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Oggi non parliamo di una serie su Apple TV che può essere consumata passivamente. Di fatto, Pluribus non è concepita per fornire gratificazione immediata né per rispondere alle domande dello spettatore con chiarezza matematica. Fin dai primi minuti, la serie comunica che la sua logica è un’altra: non lineare, stratificata, spesso ambigua, eppure coerente nella costruzione di un mondo che riflette una verità inquietante, ossia la condizione dell’individuo immerso nella moltitudine contemporanea.
Quello che colpisce di Pluribus è il modo in cui il racconto passa attraverso elementi tematici più che narrativi. Ciò che la serie vuole dire si percepisce prima ancora che si comprenda razionalmente. I dialoghi spesso non spiegano, le azioni sembrano frammentate, e i contesti sociali sono più scenari simbolici (ecco le serie dal simbolismo suggestivo) che spazi realistici. La forza di questa serie risiede nella capacità di trasformare concetti complessi come identità, collettività, alienazione, ripetizione e silenzio in esperienza sensoriale ed emotiva per lo spettatore.
Il titolo stesso suggerisce una chiave di lettura
Dalla moltitudine, dall’insieme, dovrebbe nascere l’unità (“E pluribus unum”), ma nella serie succede l’opposto. La molteplicità non consolida, non sostiene, non unisce. Piuttosto, quest’ultima confonde, dissolve, mette in crisi. Ed è in questo paradosso che il valore della serie emerge con tutta la sua forza, perché riflette un fenomeno contemporaneo che conosciamo bene. Ossia, la sensazione di essere circondati da moltitudini che, paradossalmente, ci lasciano soli.
I cinque simboli tematici che seguono sono assi portanti dell’esperienza di Pluribus. Sono linee guida interpretative che permettono di comprendere come la serie racconti la fragilità dell’individuo e la complessità dei rapporti sociali, senza mai cedere alla tentazione della spiegazione facile. Analizzarli significa addentrarsi nel cuore di un’opera che pretende attenzione, riflessione e, soprattutto, capacità di tollerare l’ambiguità.
1) La collettività come promessa tradita in Pluribus

Uno dei simboli tematici più forti in Pluribus è la rappresentazione della collettività, non come rifugio, ma come illusione. La serie mette in scena continuamente contesti collettivi, come gruppi di persone, sistemi, rituali sociali, che dovrebbero offrire protezione, sicurezza, senso condiviso. Tuttavia, questi contesti finiscono per rivelarsi indifferenti ai singoli. I personaggi vi appartengono, ma non ne ricevono sostegno, partecipazione emotiva o guida significativa. La collettività qui non agisce mai da forza positiva, piuttosto, ingloba, uniforma, neutralizza, annulla.
Questo simbolo è potentissimo perché riflette un fenomeno contemporaneo. Non a caso, in un’epoca in cui siamo costantemente immersi in reti sociali, digitali e professionali, l’appartenenza non coincide più con la partecipazione attiva o l’empatia (qui i personaggi privi di empatia). Vivere in mezzo agli altri non significa essere connessi. La folla in Pluribus è sempre presente, spesso opprimente, ma non è mai realmente solidale. Per lo più è solo rumore, pressione, anonimato. La serie enfatizza tale condizione anche a livello narrativo. Le inquadrature dello show mostrano spesso personaggi piccoli all’interno di grandi spazi affollati, visivamente sopraffatti dalla massa, con gesti e sguardi isolati che suggeriscono impotenza.
Tematicamente, ciò comunica che la collettività, pur essendo onnipresente, può risultare alienante, e che la solitudine dell’individuo non è un fallimento personale, ma una conseguenza inevitabile di una società strutturalmente indifferente. Inoltre, il tema si intreccia con il concetto di anonimato digitale e socializzazione iperconnessa. Pluribus anticipa, in modo metaforico, il paradosso della rete globale, in cui tutti sono collegati, ma pochi realmente percepiti. La serie rende tangibile la frustrazione di chi cerca un senso di appartenenza in una moltitudine che non ascolta.
2) L’identità come processo di erosione

In Pluribus, l’identità non è mai stabile. I personaggi cambiano costantemente, non per evoluzione positiva o crescita personale, ma perché continuamente sottoposti a pressioni sociali, norme interne al sistema, e dinamiche relazionali che ne consumano la coerenza. L’io diventa frammentario, fluido, sempre in bilico tra ciò che desidera e ciò che gli altri impongono o aspettano. Il processo di erosione identitaria è centrale nella serie: ogni rinuncia, ogni compromesso, ogni adattamento si somma a quelli precedenti, producendo un personaggio che fatica a riconoscersi.
L’identità non viene distrutta da eventi traumatici isolati, ma logorata da una quotidianità costante e dall’interazione con un mondo che richiede conformità. La serie riflette così un’esperienza contemporanea molto reale e la necessità di adattarsi a contesti professionali, sociali e relazionali sempre più complessi rende l’identità flessibile, funzionale, ma fragile. In questo contesto, l’io non è più un nucleo centrale, ma una funzione da negoziare quotidianamente. Narrativamente, Pluribus mostra questa frammentazione attraverso comportamenti contraddittori dei personaggi, cambi di prospettiva e conflitti interni che emergono in modi sottili ma penetranti.
Tematicamente, l’identità instabile diventa simbolo di una condizione più ampia. Nello specifico, la difficoltà di mantenere coerenza e autenticità in un mondo che premia l’adattamento continuo e l’omologazione. Il messaggio implicito della serie è potente e ci invita a riflettere su quanto della nostra identità sia realmente scelta e quanto sia imposto dalle circostanze, e su come, in un contesto collettivo e complesso, l’autenticità individuale sia costantemente messa alla prova.
3) Pluribus: la ripetizione come anestesia dell’esistenza

Un terzo simbolo centrale è la ripetizione. In Pluribus, molte azioni, comportamenti e dinamiche narrative si reiterano con piccole variazioni, creando un senso di familiarità inquietante. Tuttavia, questa ripetizione non porta conforto: non è routine rassicurante, ma stagnazione. La normalità stessa diventa opprimente, perché ogni atto quotidiano, ogni gesto o scelta, perde significato nella sua reiterazione infinita. La ripetizione diventa, così, simbolo di assuefazione al vuoto.
I personaggi non esplodono emotivamente e non reagiscono drammaticamente. Ma, a tal proposito, subiscono, si adattano, accettano la monotonia come condizione naturale. La tragedia (ecco le serie che sono tragedie annunciate) non è nel dolore acuto, ma nell’abitudine a un’esistenza priva di scopo e direzione. Dal punto di vista tematico, questa scelta riflette fenomeni sociali attuali: la routine e la ripetizione, lungi dall’essere neutralizzanti, possono essere strumenti di controllo. Una vita strutturata e prevedibile anestetizza, riduce la capacità di scelta e limita la consapevolezza critica.
Pluribus mostra, con grande lucidità, che l’anestesia della ripetizione è uno dei modi più subdoli in cui l’individuo viene assorbito dalla collettività. La serie amplifica questo effetto attraverso sequenze che richiedono attenzione e tempo, come dialoghi simili, eventi ricorrenti, dettagli che tornano ciclicamente. Lo spettatore percepisce la costanza, ma anche la mancanza di progresso, vivendo indirettamente la sensazione di impotenza dei personaggi.
4) Il corpo come ultimo baluardo dell’individualità

Il quarto simbolo tematico è il corpo. In un mondo dove identità, collettività e routine tendono a dissolvere l’individuo, il corpo rimane l’unica manifestazione tangibile dell’esistenza. In Pluribus, il corpo non è mai idealizzato, ma fragile, affaticato, esposto alle pressioni esterne, spesso segnato dal contesto sociale e relazionale in cui vive. Attraverso il corpo, la serie racconta le tensioni interne ed esterne ai personaggi.
Dunque, il dolore, stanchezza, gesti involontari, espressioni silenziose diventano mezzi per comunicare ciò che non può essere verbalizzato. Il corpo diventa il campo in cui si gioca la battaglia più autentica tra individuo e collettività. L’ultimo luogo in cui l’io può resistere all’omologazione, alla ripetizione e alla disumanizzazione. Questo simbolo risuona con le riflessioni contemporanee sul corpo come spazio politico e personale.
E in un’epoca in cui l’identità può essere continuamente manipolata da norme sociali, culturali e digitali, il corpo resta una forma di autenticità, un segnale pragmatico che l’individuo esiste davvero, anche quando tutto il resto sembra negarlo o uniformarlo. Pertanto, Pluribus utilizza il corpo non solo per mostrare vulnerabilità, ma anche per costruire empatia: chi guarda percepisce la fatica, la resistenza e la tensione dei personaggi, entrando indirettamente nel loro vissuto e riconoscendo l’universalità di questa esperienza.
5) Il silenzio come atto etico e riflessivo in Pluribus

È evidente. In Pluribus, il silenzio non è mera assenza di dialogo, ma uno strumento narrativo e filosofico. La serie sceglie di non spiegare tutto, di lasciare domande aperte, di dare spazio all’interpretazione personale. Non c’è guida morale né interpretativa, e lo spettatore deve confrontarsi direttamente con l’ambiguità e il dubbio. Il silenzio diventa, così, un atto etico: rifiuta la semplificazione e invita a un’esperienza più matura della visione televisiva.
È un invito a interrogarsi, a sospendere il giudizio, a riflettere su ciò che non viene detto. In un panorama seriale che spesso preferisce la gratificazione immediata e la chiarezza, Pluribus osa il contrario. Preferisce educare allo sguardo critico e alla tolleranza dell’ambiguità. Narrativamente, inoltre, il silenzio amplifica la tensione emotiva e psicologica. Le pause tra i dialoghi, i vuoti nelle scene, la mancanza di spiegazioni verbali trasformano lo spettatore in partecipante attivo.
Difatti, chi guarda diventa testimone, interprete e co-creatore del significato della serie. Qui l’assenza di suono, pertanto, non è vuoto, ma pienezza potenziale. Ogni pausa e mancata risposta, apre spazi di riflessione e introspezione che rendono l’esperienza unica e memorabile. È il simbolo della responsabilità dello spettatore e della profondità narrativa che la serie riesce a costruire senza artifici spettacolari.




