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5 Manchild delle Serie Tv che ci hanno stretto il cuore

Joey Tribbiani, uno dei manchild delle serie tv

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Nel vasto panorama delle serie televisive, un territorio narrativo che si nutre di dualismi, archetipi e mutazioni generazionali, c’è un tipo di personaggio che sembra emergere con sempre maggiore forza, fino a diventare un elemento distintivo del modo contemporaneo di raccontare la mascolinità: il manchild. Ma il manchild delle serie tv non è semplicemente “l’uomo che non vuole crescere”. È, piuttosto, un personaggio che vive nella zona di confine tra giovinezza e maturità, tra gioco e responsabilità, tra incoscienza e una forma profondissima di sensibilità emotiva.

Ciò che rende questi personaggi così magnetici è la loro capacità di infrangere la rigidità dell’archetipo maschile tradizionale. Nei decenni passati, la figura maschile nelle serie tv era spesso tratteggiata come razionale, composta, sicura di sé, a volte fragile ma sempre “funzionale” alla narrazione. Il manchild delle serie tv, invece, porta in scena una mascolinità diversa che vacilla, si inceppa, ride anche di sé, piange e sbaglia spesso. Una mascolinità (Ted Lasso e la visione della mascolinità) che non ha paura di apparire ridicola, perché non ha mai imparato davvero a fingere.


I Manchild non si limitano al desiderio di rimanere bambini

Piuttosto, questi incarnano una generazione di adulti che si trova a crescere in un mondo pieno di incertezze e ha dovuto ridefinire il concetto stesso di maturità. Non esistono più transizioni nette, né modelli prestabiliti. Pertanto, c’è un continuo oscillare tra ciò che si è stati e ciò che si dovrebbe essere, tra responsabilità sempre più complesse e una nostalgia emotiva difficile da abbandonare. I manchild, dunque, ci parlano di questo tempo di mezzo: del momento in cui ti rendi conto che sei grande, ma non ti senti affatto tale.

Ed è proprio in questa frattura, sicuramente tenera, dolorosa, comica, che nasce la forza narrativa del manchild. Attraverso le loro gaffe, le loro paure, i loro entusiasmi infantili, questi personaggi raccontano la vulnerabilità maschile come raramente era stata raccontata prima. Senza eroismi, senza retorica, senza sovrastrutture. Così, in questa analisi, ci immergiamo nel cuore emotivo di cinque manchild indimenticabili. Cinque uomini radicalmente diversi, eppure uniti dallo stesso nucleo fragile e luminoso. Ognuno di loro offre una prospettiva diversa sul non sentirsi mai completamente “adulti”, trasformando la loro immaturità in un potente strumento narrativo e affettivo.

1) Nick Miller: il Manchild delle Serie Tv dalla vulnerabilità cruda

Nick Miller: minchild delle serie tv

Nick Miller è probabilmente uno dei personaggi più umani e psicologicamente complessi creati nel panorama delle sitcom moderne. La sua immaturità non è superficiale né farsesca: è radicata nelle sue paure più profonde, nelle sue convinzioni limitanti, nel suo sguardo perennemente disilluso sul mondo. Nick è un uomo che ha rinunciato troppo presto a credere nel futuro, quasi per proteggersi da ulteriori delusioni. Sembra vivere nella convinzione che ogni tentativo sia destinato a fallire e, quindi, meglio non iniziare nemmeno. La sua incapacità di prendersi cura di se stesso non è semplice trascuratezza, ma il sintomo di un’anima che fatica a trovare un posto nel mondo.

Nick in New Girl si muove con la goffaggine emotiva di chi ha paura di essere giudicato, di fallire, di non essere mai abbastanza. Il suo bar (ecco le serie per gli amanti dei bar) non è solo un lavoro: è una tana, un rifugio simbolico in cui può restare fermo mentre tutto intorno cambia. Eppure, Nick è anche il personaggio che più facilmente conquista il cuore del pubblico, perché non indossa maschere. È autentico in modo brutale. Parla senza filtri, ama in modo caotico, si lascia travolgere dalle emozioni, anche quando sarebbe più facile costruire una facciata solida.

È il manchild delle serie tv più vero, perché incarna una vulnerabilità che raramente si ha il coraggio di mostrare. Il suo percorso di crescita non è mai spettacolare, ma è fatto di piccoli passi, di tentativi, di cadute rovinosamente comiche e di risalite timide. Nick non diventa un adulto “pieno”, ma impara ad accettarsi, a riconoscere il valore delle sue passioni, a lasciarsi amare. Ed e proprio questo suo cammino imperfetto, fragile, lento e umano, a renderlo uno dei manchild più memorabili della televisione.

2) La tenerezza adulta di Marshall Eriksen

Marshall Eriksen

Marshall Eriksen è un caso quasi unico. Si tratta di un uomo adulto, competente, responsabile, ma con un cuore che non ha mai perso la capacità di stupirsi. Se Nick Miller rappresenta il lato disilluso del manchild, Marshall ne incarna la versione più luminosa, quella che trasforma la propria innocenza in un punto di forza. Marshall è un sognatore irriducibile. Crede nelle storie che si racconta, nei miti della sua famiglia, nei segni dell’universo, nelle possibilità infinite dell’amore. È un uomo capace di sciogliersi in un pianto liberatorio per un gesto affettuoso, o di ridere con la spontaneità di un bambino.

Questa emotività così trasparente lo distingue profondamente dagli altri personaggi maschili di How I Met Your Mother (qui un’analisi del finale di serie) e lo rende un punto di riferimento affettuoso e rassicurante. La sua immaturità, però, non va letta come debolezza: al contrario, è una forma di resistenza gentile. Marshall rifiuta di diventare cinico, rifiuta di adattarsi a un mondo che considera la tenerezza un difetto. Ci mostra che crescere non significa indurirsi, ma ampliare il proprio cuore.

C’è poi un aspetto psicologicamente prezioso nel suo personaggio, in quanto lui vive le grandi crisi della vita, come la perdita, la paura delle scelte definitive e i fallimenti, senza nascondersi dietro la forza apparente. Piange, trema, si confessa, si lascia sostenere. In una cultura che demonizza la fragilità maschile, Marshall la celebra. E grazie a questo, riesce a essere un adulto migliore. La sua puerilità non è un rifiuto della crescita, ma la determinazione a portare con sé la propria parte più pura. È il manchild che ci insegna che la dolcezza può essere una forma di coraggio.

3) Todd Chavez è il Manchild della disconnessione esistenziale

Todd Chavez: manchild delle serie tv

Todd Chavez è forse il manchild più complesso, più sfuggente e simbolicamente ricco di questa analisi. In un mondo narrativo come quello di BoJack Horseman, in cui la satira si mescola alla depressione, al nichilismo e alla critica sociale, Todd diventa una figura quasi metaforica. Questi rappresenta l’individuo che non riesce a inserirsi da nessuna parte. La sua acerbità è visibile fin dal primo episodio: Todd vive senza obiettivi chiari, senza lavoro stabile, senza una rete di sicurezza. Sembrerebbe la più classica delle figure comiche, come il coinquilino fannullone, ma in BoJack Horseman nulla è davvero comico senza essere anche tragico.

Todd non è solo “immobile”, ma smarrito. È un uomo che non sa cosa vuole e, ancora più doloroso, non sa perché non lo sa. La sua incapacità di prendere decisioni importanti è la manifestazione esterna di un vuoto identitario profondo. Pertanto, Todd è uno dei pochi personaggi della televisione moderna la cui immaturità non è un tratto caratteriale, ma un sintomo esistenziale. Non ha un posto, non ha un ruolo, non ha un “sé” definito. Il suo percorso verso la scoperta della propria asessualità è uno dei momenti più significativi della serie e della storia della rappresentazione televisive.

Così, improvvisamente, tutto quello che sembrava pigrizia, disinteresse o confusione acquista un nuovo significato. Questo personaggio non era “piccolo” nel senso tradizionale, ma un uomo che non aveva ancora trovato il linguaggio per descrivere se stesso. Da quel momento, la sua crescita diventa più dolce, più luminosa e comincia, lentamente, a prendere decisioni, a scegliere relazioni, a costruire un’identità. Non diventa improvvisamente un adulto funzionale, ma trova un punto fermo dentro il proprio caos. Ed è in quella conquista minuscola e gigantesca insieme che Todd tocca il cuore dello spettatore.

4) Iconico e senza tempo? Ovviamente Joey Tribbiani

Joey Tribbiani

Joey Tribbiani (ecco un focus sul personaggio) non è solo un manchild, ma il Manchild. L’archetipo definitivo, il modello da cui tanti altri personaggi successivi sono stati ispirati. La sua indole è tanto evidente quanto irresistibile: Joey vive seguendo il proprio appetito, i propri desideri immediati, le proprie passioni più semplici. Ama senza filtri, mangia senza limiti, dorme con la stessa determinazione con cui affronterebbe un provino. La sua ingenuità è talmente pura da risultare quasi poetica.

Joey non capisce le metafore più complesse, ma comprende perfettamente le emozioni. Non sa gestire i propri soldi, ma è capace di sacrificarsi per un amico. Questa miscela di infantilismo e generosità lo rende una delle figure più affettuose di Friends e della televisione. Eppure, Joey è anche un personaggio tragico in modo sottile. Sotto la sua apparente leggerezza si nasconde un uomo che vive costantemente sull’orlo dell’insicurezza professionale e personale. Joey sa di essere un attore mediocre, teme l’abbandono, soffre quando percepisce di non essere all’altezza del gruppo.

La storyline in cui si innamora di Rachel è un esempio magistrale della sua complessità. Di fatto, Joey lotta con sentimenti profondi e adulti che non sa come gestire, e il modo in cui sceglie di rinunciare parla di un senso del sacrificio che pochi gli attribuirebbero. In quel momento, l’eterno ragazzo diventa un uomo, ma senza perdere la sua innocenza. Pertanto, lui entra dentro di noi proprio perché ci mostra che anche i caratteri più semplici nascondono un mondo emotivo sorprendentemente ricco.

5) Il Manchild più luminoso delle Serie Tv è Phil Dunphy

Phil Dunphy: manchild delle serie tv

Phil Dunphy è l’esempio più positivo e rigenerante del manchild moderno delle serie tv. È un adulto a tutti gli effetti perché ha una famiglia, un lavoro stabile, responsabilità chiare. Eppure conserva dentro di sé una scintilla adolescenziale che non si è mai spenta. Phil vive ogni giorno con una meraviglia quasi infantile: è curioso, entusiasta, sempre pronto a trasformare la quotidianità in un gioco. Il tratto distintivo di Phil è la sua capacità di amare senza riserve.

L’amore per Claire, per i figli, per la vita stessa è così grande da superare la sua goffaggine, le sue ansie, la sua tendenza al pasticcio. Non a caso, Phil sembra dire ad ogni scena di Modern Family: “la vita è troppo breve per essere presa troppo sul serio”. Eppure, anche in lui l’immaturità è radicata in qualcosa di più profondo. Phil cerca costantemente approvazione, teme il giudizio, soffre quando percepisce di aver deluso qualcuno.

Questa vulnerabilità latente rende la sua prematurità ancora più dolce e, dietro ogni battuta di spirito, c’è un uomo che vuole solo essere amato e riconosciuto. Pertanto, lui è il manchild che non mette in scena la fragilità maschile come fallimento, ma come possibilità. È la prova vivente che si può essere adulti senza diventare cinici, che si può affrontare la vita con responsabilità e, allo stesso tempo, con leggerezza. In definitiva, un faro di equilibrio emotivo, tanto imperfetto e pasticcione, quanto brillante e profondamente umano.