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5 Serie Tv di Netflix che purtroppo hanno avuto un enorme successo

Baby

Non sempre il successo è sinonimo di qualità. Lo dimostrano gli show che compongono questa rassegna. Nella maggior parte dei casi le peggiori serie tv Netflix che hanno avuto successo sono teen drama che hanno rinunciato all’approfondimento. La grande colpa di queste serie è stata, infatti, quella di non riuscire a scavare a fondo nella tematica principale restituendo, al contrario, una narrazione piatta e priva di spunti. Nonostante questo, la fortuna ha arriso loro, merito a volte di ottime colonne sonore, della grande risonanza mediatica ma più spesso ancora di una vacua leggerezza che distrae e rilassa il pubblico. Per alcune delle peggiori serie tv Netflix in esame non sono mancate anche critiche feroci e dibattiti accesi. Seppur per i motivi sbagliati.

Summertime

La rassegna delle peggiori serie tv Netflix di enorme successo si apre con Summertime. Partiamo da un presupposto: Summertime ha una colonna sonora fantastica. Tantissimi cantanti italiani giovani e di enorme prospettiva hanno trovato spazio grazie a questa serie tv. Tanto per fare due esempi Frah Quintale, con due dei suoi migliori componimenti (Gli occhi e Missili), e soprattutto i Coma_Cose con la meravigliosa Mancarsi, anticipazione del successo trasversale che avrebbero ottenuto grazie a Sanremo. Se la serie ha avuto tanto seguito è senz’altro merito di queste partecipazioni eccellenti che con il loro sound tardo adolescenziale (quello da trentenni, eterni ragazzi) hanno incorniciato alla perfezione il racconto.

E così che una serie che partiva dall’infausto presupposto di basarsi sul romanzo di Moccia, Tre metri sopra il cielo, ha saputo restituire anche qualcosa di positivo. A dire il vero l’ispirazione al libro è del tutto libera, tanto libera che gli stessi attori di Summertime hanno ammesso di non aver letto il libro né visto il film. Ufficialmente per non farsi influenzare troppo ma forse perché ormai di quell’adolescenza anni 2000 non è rimasto (e forse non c’è mai stato) granché in cui rivedersi. Se proprio un punto di contatto vuol essere trovato sta nelle atmosfere e nelle situazioni che affrontano i protagonisti, concettualmente simili a quelle del romanzo.

Molto più diretto è semmai il confronto con Skam Italia, quantomeno nel proposito. Al centro c’è sempre l’amore ma ormai declinato secondo le prospettive di una generazione 2.0 integrativa, sempre più aperta sessualmente ed estranea spesso agli stereotipi romantici tradizionali (e tradizionalisti). È proprio su questo punto, però, che la serie si appiattisce. Se a livello emotivo Summertime funziona, complice come detto la grande selezione musicale (condotta da un guru come Giorgio Poi), non fa altrettanto a livello contenutistico restituendo un’immagine poco tridimensionale, inconsistente di questa “nuova” gioventù.

In questo sì, c’è tanta ripresa da Tre metri sopra il cielo: come Moccia aveva ritratto un mondo giovanile visto con gli occhi di chi non ne coglie che la superficialità più stereotipata, così Summertime, a parte aggiornare il modulo, tra amori omosessuali e diversità etnica, non va molto oltre contenutisticamente. I personaggi sono vuoti, poco caratterizzati, figurine destinate a rimanere tali senza possibilità di sviluppare riflessioni più profonde.

Si dirà, la leggerezza è una scelta voluta: d’accordo, ma questa leggerezza, resa ottimamente da una notevole fotografia, non preclude la possibilità di creare personaggi realistici. Non è necessario il dramma per descrivere un’adolescenza che, anzi, proprio nel vuoto, nella noia, nell’assenza di direzione trova una sua parziale definizione. Non servono grandi trame, grandi narrazioni, basterebbe solo riuscire a dipingere l’essenziale. E invece lo sguardo è sempre quello: distante, a tratti curioso ma spesso errato, proprio di un adulto che non sa bene cosa ha di fronte ed è portato a banalizzare ciò che non capisce o che per lui conta molto poco.

Diverse le critiche in Italia ma per i motivi sbagliati, da parte di quegli ex-adolescenti che si sono sentiti toccati nel vivo vedendo stravolgere la “bibbia mocciana” della loro gioventù. Successo trasversale all’estero: la dimostrazione che tanto più in questo mondo pandemico la leggerezza e le emozioni sono ricercate con avidità e trovano un loro surrogato credibile nelle serie tv. Nella top 10 dei più visti di Netflix per tanti mesi, Summertime è stato rinnovato per una seconda stagione. Appuntamento a giugno. Per uno show leggerissimo. Ma comunque tra le peggiori serie tv Netflix.

Insatiable

Se, come abbiamo visto, in Summertime manca la tridimensionalità, Insatiable è almeno consapevole di questo bisogno di realismo nelle psicologie dei caratteri. Prova a ottenerlo, però, nel modo più sbagliato, attraverso un’esasperazione dei personaggi e dei loro drammi. Parliamo davvero di situazioni assurde, al limite del credibile e che invece di aiutare ad approfondire la narrazione la rendono a tratti imbarazzante.

Per certi versi questa iperbolica successione di situazioni, segreti, drammi esistenziali è messa in scena consapevolmente. Una volontà di creare straniamento, ritmo, sorpresa, coinvolgimento, in un pubblico che sempre più ha bisogno di continui stimoli per mantere alta l’attenzione. La sfida dei registi è ormai una lotta contro gli smartphone che oppongono il loro schermo a quello televisivo (o di un pc) offrendo notifiche, impulsi semplici e potenti, immagini iconiche e video di pochi minuti.

Gli autori di Insatiable (Lauren Gussis, non una qualunque) devono aver pensato di provare a risponde con le stesse armi dei social, perché la serie è davvero una successione di scene trash e un’esplosione di colori brillanti, evidentemente tesi a catturare lo sguardo senza concentrazione del pubblico più giovane.

E anche in questo caso, come in Summertime, le critiche non c’entrano il punto: le accuse di fat shaming sono piuttosto ingiustificate se si tiene conto della volontà di rappresentare con crudezza un mondo adolescenziale in cui, udite udite, la discriminazione fisica è, spesso e purtroppo, una componente integrante. Il problema della serie, invece, è sempre lo stesso: si finge giovane quando giovane non è. E così i ragazzi si trasformano in una parodia agghiacciante di quello che gli adulti vedono in loro: superficialità, cinismo, humor nero. Non che non ci sia anche questo, ma Insatiable ne fa il suo cavallo di battaglia non riuscendo, tra l’altro, mai a strappare una risata ma solo tanto, tanto imbarazzo.

Eppure, complice questa capacità di colpire, catturare l’attenzione, sconvolgere, offrire quel trash tanto ricercato, la serie è un successo di Netflix, una delle più viste in assoluto. Non è bastato questo, però, a evitarne la cancellazione dopo una seconda stagione che, evidentemente, aveva già perso l’effetto shock della prima. Meglio così, del suo successo proprio non ne andavamo fieri.

Snowpiercer

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Tra le peggiori serie tv Netflix di successo figura anche Snowpiercer. Partiamo dagli aspetti positivi anche in questo caso: non è un teen drama (ma ancora non avete letto delle ultime due serie di questa rassegna) ed è ispirato all’omonimo film di Bong Joon-ho (per intenderci, il regista di Parasite). Lo stesso Bong Joon-ho ne è, tra l’altro, produttore esecutivo. Qualcosa di buono quindi evidentemente deve esserci.

Il fondale della serie è di quelli tanto amati dal regista sudcoreano: una violenta critica sociale rappresentata allegoricamente (ma neanche troppo) da un treno con vagoni a tre classi, corrispondenti, appunto, a tre ceti diversi. Sul fondo i senza biglietto, gli esclusi, i reietti: in sostanza, la massa. Altro elemento caro a Bong Joon-ho è il plot stricto sensu: un ex detective chiamato a risolvere un delitto che rischia di compromettere il precario equilibrio politico del treno-società.

Fin qui il concept, ma passiamo alla realizzazione. Se la critica sociale c’è, noi sinceramente l’abbiamo intravista solo con una potente lente di ingrandimento e operando una certa forzatura. A dominare in larghissima parte è la trama da giallo tradizionale. Una storia abbastanza statica e un po’ troppo confusionaria, incapace di colpire davvero lo spettatore, frutto anche di una fotografia piatta e asettica.

La scelta dell’ambientazione, poi, è una sofferenza tanto per lo spettatore quanto lo deve essere stata per gli showrunner. Dover dare varietà alle scene e agli spazi porta a delle assolute follie che mettono a dura prova la nostra volontà di far finta di nulla. Nella neve degli scenari, poi, devono essersi persi anche i personaggi: nessuno capace di entrarci dentro neppure lontanamente, tutti vaghi e smorti sia nel dialogo con gli altri sia, il cielo non voglia, quando si trovano in una solitudine impacciata e vacua.

Per non parlare delle trame che spesso non portano da nessuna parte e vengono prese e messe via con una leggerezza disarmante. Ma la vera colpa, naturalmente, la stessa che vedremo per le prossime due serie, è l’incapacità di sfruttare un concept che avrebbe potuto garantire riflessioni ben più consistenti, come sempre avviene nei film di Bong Joon-ho, e come invece non si è riuscito a fare in questo Snowpiercer. E dubitiamo si sia anche solo tentato.

Baby

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Sul filone di Summertime e Insatiable, ma anche Élite e, almeno nella tipologia, Tredici, Baby cavalca l’onda del teen drama grazie a due protagoniste di enorme fascino visivo e a un continuo ammiccamento che non può che piacere a certo pubblico. E lo fa, purtroppo, esattamente nel modo peggiore di tutti gli altri teen drama. Tra i citati solo Tredici è riuscito a distinguersi grazie a una crudezza davvero realistica che ci colpisce in profondità. Nelle altre serie, nonostante la tematica (fatta eccezion per Summertime) sia formativa e di denuncia sociale, il fallimento è evidente.

In Élite, problemi di droga, HIV, criminalità, razzismo e tensioni sociali la fanno da padrone. Ugualmente in Insatiable i disturbi alimentari, le difficoltà nell’accettarsi e nell’essere accettati dagli altri, sono un fondale imprescindibile. Così anche in Baby il fondale è quello costituito dal tentativo di capire cosa c’è dietro il fatto di cronaca (quello di un enorme giro di prostituzione minorile nella Roma dabbene). Il problema, molto semplicemente, è che non si riesce a farlo.

L’idea di non guardare al caso di cronaca in sé ma tentare di indagare le motivazioni sottese alla scelta delle ragazze, di partire dai prodromi, dai primi sintomi che hanno portato poi al fatto estremo della prostituzione è stata senz’altro notevole e lodevole come scelta. È dall’idea alla realizzazione spesso però che si distingue l’artista dal mestierante.

E con Baby non siamo decisamente di fronte al capolavoro, tutt’altro. La risposta che gli autori di Baby si sono dati è, semplicemente, banale e molto parziale: vivendo in gabbie dorate, oppressi da un perbenismo di facciata, la riscoperta di se stesse e l’affermazione delle protagoniste passa dalla trasgressione e dall’affermazione della propria forza sessuale, della capacità di farsi desiderare.

Ma ogni cosa ci appare eccessivamente posticcia, come avvolta da una patina televisiva che è incapace di risultare davvero credibile: tutto è troppo drammatico, sentimentale, teatrale. E Baby diviene così l’ennesima figlia di quello sguardo alla Moccia che abbiamo già avuto modo di menzionare e criticare. Ed è un peccato, perché Alice Pagani e Benedetta Porcaroli risultano due eccellenti intepreti, molto diverse caratterialmente e psicologicamente, perfette, insomma, per esprimere al meglio alcune sfaccettature eterogenee della gioventù.

E non è certo colpa loro se i personaggi non rendono, piatti e sempre uguali a se stessi, continua, stanca ripetizione delle macchiette di Scusa ma ti chiamo amore e Tre metri sopra il cielo. La novità la si relega a una presenza omosessuale, quel tocco che ormai non può mancare e che magicamente, nella mente dei creatori di questi show, rende tutto moderno e attuale. Di moderno e attuale, invece, Baby ha ben poco. Quanto basta, però, per prendersi la fetta di pubblico degli adolescenti, che sempre più sono diventati un target di Netflix.

Il vero crimine di questa serie è quello di non indurre mai una riflessione, mai un dubbio o una domanda. Le situazioni procedono stancamente e tramite alcune coincidenze di trama decisamente improbabili. Insomma, Baby è il corrispettivo televisivo di certi libri rosa, buono solo per qualche sentimento prêt-à-porter. Puro intrattenimento. Una delle peggiori serie tv Netflix in assoluto.

The Society

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A completare il quadro delle peggiori serie tv Netflix che hanno avuto successo ci pensa questo ennesimo teen drama. E se Baby ci lascia l’amaro in bocca per quello che poteva essere e non è stato, The Society ci induce quasi a scendere alla violenza fisica. È probabile che Sir William Golding, se solo fosse ancora vivo, diffiderebbe con forza i suoi lettori dall’assistere a questo autentico scempio di uno dei romanzi più importanti della letteratura novecentesca.

Sì, perché The Society si ispira al celeberrimo libro Il signore delle mosche, una delle opere di formazione che hanno segnato un’epoca. Golding, già maestro in una scuola elementare, aveva potuto analizzare e riflettere sul comportamento dei preadolescenti e su queste osservazioni aveva fondato il suo capolavoro che descrive alcuni bambini in un’isola deserta e il loro progressivo sprofondare in una ferinità violenta.

Si tratta di un racconto cupo e pessimista (come cupo e pessimista era l’autore) ma anche illuminante e visionario. Tutto il contrario di The Society che non è altro che un volgare teen drama dalle tinte mistery (sic!) e dalla solita grottesca, bozzettistica resa dei personaggi. Si viaggia tra party sfrenati, ormoni a mille, machismo sfrontato. Poi ci si ricorda (dopo qualche episodio) di creare un background a questi protagonisti e la questione si risolve sbrigativamente con qualche flashback sul passato di alcuni di loro. Come se bastasse questo a restituire realismo alle figure.

Si passa da accenni di soprannaturale, a una tragicità molto esasperata: nel mezzo un racconto che ha l’unico merito di saper ricostruire alla bell’e meglio il rapido sprofondare degli intenti democratici in un totalitarismo che investe la società posticcia di questi adolescenti. Banale, scontata, ripetitiva nelle trame The Society è il solito, incoerente, trito e ritrito dramma adolescenziale, ennesima variazione su un tema di cui nessuno aveva davvero bisogno. Neanche come passatempo. La buona notizia è che non dovremo più preoccuparcene: la serie è stata cancellata. Non dalla nostra memoria, però.

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Scritto da Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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