3) A Knight of the Seven Kingdoms e l’epica dell’intimità

Viviamo nell’epoca dell’espansione narrativa permanente. Ogni universo di successo tende naturalmente ad allargarsi, a stratificarsi, a moltiplicare personaggi e linee temporali nel tentativo di restare rilevante e visibile in un mercato affollatissimo. Il fantasy, più di ogni altro genere, ha interiorizzato questa logica: escalation visiva, guerre sempre più grandi, mitologie sempre più dense, conflitti costruiti per sembrare inevitabilmente epocali. In un contesto simile, scegliere la sottrazione non è soltanto una decisione stilistica. È un atto quasi controindustriale. A Knight of the Seven Kingdoms (qui un focus sulla scrittura della serie) compie esattamente questo gesto e invece di inseguire la monumentalità, riduce la scala del racconto per amplificarne la risonanza emotiva. Dove ci si potrebbe aspettare un’altra saga dominata da intrighi dinastici e battaglie spettacolari, la serie opta per un registro più raccolto, quasi contemplativo. Non rinnega l’epica, ma la ridefinisce.
Al centro troviamo un viaggio. Non solo geografico, ma morale, emotivo, perfino pedagogico. Due figure in cammino attraversano un mondo che non è più soltanto lo scenario di grandi eventi storici, ma uno spazio vivo, abitato da persone comuni, regolato da codici sociali, tensioni locali, piccoli equilibri fragili. Il risultato è un fantasy che respira diversamente e meno ossessionato dalla Storia con la “S” maiuscola, più interessato alle traiettorie individuali. Ciò che emerge fin da subito è una diversa percezione della distanza. Nelle narrazioni ad alta densità spettacolare, lo spettatore è spesso posto in una posizione di soggezione, mentre qui accade l’opposto. La serie accorcia la distanza emotiva, invita ad avvicinarsi, a riconoscersi nei dubbi, nelle esitazioni, nelle imperfezioni. È un’epica della prossimità.
Nella nuova Serie Tv l’eroismo è sorprendente
Non esiste come destino già scritto, né come qualità innata. Non nasce da una profezia, non è garantito dal sangue, non è inscritto in una genealogia eccezionale. L’eroismo, qui, è una pratica quotidiana, fatta di scelte difficili e gesti che spesso passano inosservati. La serie sembra suggerire che diventare degni di una storia non significhi compiere imprese straordinarie, ma restare fedeli a un’idea di sé anche quando sarebbe più semplice tradirla. In questo senso, ogni incontro diventa una prova morale per ridefinire ciò che si crede giusto. Guardare la serie significa assistere a una lenta educazione sentimentale, in cui il mondo esterno agisce come uno specchio continuo. Anche la relazione centrale, non viene imposto attraverso scorciatoie emotive, ma cresce per stratificazione. È una dinamica che restituisce al tempo il suo valore narrativo, rifiutando quella compressione emotiva che spesso caratterizza le produzioni pensate per un consumo rapido.
Da questo punto di vista, la nuova serie tv recupera una qualità quasi classica del racconto d’avventura: il piacere della digressione. Non tutto è immediatamente funzionale, non ogni incontro spinge la trama in avanti con decisione. Eppure proprio queste deviazioni costruiscono la sensazione di un mondo autentico, che continua a esistere anche quando la narrazione non lo illumina direttamente. C’è poi un aspetto particolarmente interessante nel modo in cui la serie lavora sull’immaginario del potere. Di fatto, questo, appare qui frammentato, locale, talvolta persino ordinario. Questo ridimensionamento produce un effetto notevole: il mondo diventa più leggibile, ma anche anche fallibile. È una prospettiva meno grandiosa, forse, ma incredibilmente più vicina alla nostra esperienza. Non a caso, l’epica non dipende dalla scala, ma dallo sguardo. Perché, alla fine, le storie che restano non sono sempre quelle che fanno più rumore. Sono quelle che ci camminano accanto.






