The Good Place

- Disponibile su Netflix.
“The Good Place ci insegna che non importa come o quanto, ma avremo sempre modo di rendere il mondo un posto migliore. Chiudendo la sua esistenza Eleanor, e non solo lei, diventa quella vocina nella testa delle persone che dice loro di fare la cosa giusta. Creando così un ciclo infinito per risanare il mondo”. Nella nostra spiegazione del finale di The Good Place emerge la chiave fondamentale per la sua lettura: la sua è una dimensione extracorporea e sensoriale che sopravvive ai personaggi stessi, in una logica che abbraccia il mondo intero con una dolcezza eccezionale. Si arriva così a una scelta che non ci sorprenderemmo se risultasse sindacabile per qualcuno: non tanto per il finale, ma per quello che The Good Place è stata nel corso del suo percorso discontinuo.
Dopo una memorabile prima stagione, tra le migliori dell’ultimo decennio televisivo, The Good Place si è assestata nel tempo su standard non altrettanto straordinari: nonostante ciò, non ha mai perso la sua anima e si è sempre confermata su ottimi livelli. Ma qui non si parla delle serie in sé: si parla di finali. E sul finale, francamente, c’è molto meno da discutere: pur non smarrendo la sua vocazione all’intrattenimento, ha una forza empatica che raramente si è vista in tv. E che rappresenta un’opportunità preziosa per riflettere sul posto che occupiamo in questo mondo. Perché sì: una comedy sa essere persino questo, se finisce tra le mani di un autore come Michael Schur.
Sons of Anarchy

- Disponibile su Disney+.
Ci sono immagini che parlano più di ogni parola. Quando si ripensa al finale di Sons of Anarchy, uno dei migliori mai visti in tv, si torna subito agli ultimi istanti di Jax Teller: le mani librate nell’aria mentre era in sella alla sua moto per l’ultima volta, quasi fosse il protagonista di un martirio indispensabile per salvare la sua gente, le persone a cui ha voluto davvero bene. Poi un piccolo sorriso, senza dire altro. Lo schianto e il buio passano in secondo piano: la morte è un passaggio formale, un momento imponderabile che anche lui attraversa, scegliendo di farlo alle proprie condizioni, ma l’orologio di Sons of Anarchy si era comunque fermato un attimo prima.
Shakespeariano, poetico e crudo, il capitolo conclusivo di Sons of Anarchy è un esempio magistrale di scrittura televisiva. Permette di fare pace con ogni potenziale limite della serie, restituendoci un ritratto ricco di simbolismi suggestivi e attraversato da un cuore che batte all’impazzata. Come abbiamo già evidenziato in altri punti e ancora faremo nei prossimi, la scelta di ricorrere alla circolarità è evidente: una scelta canonica, ma poi è la variazione sul tema a restituirne l’unicità. Di padre in figlio, con una metafora sullo sfondo che suggerisce chiavi di lettura ancora più ambiziose: il finale di Sons of Anarchy lascia senza fiato ogni volta che torna in mente.







