Guy, una sit-com forse troppo esplicitamente sulle tracce di Seinfeld (di cui qui trovate i 10 migliori episodi, secondo noi)
The Single Guy, andata in onda sulla NBC tra il 1995 e il 1997 per appena sue stagioni, è forse uno degli esempi più lampanti di sit-com che hanno cercato, fin troppo esplicitamente, di replicare il successo di Seinfeld. Già il titolo sembra voler evocare in modo diretto la condizione da “osservatore single” che fu tanto centrale nel personaggio di Jerry. Ma mentre la prima si distingueva per la sua capacità di trasformare il nulla in genialità comica, The Single Guy faticava a trovare una voce autentica. Questo ha fatto sì che rimanesse perlopiù incastrata nel ruolo di sua imitazione minore. Il protagonista della serie è Jonathan Eliot (Jonathan Silverman), uno scrittore newyorkese sulla trentina, scapolo, circondato da coppie sposate e amici nevrotici. Il suo appartamento a Manhattan diventa il punto di riferimento per una serie di situazioni quotidiane che avrebbero dovuto catturare il tono da “commedia urbana sofisticata”.
La somiglianza con Seinfeld non è solo tematica: The Single Guy andava in onda proprio dopo Friends nella celebre serata del giovedì sera della NBC. Ma mentre Friends riusciva a sviluppare una chimica propria, The Single Guy sembrava più che altro cercare di riprodurre una formula consolidata senza però averne davvero gli ingredienti fondamentali. Nonostante un cast di tutto rispetto e una struttura episodica che ricalcava quella di altre hit del periodo, la serie mancava di brillantezza nei dialoghi. Oltre che, ovviamente, dell’originalità dei suoi modelli. Il personaggio di Jonathan, per quanto simpatico, non aveva lo stesso carisma di Jerry, e le dinamiche tra i personaggi risultavano spesso forzate o prevedibili. Detto ciò, The Single Guy resta un interessante documento del suo tempo. Si tratta di un esperimento che fotografa bene l’ansia dei network televisivi di replicare un successo senza precedenti come quello di Seinfeld.
3) Caroline in the city
Caroline in the City, in onda sulla NBC dal 1995 al 1999, è una di quelle sitcom che hanno cercato di inserirsi nel fertile terreno lasciato da Seinfeld. Ma con una prospettiva femminile, romantica, ma pur sempre urbana e nevrotica. La protagonista è Caroline Duffy (Lea Thompson), una disegnatrice di fumetti di successo che vive a Manhattan e che cerca di destreggiarsi tra lavoro, relazioni sentimentali e una cerchia di amici eccentrici. La serie non copia Seinfeld nel tono o nella struttura, quanto più va a ricalcare in parte l’approccio al racconto della vita quotidiana come teatro dell’assurdo. Il tutto arricchito da una forte componente sentimentale e artistica. Anche in questo caso, il titolo suggerisce una volontà di identificare la protagonista come il centro nevralgico del racconto. Caroline, come Jerry, è un punto fermo attorno a cui ruotano personaggi goffi, disfunzionali e spesso egoriferiti.
C’è Richard, cinico e malinconico, l’amica Annie, attrice con velleità da diva e una dose consistente di sarcasmo, e il suo ex-fidanzato Del, immaturo e vanesio. Questi personaggi, sebbene più emotivamente coinvolti tra loro rispetto agli archetipi freddamente egoisti di Seinfeld, rappresentano comunque una variazione sul tema dell’amicizia complicata. Come anche dell’amore che non funziona e delle idiosincrasie della vita adulta in città. Caroline in the City è spesso considerata una sit-com leggera e romantica. Ma sotto la superficie smaltata di colori pastello si intravede il tentativo — nemmeno troppo velato — di mantenere lo stile di comicità della scuola Seinfeld. Uno stile che punta sull’ironia, sulla quotidianità e sulle relazioni come fonte di disagio più che di conforto. Tuttavia, mentre la prima faceva della mancanza di empatia una cifra stilistica, Caroline in the City cercava di restare nel territorio rassicurante della commedia sentimentale.
4) The Sarah Silverman Program
The Sarah Silverman Program, in onda su Comedy Central dal 2007 al 2010, è probabilmente uno degli esempi di sit-com più eccentrici e sperimentali. Almeno tra quelle che sembrano ispirarsi alla formula di Seinfeld per poi deformarla e portarla all’estremo. La protagonista è Sarah Silverman, che interpreta una versione fittizia, infantile e profondamente narcisista di sé stessa. Vive in una realtà surreale, insieme alla sorella Laura e ai suoi amici gay e coinquilini Brian e Steve, ed è costantemente alle prese con situazioni assurde che partono da piccoli spunti di vita quotidiana per sfociare nel totale nonsenso. Il titolo della serie ricalca il modello dell’eponimia che Seinfeld ha reso celebre: The Sarah Silverman Program mette subito in chiaro che tutto ruota attorno alla protagonista. Non è solo il centro narrativo, ma anche la lente distorta attraverso cui il pubblico guarda il mondo.
Ma mentre Jerry interpretava una versione cinica ma ancora vagamente “normale” di sé stesso, Sarah abbraccia totalmente l’assurdo e l’irresponsabilità. Diventa quasi una parodia vivente dell’egocentrismo televisivo. Se Seinfeld era una “serie sul nulla”, The Sarah Silverman Program è una “serie sull’idiozia cosciente”, con un tono volutamente sciocco e trasgressivo che flirta con la provocazione costante. La somiglianza tra le due sit-com è più concettuale che stilistica. Entrambe mettono in scena personaggi moralmente discutibili, impermeabili al cambiamento, e riescono a trovare l’umorismo nel disagio e nell’inadeguatezza sociale. Ma Sarah porta tutto questo a un livello iperbolico: la sua versione televisiva è capace di fingere la morte del proprio cane per ricevere attenzioni. Oppure di drogarsi per errore prima di un esame medico o di diventare inconsapevolmente razzista per una puntata intera — sempre senza mai imparare nulla.
5) Workaholics, forse una delle sit-com più brillanti e vicine all’inimitabile modello di Seinfeld
Andata in onda su Comedy Central dal 2011 al 2017, Workaholics ha fatto dell’immaturità, del caos quotidiano e della totale mancanza di filtri il suo marchio di fabbrica. Creata e interpretata da Blake Anderson, Adam DeVine e Anders Holm, la serie segue tre amici conviventi: Blake, Adam e Ders. Questi lavorano in un’azienda di telemarketing e passano le giornate a evitare responsabilità, imbastire scherzi idioti e inseguire sogni tanto assurdi quanto inutili. Anche se l’estetica grezza e il tono scorretto sono profondamente legati alla cultura millennial, Workaholics non può nascondere una certa influenza “seinfeldiana”. Influenza che riaffiora qua e là, sotto strati di birra e battute in pieno stile college americano. Il titolo stesso, pur alludendo ironicamente alla parola “workaholic”, si imposta su una struttura simile a quella resa celebre da Seinfeld: un termine generico che riassume lo stile di vita dei protagonisti.
Anche Workaholics è in fondo una serie basata sul nulla: non ci sono evoluzioni narrative sostanziali, né tanto meno lezioni morali. Ogni episodio gira intorno a un malinteso, un desiderio assurdo o un problema autoinflitto. L’amicizia tra i tre protagonisti — spinta all’estremo fino al codice tribale — riecheggia le dinamiche della serie di Larry David e Jerry Seinfeld. Tuttavia, Workaholics punta molto di più al grottesco e al nonsense. Il trio protagonista è composto da figure immorali e profondamente inadatte alla vita adulta. Adam è un egomaniaco, Blake un eterno bambino con la testa tra le nuvole, mentre Ders è quello “responsabile”, ma solo per convenzione. Nessuno di loro cresce o cambia davvero, e proprio in questo status stagnante risiede il cuore della comicità. La differenza sostanziale è che Workaholics alza il volume: dove Seinfeld giocava sull’osservazione sottile, qui si punta tutto sull’eccesso, sulla gag visiva e sul demenziale.












