4) Nuove Serie Tv: Slow Horses narra la potenza dell’imperfezione

Nel vasto immaginario dello spionaggio contemporaneo esiste una promessa implicita che raramente viene messa in discussione: quella della competenza assoluta. Le spy story, soprattutto in ambito televisivo, hanno storicamente costruito il proprio fascino attorno a figure quasi mitologiche, capaci di muoversi nel caos con una precisione chirurgica. Anche quando vengono umanizzati, questi personaggi restano comunque eccezioni, individui che abitano un piano leggermente superiore rispetto alla realtà ordinaria. Slow Horses (ecco un focus sull’idea di spy story della serie) parte da una domanda tanto semplice quanto radicale: cosa accade se spostiamo lo sguardo su chi non è stato all’altezza? La serie sceglie infatti di raccontare il mondo dell’intelligence dal suo angolo meno glamour, popolandolo di agenti che hanno commesso errori irreparabili. Non sono reclute in formazione né eroi caduti in disgrazia destinati a una redenzione spettacolare.
Sono professionisti che continuano a lavorare all’ombra del proprio fallimento. E invece di celebrare l’efficienza, questa nuova serie tv osserva la fatica di restare funzionali in un sistema che misura il valore umano quasi esclusivamente attraverso la performance. Il luogo in cui questi agenti vengono relegati non è soltanto un ufficio marginale, ma uno spazio simbolico dove le carriere non avanzano ma non sono nemmeno del tutto terminate. Una sorta di limbo professionale abitato da persone che il sistema non sa più come utilizzare né come eliminare. Qui lo spionaggio non è un teatro di eleganza strategica, ma una pratica spesso burocratica, quasi sempre lontana dall’immaginario cinematografico. Ma sarebbe riduttivo leggere questa scelta solo come un’operazione di realismo. In realtà, Slow Horses utilizza la banalità apparente del contesto per far emergere la paura di diventare irrilevanti.
Lo show non offre risposte consolatorie
Lo show non trasforma automaticamente i suoi protagonisti in underdog trionfanti, né costruisce archi di redenzione prevedibili. Al contrario, insiste sulla loro imperfezione, lasciando che restino contraddittori, talvolta irritanti, spesso difficili da amare. È una scrittura che rifiuta la seduzione dell’eroismo e preferisce esplorare la zona più ambigua dell’esperienza umana, in cui competenza e fragilità coesistono. Uno degli aspetti più affascinanti è l’equilibrio tonale. Slow Horses riesce a muoversi con naturalezza tra tensione e umorismo, utilizzando quest’ultimo non come semplice alleggerimento, ma come strumento di verità. L’ironia, spesso tagliente e a tratti persino crudele, diventa il linguaggio attraverso cui i personaggi difendono ciò che resta del proprio orgoglio. Ridere, in questo mondo, è raramente sinonimo di leggerezza, ma piuttosto una forma di resistenza. I piani non funzionano come dovrebbero, le intuizioni arrivano in ritardo, la fortuna gioca un ruolo che nessun agente ammetterebbe volentieri.
Ma la scrittura dei personaggi è forse il vero cuore pulsante della serie. Nessuno è riducibile a una funzione narrativa e ognuno sembra esistere anche al di fuori della trama. C’è poi un sottotesto particolarmente interessante legato al funzionamento delle istituzioni. L’intelligence che la serie racconta non appare come una macchina perfettamente oliata, ma come un organismo complesso, attraversato da rivalità interne, logiche di potere, decisioni opache. La serie sembra suggerire che l’adattabilità, più ancora della perfezione, sia la vera forma di intelligenza. Pertanto, Slow Horses non ci invita a fantasticare su ciò che potremmo diventare in una versione più brillante di noi stessi. Ci chiede piuttosto di confrontarci con una possibilità molto più reale, quella di sbagliare, di essere ridimensionati, di dover ricominciare da una posizione inattesa. Perché, a volte, la forma più autentica di coraggio non è vincere, ma restare in gioco dopo aver perso.






