Attenzione: l’articolo che segue non contiene spoiler significativi su Romanzo Criminale.
Anno Domini 2007: la Fox italiana lancia sui suoi schermi la prima fuoriserie italiana. Sarebbe persino superfluo ricordarne il titolo, ma nel dubbio lo facciamo lo stesso: Boris. La comedy non ha bisogno di presentazioni e nacque con un intento chiaro: offrire una satira caustica e impietosa del mesto panorama delle fiction italiane allora in onda sulle reti generaliste. Mesto, sì, perché il sistema si era arroccato su linguaggi, temi e dinamiche vetusti, standardizzati, eredità stanche di generazioni televisive ormai superate. Le eccezioni esistevano, certo, ma il messaggio dominante era evidente: tutto era ridotto alle Occhi del cuore di turno, e raramente c’era qualcosa di davvero nuovo da dire.
Un anno dopo, Sky Italia mandò in onda una di quelle eccezioni. Anzi, l’eccezione per eccellenza. Una violazione delle regole che faceva eco alle voci crescenti della Golden Age statunitense. È quasi una coincidenza simbolica il fatto che una serie destinata a riscrivere il codice genetico della serialità – Breaking Bad – vide la luce per la prima volta proprio nel 2008. Se però Breaking Bad era la punta dell’iceberg di un movimento già avviato con I Soprano, Romanzo Criminale fu un alieno. Un’irruzione improvvisa nel salotto buono della tv italiana, ormai ricoperto di ragnatele e vecchi ritratti sbiaditi dal logorio del tempo.
Esageriamo? No, affatto: Romanzo Criminale, nell’arco di due stagioni, fu un uragano televisivo per la sonnecchiante Italia.
Diede forma concreta all’idea che la serialità potesse essere qualcosa di diverso, di altro, rispetto alle solite fiction. E rievocò, in parte, i fasti degli antichi sceneggiati: quei momenti rari in cui la televisione italiana aveva già mostrato una dignità cinematografica. Romanzo Criminale fu il capostipite di una nuova generazione che solo oggi – o, quantomeno, negli ultimissimi anni – sta davvero esprimendo tutto il suo potenziale. Senza timore di smentita: senza Romanzo Criminale non avremmo avuto Gomorra né Suburra, o la più recente The Bad Guy.
Le affinità tematiche sono in alcuni casi marginali – soprattutto nel terzo caso – ma ciò che conta davvero è l’impulso artistico che la serie ha innescato. Un impulso che, ancora oggi, a distanza di diciassette anni dalla prima messa in onda, la rende un paradigma imprescindibile per chi decide di scommettere sulla qualità autoriale. Un invito a non limitarsi ad assecondare i mortificanti dettami degli algoritmi, ma a osare.
Per questo, Romanzo Criminale merita un omaggio strutturato come già fatto in passato per altre serie tv fondamentali della storia recente. Una recensione divisa in due parti: una senza spoiler – quella che state leggendo – e una più libera che entra nel merito di ogni dinamica narrativa.