Cosa rende una bella serie tv davvero memorabile? Credo che gli elementi siano tanti, ma ce ne sono due che, quando coesistono, fanno davvero la differenza. Il primo sono le menti che ci sono dietro, le persone che trasformano l’idea in un progetto concreto. Ideatori, sceneggiatori, produttori: figure che prendono ciò che è ancora totalmente astratto e gli danno una visione precisa, punti di vista che conferiscono alla serie la sua direzione chiara e definita. Il secondo sono gli attori che ci mettono la faccia e, quando sono davvero bravi, molto di più: ci mettono personalità, valore aggiunto, un’indole profonda e intima che al progetto delle menti dà una caratterizzazione vera e propria.
È per questo, per l’importanza della combinazione di questi due elementi, che alcune coppie artistico/produttive sono diventate negli anni una garanzia per la serialità. Penso a Ryan Murphy con Sarah Paulson ed Evan Peters, o a Mike Flanagan con Henry Thomas. E seguendo questa scia, ci sono tante coppie che per genere, visione e modalità espressive ci piacerebbe veder lavorare insieme. Coppie che, ne siamo certi, insieme farebbero faville. Una di queste, finalmente, l’abbiamo recentemente vista alla prova: la coppia formata da Steve Carell e Bill Lawrence.
Il frutto della tanto attesa collaborazione tra Steve Carell e Bill Lawrence ha un nome: Rooster.
Produzione HBO arrivata su HBO Max in Italia il 9 marzo – attualmente ancora in fase di distribuzione seguendo la diffusione settimanale ancora tanto cara alla piattaforma ma già rinnovata per una seconda stagione -, Rooster segue le vicende di Greg Russo, scrittore del best-seller che dà il nome alla serie, alle prese con una nuova esperienza lavorativa come insegnante all’Università. Greg non rispecchia in alcun modo l’immagine che ci viene in mente quando pensiamo all’idea di un docente universitario in un college statunitense. È – e soprattutto si sente – spesso fuori luogo, lontano dal mondo che si ritrova quasi per caso a frequentare. E la sua indole insicura gli fa dare in questi contesti il peggio di sé, portandolo a continui scivoloni tanto fisici quanto metaforici.

A legarlo al Campus, molto più dell’opportunità lavorativa, è la presenza di sua figlia. Katie è un’insegnante di Storia dell’arte vittima suo malgrado di uno scandalo sentimentale/sessuale interno all’Università, causato dall’ormai quasi ex marito che ha cominciato una relazione con una studentessa. Da padre iperprotettivo, Greg cerca di starle vicino come può, e nell’ottica appena descritta ne combina di ogni, compresa una lite in diretta sulla BBC. Questa trama, che di per sé sembra più tragica che altro, viene portata avanti con piacevole leggerezza grazie a un’ironia a tratti disarmante. Un’ironia che negli ultimi vent’anni di serialità abbiamo visto essere il cavallo di battaglia tanto delle interpretazioni di Steve Carell quanto delle produzioni di Bill Lawrence.
Steve Carell ci ha regalato e continua a regalarci un realismo ironico e contemporaneamente drammatico.
Michael Scott, il personaggio a cui il suo volto è legato indissolubilmente, ne è la prova lampante. Nella sua interpretazione più iconica, Steve Carell ha dato vita a un uomo totalmente inconsapevole del contesto in cui si trova. Un personaggio, proprio per questo, assolutamente reale. La sua interpretazione ha reso perfetto un personaggio complicato, talmente fuori dal mondo da essere a tratti fastidioso. Eppure lo abbiamo amato alla follia e continuiamo ad amarlo, sempre sul filo del rasoio tra genialità e pura follia. E a distanza di anni per noi The Office ha il suo volto, anche se non ha preso parte a tutte le stagioni.
Il personaggio che Steve Carell ci sta regalando ora, se da un lato è totalmente agli antipodi rispetto all’inconsapevolezza di Michael Scott, dall’altro poggia su basi molto simili. Greg Russo sa benissimo quali sono i suoi punti deboli e le sue paure, e ha costruito il suo Rooster proprio per compensare tutto ciò che lui non è. Sa anche quanto sia intrinsecamente diverso dal contesto in cui si trova. La consapevolezza però non gli basta. Anzi, è proprio il motivo per cui continua a cacciarsi in situazioni paradossali finché non diventano addirittura tragiche. Due esempi su tutti? Chiama un’alunna Balena bianca e scivola per atterrare dritto sul petto di un’altra alunna durante una lezione. Greg passa più tempo davanti alla commissione disciplinare del Campus che dietro la cattedra. E per quanto ci provi, fa fatica a uscire da questo circolo vizioso.

Il contesto in cui Rooster è stata costruita è parte integrante di tutto questo.
Ciò che succede al Ludlow College è la perfetta rappresentazione in chiave tragicomica di tante dinamiche estremamente umane e contemporanee. Bill Lawrence, colui che questa serie l’ha avuta in mente ancor prima di darle vita, ci aveva già dato prova di grande abilità in questo senso. Da lui, ormai, ci aspettiamo sempre comedy con un qualcosa in più. Comedy che non lo sono mai del tutto, o non lo sono mai esclusivamente. Come sceneggiatore è campione nella scelta di contesti quotidiani (in alcuni casi anche drammatici) a cui far sprigionare il lato più paradossale, attraverso un’ironia profonda, riflessiva e mai banale. Un’ironia che è tipica delle serie e dei personaggi di Bill Lawrence perché è intrinsecamente sua.
I medici di Scrubs, il coach Ted Lasso, il terapeuta Jimmy Laird protagonista di Shrinking: i personaggi scritti e descritti da Bill Lawrence sono ironici e dissacranti, irriverenti, divertenti da un lato e profondi spunti di riflessione dall’altro. I contesti in cui si muovono, le professioni che svolgono, nulla è lasciato al caso e tutto contribuisce a costruirli come figure complesse con un unico comune obiettivo: raccontarci.
Ora anche Greg Russo si aggiunge a questa lista.
L’unione tra uno sceneggiatore e un interprete che per tanto tempo abbiamo visto viaggiare su binari paralleli, che andavano nella stessa direzione ma non si incrociavano mai. E invece adesso eccoli qui, Bill Lawrence e Steve Carell, insieme a portarci esattamente dove è giusto che l’ironia ci porti: a pensare, a guardarci dentro, a metterci in discussione. Ci abbiamo sperato ed è successo, finalmente. E la cosa più bella è che avevamo ragione: non ci hanno minimamente deluso.




