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Negli ultimi quindici anni la televisione ha attraversato una trasformazione radicale. L’avvento dello streaming non ha solo modificato le modalità di fruizione, ma ha progressivamente ridefinito il modo stesso in cui le nuove serie tv vengono concepite, scritte e prodotte. Oggi l’algoritmo non è più soltanto uno strumento di suggerimento: è diventato una bussola industriale, capace di orientare investimenti milionari, determinare generi dominanti e perfino influenzare la durata degli episodi o la costruzione dei cliffhanger.
In questo scenario iper-razionalizzato, la serialità rischia spesso di assumere i contorni di un prodotto ingegnerizzato. Le piattaforme cercano storie immediatamente classificabili — crime ad alta tensione, thriller dal ritmo compulsivo, drammi familiari emotivamente accessibili — costruite per trattenere lo spettatore il più a lungo possibile. Non è necessariamente un male. L’algoritmo ha anche reso la televisione più varia e globale. Ma ha inevitabilmente favorito una certa tendenza alla riconoscibilità, quando non alla ripetizione.
I momenti importanti nascono spesso da uno scarto
Che sia un gesto creativo che devia dalla traiettoria prevista. Un autore che decide di complicare invece di semplificare. Una serie che non sembra pensata per piacere a tutti e, proprio per questo, finisce per diventare imprescindibile. Negli ultimi mesi sono emersi diversi titoli che incarnano perfettamente questa tensione tra industria e visione. Serie molto diverse tra loro, per ambientazione e linguaggio, ma unite da una caratteristica fondamentale: possiedono una voce. Non inseguono il consenso immediato, non si appoggiano esclusivamente alle logiche del binge watching, non sembrano progettate per essere sottofondo mentre si fa altro. Chiedono presenza, attenzione, talvolta persino fatica.
“Sconfiggere l’algoritmo”, in questo senso, non significa ignorarlo, ma trascenderlo. Significa proporre qualcosa che i dati non possono prevedere, come un tono inatteso, una struttura insolita, personaggi difficili da addomesticare, mondi narrativi che non si esauriscono in una categoria. Le cinque serie che seguono rappresentano proprio che la televisione contemporanea può ancora sorprendere. E che, quando una storia è abbastanza forte, non esiste modello predittivo capace di contenerla.
1) Task è il procedural che preferisce la profondità all’efficienza

A prima vista, Task, ora su NOW, potrebbe sembrare l’ennesima declinazione del crime contemporaneo. Una squadra investigativa chiamata a fermare una sequenza di crimini violenti, una struttura narrativa che richiama coordinate familiari, un impianto che promette tensione e mistero. E invece, già dopo pochi episodi, diventa evidente come la serie non abbia alcuna intenzione di abitare davvero la comfort zone del genere. Piuttosto che replicarne i meccanismi più rassicuranti, li usa come punto di partenza per spingersi altrove, verso un territorio emotivo più denso, meno prevedibile, decisamente più adulto.
La sua ambizione più evidente è quella di restituire peso alle conseguenze. In Task nulla accade senza lasciare una traccia. Ogni indagine non è solo un enigma da risolvere o un rompicapo narrativo, ma un evento che altera profondamente l’equilibrio di chi lo attraversa. I personaggi non possiedono quella resilienza quasi mitologica tipica di molta televisione procedurale, dove il trauma viene assorbito e archiviato entro i confini dell’episodio. Qui, al contrario, il dolore sedimenta. Le decisioni sbagliate continuano a riverberare, gli errori non si dissolvono nella puntata successiva, e perfino le vittorie portano con sé una quota di perdita.
L’attenzione alle cicatrici aggiunge valore alla nuova Serie Tv
Task osserva i suoi protagonisti mentre negoziano continuamente con il proprio senso di responsabilità, con la colpa, con il dubbio di non aver fatto abbastanza o di aver fatto troppo. L’indagine diventa allora uno spazio morale, non solo professionale. Un luogo in cui ogni scelta obbliga a ridefinire la propria idea di giustizia. Ciò che colpisce maggiormente è il ritmo, quasi programmaticamente anti-spettacolare. Questa, tra le nuove serie tv, non corre, non costruisce cliffhanger come automatismi destinati a garantire la visione compulsiva. Preferisce invece lavorare per accumulo, lasciando che la tensione emerga da dettagli apparentemente minimi. È una scrittura che si fida del non detto e che attribuisce valore al tempo, come se chiedesse allo spettatore non solo attenzione, ma una forma di partecipazione emotiva più consapevole. Anche la rappresentazione del crimine segue questa linea di sobrietà.
Non c’è compiacimento nella violenza, nessuna estetizzazione del male, nessuna fascinazione per la sua dimensione spettacolare. I reati non vengono messi in scena per stupire, ma per interrogare. Spesso appaiono persino ordinari nella loro brutalità, radicati in contesti sociali fragili, in esistenze segnate da marginalità, rabbia o disperazione. Pertanto, la vera suspense non risiede solo nella soluzione del caso, ma nella domanda più ampia che aleggia sulla serie: quanto può reggere una persona prima di incrinarsi? Persino la dinamica della squadra investigativa evita scorciatoie relazionali. Non c’è l’affiatamento immediato tipico dei team televisivi, né la rassicurante complementarità dei caratteri. Ed è forse questa l’intuizione più forte di questa, tra le nuove serie tv: ricordarci che la tensione più duratura non deriva dalla velocità, ma dal significato.
2) Tra le nuove Serie Tv c’è Pluribus: una fantascienza non semplificata

Nel panorama televisivo contemporaneo, la fantascienza è tornata a occupare uno spazio centrale, ma spesso lo ha fatto seguendo traiettorie piuttosto riconoscibili: mondi distopici immediatamente leggibili, estetiche spettacolari, high concept che possano essere riassunti in poche parole e risultare immediatamente vendibili. È una fantascienza che punta molto sull’impatto visivo, narrativo, emotivo, e che raramente concede allo spettatore il tempo di smarrirsi davvero. Pluribus (ecco i simboli della serie), al contrario, nasce proprio da questa volontà di smarrimento. Fin dalla sua premessa introduce una frattura percettiva difficile da ignorare. Di fatto, un fenomeno misterioso sembra progressivamente armonizzare l’umanità, dissolvendo conflitti, tensioni e dissonanze in favore di una coscienza condivisa. Il mondo non appare devastato, non è ridotto a macerie, non è dominato dalla paura. Al contrario, sembra funzionare meglio. Le persone sono più serene, le relazioni più fluide, la società apparentemente più stabile.
Ed è proprio questa apparente perfezione a generare inquietudine. Perché la domanda che la serie insinua, senza mai trasformarla in slogan, è tanto semplice quanto destabilizzante: cosa stiamo davvero perdendo quando smettiamo di essere individui? Se la sofferenza diminuisce, se il conflitto si attenua, se la solitudine svanisce, ha ancora senso difendere a ogni costo la nostra irriducibile singolarità? Pluribus non si limita a costruire un mondo alternativo, ma mette in crisi il nostro sistema di valori. Ci costringe a confrontarci con un’idea che la cultura occidentale ha sempre guardato con sospetto: la possibilità che l’io non sia il punto più alto dell’esperienza umana. Qui non esistono buoni custodi dell’individualità contrapposti a sinistre forze collettiviste. Non c’è un antagonista chiaramente identificabile. Il cambiamento che attraversa il mondo non ha il volto di un tiranno né quello di una tecnologia apertamente ostile. È qualcosa di più sottile, quasi seduttivo.
La scrittura lavora costantemente all’ambiguità
Quest’ultima, evita spiegazioni premature e resiste alla tentazione, molto televisiva, di chiarire ogni meccanismo. Molte domande restano sospese, e questa sospensione diventa parte integrante dell’esperienza. Lo spettatore non è guidato passo dopo passo, ma invitato a sostare nell’incertezza. È una scelta che richiede fiducia nella pazienza di chi guarda, nella sua disponibilità a mettere in discussione le proprie categorie. Pluribus non teme di risultare esigente, e proprio per questo si distingue in un ecosistema sempre più orientato all’immediatezza. Così, le grandi domande filosofiche non restano astratte, ma si incarnano nelle vite dei personaggi. Il cambiamento globale diventa esperienza privata e la perdita dell’individualità non è mai solo un concetto, ma qualcosa che accade nei gesti quotidiani. Tanto che, dal punto di vista narrativo, questa, tra le nuove serie tv, non accumula rivelazioni con frenesia, ma lascia che il mistero si espanda lentamente, come un’onda che avanza senza fare rumore.
Inoltre, anche l’estetica della nuova serie tv sembra rispondere a questa filosofia. L’eventuale spettacolarità non è mai fine a se stessa e tutto appare calibrato per sostenere un’atmosfera di sospensione, come se la realtà stessa fosse leggermente fuori asse. In questo senso, la serie recupera una tradizione della sci-fi che usa il futuro per parlare del presente in modo obliquo. A questo proposito, sotto la domanda sull’identità collettiva, si intravede un’eco molto attuale: il nostro rapporto con la connessione permanente, con le dinamiche di appartenenza, con il desiderio di essere parte di qualcosa di più grande. Quando una serie riesce a intercettare paure così diffuse senza nominarle direttamente, accade qualcosa di particolare. Nasce conversazione. Non solo commenti episodici, ma discussioni vere, interpretazioni divergenti, teorie che si moltiplicano. Dunque, Pluribus è il tipo di racconto che non finisce con i titoli di coda: continua nelle conversazioni, negli articoli, nelle riletture.






