Vai al contenuto
Home » A Knight of the Seven Kingdoms

Quando l’effetto speciale è la scrittura: la piacevole novità di A Knight of the Seven Kingdoms

A Knight of the Seven Kingdoms

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su A Knight of the Seven Kingdoms.

Ogni giorno raccontiamo le serie TV con passione e cura. Se sei qui, probabilmente la condividi anche tu.

Se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, DISCOVER è il modo per sostenerci.

Il tuo abbonamento ci aiuta a rimanere indipendenti. In cambio: consigli personalizzati, contenuti esclusivi, zero pubblicità.

Scopri Hall of Series DISCOVER

Grazie, il tuo supporto fa la differenza 💜

Volete i draghi? Non li troverete qui, se non fatti di pezza. Volete le grandi battaglie? Sì, vedrete un bel po’ di sangue e di fango, ma il punto non sarà mai quello. Gli intrighi di corte, le lotte per il potere e scene sensazionali ad alto tasso adrenalinico? Rimarranno sullo sfondo, per una volta. Insomma, prendete la saga di Game of Thrones, traetene gli elementi più apparenti del suo straordinario successo e metteteli da una parte. Perché A Knight of the Seven Kingdoms è altro, nel suo codice genetico. Lo è fin dai primi minuti del pilot, quando all’epicheggiante sigla si è contrapposta un’umanissima reazione fisiologica da parte del suo protagonista esitante. Ed è chiaro in ogni puntata finora andata in onda, ideale per distanziarsi idealmente da quanto abbia fatto finora la saga e proporre qualcosa di nuovo.

Occhio, però: tutto ciò vale solo fino a un certo punto. E non è un caso che abbiamo appena utilizzato il termine “apparenti”, ma ci torneremo tra un po’. Quello che ci interessa capire ora è cosa stia proponendo di innovativo A Knight of the Seven Kingdoms, là dove il vero effetto speciale è la scrittura.


Perché A Knight of the Seven Kingdoms è una piacevole novità

A Knight of the Seven Kingdoms 1x02
Credits: HBO

Distribuita in queste settimane da HBO Max, è il secondo spin-off di Game of Thrones. Arriva dopo House of the Dragon, ma anche prima: la terza stagione della serie incentrata sulla Danza dei Draghi, infatti, arriverà nei prossimi mesi. È un prequel della serie madre, visto che è ambientata un centinaio d’anni prima degli eventi lì narrati, ma anche un sequel di House of the Dragon. Più che gli elementi di trama e la contestualizzazione temporale, da noi ricostruiti e analizzati nelle recensioni settimanali, è interessante concentrare l’attenzione sul formato: la prima stagione, infatti, è composta da sei episodi da mezz’ora l’uno. Una diminutio, secondo i più distratti. Ma in realtà è uno dei suoi elementi di forza: più convintamente dramedy rispetto alle opere precedenti, ricostruisce uno spaccato essenziale della storia di Westeros attraverso una prospettiva peculiare, più intimista e concentrata su dialoghi e conflitti morali.

Incentrata sulle vicende di Dunk ed Egg, un cavaliere errante e il suo giovanissimo scudiero, assistiamo alla loro partecipazione al torneo di Ashford.

Qui entrano a contatto con dinamiche di potere che abbracciano le “solite” narrazioni di Game of Thrones e House of the Dragon, ma lo ripetiamo: tutto è sullo sfondo.

Irrompono all’improvviso nelle vite dei due protagonisti, ma non perdiamo mai il contatto con lo sviluppo di una realtà più popolare e a misura d’uomo. Una dimensione più minimalista, da ogni punto di vista: ai palazzi sfarzosi si preferisce un olmo isolato, agli abiti pomposi delle lande desolate dominate dalla nebbia e da sprazzi di sole rigeneranti. Non mancano i colpi di scena (chi ha visto la terza puntata lo sa bene) ma la scrittura predilige una linearità lenta e costante, destinata alla costruzione di contesti chiari e di personaggi dalla forte caratterizzazione emotiva.

Il focus di A Knight of the Seven Kingdoms è sul percorso di crescita di Dunk ed Egg, quasi fosse un romanzo di formazione sui generis. Destruttura ancora una volta gli archetipi dell’epica medievale e li umanizza, restituendo l’essenza dei protagonisti con una chiave più ironica e insolitamente speranzosa. I risultati sono stati fin qui molto positivi: le valutazioni su IMDb e Rotten Tomatoes sono piuttosto alte, e questo ci porta a un interrogativo fondamentale: perché A Knight of the Seven Kingdoms sta funzionando tanto bene, pur non avendo a disposizione grandissimi budget ed effetti speciali da kolossal?

Con la massima banalità, perché è scritta bene.

Benissimo, anzi. E a questo punto introduciamo un ulteriore aspetto: George R.R. Martin, lo storico autore della saga, è qui coinvolto direttamente. Risulta, infatti, come co-ideatore di A Knight of the Seven Kingdoms, palesando una partecipazione ancora più attiva del solito. Più di quanto avesse fatto con Game of Thrones: lì era stato presente soprattutto nelle prime quattro stagioni, salvo poi allontanarsi progressivamente con un coinvolgimento esterno. Altrettanto si può dire per House of the Dragon,dove è arrivato addirittura a criticare apertamente le scelte fatte dallo showrunner Ryan Condal. In questo caso, invece, la sinergia con Ira Parker sembra essere molto più soddisfacente per tutte le parti, e la serie ne sta traendo beneficio.

Non è una sorpresa, per molti versi: Martin è particolarmente legato a questo ciclo di racconti e si percepisce, da molti punti di vista: A Knight of the Seven Kingdoms sfugge alla frenesia che troppo spesso caratterizza la serialità contemporanea, si prende i suoi tempi per un solido world-building e accarezza i suoi protagonisti con l’affetto di chi vuole raccontarne le gesta con la massima autenticità.

Niente a che vedere con le storture algoritmiche a cui siamo abituati, affatto.

Appaga chi cercava un nuovo punto di vista sul mondo di Game of Thrones, diverte, provoca quando vuole e si poggia su canoni di scrittura da prestige tv, senza cercare il colpaccio a tutti i costi. Insomma, A Knight of the Seven Kingdoms è un’intelligente variazione sul tema, nonché l’opportunità per affrontare temi universali di capitale importanza senza abbracciare un’eccessiva seriosità. Ma sarebbe un errore vederla come un’opera di rottura rispetto a quanto abbiamo visto finora nelle opere tratte dalla saga. Al contrario, è molto più vicina a un ritorno alle origini.

Potrebbe stonare, viste le premesse antitetiche rispetto a Game of Thrones e House of the Dragon, ma in fondo è sempre stato questo il vero segreto dell’opera monumentale di Martin.

A Knight of the Seven Kingdoms 1x01
Credits: HBO

Più che sugli effetti speciali, Martin ha sempre scommesso su un’analisi antropologica che scava dentro le nostre anime per riscoprire conflitti, ambiguità, vizi e virtù. Succede con A Knight of the Seven Kingdoms, ma potremmo dire altrettanto per le prime quattro stagioni di Game of Thrones e per le due di House of the Dragon, finalizzate da una scrittura che condivide col nuovo spin-off insospettabili affinità.

Cambiano i contesti e le finalità, ma non l’approccio. Un approccio ormai fuori dal tempo, quello che si possono permettere i più grandi. E che si può concedere chi ha l’onore di poter sbagliare, ritrovandosi così con le mani più libere. Paradossalmente, il minimalismo di A Knight of the Seven Kingdoms favorisce il processo: i tempi stringati non impediscono di vivere situazioni apparentemente “filler”, nonché gestire momenti morti in cui non “succede niente” e invece sta succedendo tutto quello che ci interessa sul serio.

Volete un ulteriore esempio in tal senso? Nella controversa stagione finale di Game of Thrones, c’è una puntata che chi vi sta scrivendo ritiene straordinaria: la seconda. Una puntata bottiglia, a tutti gli effetti. Una puntata in cui non succede sostanzialmente niente, ma in cui abbiamo la preziosa opportunità di vivere per un’ultima volta dentro la serie, respirarne gli ambienti e abitarli concretamente, entrando a contatto diretto con protagonisti che smettono, per una volta, di correre da una parte all’altra con chissà quale obiettivo. Avremo modo di parlarne meglio in un approfondimento specifico, ma tutto sommato A Knight of the Seven Kingdoms è un po’ così. Ed è bella proprio per questo.

Contro ogni vocazione all’immediatezza e alla necessità di catturare quel che rimane dell’attenzione degli spettatori, A Knight of the Seven Kingdoms ci riporta a un’idea di serialità che procede alle proprie condizioni. Senza specchiarsi vanamente.

Così sta ritrovando lo spirito di una saga che necessitava di un momento del genere per esprimere le sue potenzialità migliori, anche se non direbbe. Il suo successo, allora, è una buona notizia per tutti: permette ai fan più disillusi di riconciliarsi con la saga televisiva, e al pubblico di riscoprire un approccio alla tv che stiamo dimenticando ogni giorno di più. Quello che la tv l’ha fatta grande sul serio, alla faccia di chi pensa che il piccolo schermo contemporaneo debba arrendersi necessariamente alle nuove dinamiche. Per molti versi è così, ma non è sempre così. Esistono le eccezioni alla regola. E quando hanno lo spazio per esprimersi al meglio, possono regalarci una delle sorprese più piacevoli dell’ultimo periodo.

Ad maiora, Dunk ed Egg.

Antonio Casu