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Yellowstone: la recensione del primo episodio

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Che settimana per John Dutton. Non fanno altro che ripeterglielo, come se già non lo sapesse. Sembra proprio che, tutto d’un tratto, il destino abbia deciso di accanirsi, di mettergli forse per la prima volta i bastoni fra le ruote. Pare chiaro che in troppi mirino a sovvertire lo status quo che da anni regna nello Yellowstone Dutton Ranch, il più grande allevamento di bestiame del Montana e di tutti gli Stati Uniti.

Pare altrettanto chiaro però che a giocare con John Dutton si rischi seriamente di rimanere scottati.

Non è affatto facile entrare in Yellowstone per la gente comune così come per gli spettatori.

Yellowstone

La nuova Serie di Taylor Sheridan, showrunner e regista di tutti e dieci gli episodi di questa prima stagione, ci mette un bel po’ a scoprire le proprie carte. Complice un lunghissimo episodio pilota, di oltre un’ora e mezza, tutto ci viene mostrato con estrema calma, indugiando dove si può e procedendo un passo alla volta.

Sembra un western ambientato ai giorni nostri, Yellowstone, eppure si prende un bel rischio. Preferisce non percorrere la strada più canonica (e vincente) di questo genere, ossia la semplicità della narrazione. Al contrario, ne sceglie una ben più impervia. Una simile a quella, per intenderci, della tanto bistrattata seconda stagione di True Detective.

La storia ci viene rivelata a poco a poco. Quel che conta è che facciamo presto la conoscenza di John Dutton, patriarca ingente e implacabile della famiglia più importante e facoltosa di tutto il Montana. Anche se di lui sappiamo ancora ben poco, si può subito intuire quanto sia temuto e rispettato e, soprattutto, quanto facciano gola a tutti i confini della sua immensa proprietà.

Per difenderli, Dutton è disposto a fare qualsiasi cosa sia necessario, anche se questo vuol dire ricorrere alla violenza o a mezzi poco leciti e convenzionali. Un’accesa disputa incrociata con proprietari terrieri, nativi americani, speculatori edilizi e politici ambientalisti rischia di far scoppiare una guerra sanguinosa che Dutton non è affatto disposto a perdere.

Di primo acchito, Yellowstone ha innanzitutto il grande merito di aver fatto bingo con la scelta del proprio protagonista: Kevin Costner.

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Da sempre a suo agio con lazo, selle e stivali con speroni, a distanza di quasi trent’anni da Balla coi lupi, il premio Oscar torna al western televisivo dopo l’ottima parentesi di Hatfields & McCoys. Come per molti divi di mezza età anche il nostro Kevin si è trovato, a 63 anni suonati, a un bivio della propria carriera. Sul grande schermo recentemente ha vestito (senza troppo successo) i panni dell’action hero, seguendo la scia lunga di Liam Neeson, per poi mettere a segno due memorabili ruoli secondari ne Il diritto di contare e in Molly’s game.

Rivederlo finalmente sulla scena da protagonista (nonché produttore esecutivo), in un ruolo perfetto per il suo status attuale, è una gioia per tutti gli amanti della settima arte. Un motivo che da solo varrebbe la visione di Yellowstone, ma che viaggia a pari merito con la prestigiosa firma di Taylor Sheridan sulla serie marcata Paramount.

L’uomo che ha firmato la sceneggiatura di Sicario ed Hell or High Water (trovate entrambi su Netflix) e che ha esordito alla regia proprio lo scorso anno con l’ottimo I segreti di Wind River è ormai un’assoluta garanzia di qualità, specie quando si tratta di raccontare storie cowboy immersi nella natura rurale. Il suo stile asciutto e crepuscolare, i suoi personaggi tormentati e laconici, i suoi scenari sempre suggestivi e d’impatto sono tutti marchi di fabbrica di un autore sempre più lanciato e sicuro dei propri mezzi.

Come detto, in Yellowstone Sheridan non ha paura di prendersi i suoi rischi. La carne al fuoco dopo solo un episodio è tanta, e la direzione in cui vuole vertere lo show non è ancora del tutto chiara, anche a causa dell’ingente quantità di personaggi sulla scena.

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Dutton infatti non sarà solo a combattere la propria battaglia. Al suo fianco ci sono i suoi quattro figli: il maggiore Lee – l’unico rimasto al Ranch per dargli manforte – Jamie, l’avvocato meno cowboy della famiglia, la spietata donna d’affari Beth (la Kelly Reilly già apprezzata in – indovinate un po’ – True Detective 2) e Kayce, il figliol prodigo tornato all’ovile dopo tanto tempo.

Quest’ultimo, ex marine, è senza dubbio quello con il background più interessante dei quattro. Kayce infatti ha lasciato la proprietà di famiglia per vivere ai suoi confini nella riserva indiana, dopo aver sposato la nativa Monica e aver avuto da lei anche un figlio, Tate. La guerra del padre per il proprio territorio lo metterà senza dubbio in una scomoda posizione, essendo fin dal principio mal visto, per ovvi motivi, dai congiunti della consorte.

Il rapporto padre-figlio è forse l’aspetto più interessante di una serie che, come detto, si discosta dai tipici western, sia per la coralità del proprio cast che per la scelta di sviluppare la storia e sciorinare le informazioni per bocca dei Dutton Jrs. Nonostante ciò, Costner è la stella più lucente, tanto da rubare la scena a tutti. Merito di un ruolo cucito su misura, quello di uomo con un codice morale più che discutibile, che sembra quasi più attaccato alla pellaccia del proprio bestiame piuttosto che al bene della propria prole.

Insomma, Yellowstone ci mette un po’ ad ingranare, ma la regia sempre ispirata e la prova di un Costner in stato di grazia favoriscono la visione fino al climax emotivo dell’episodio. L’inizio della battaglia scatenerà conseguenze sanguinose, che già possiamo intuire. Niente sarà più come prima, e tutto lascia ben sperare per il proseguo della stagione.

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Siamo già curiosi di saperne di più sui Dutton e sul loro passato. Sulla matriarca scomparsa e sul ventilato e proverbiale pugno di ferro del capofamiglia. Per tutta la puntata assistiamo a siparietti in cui la gente interessata al Ranch chiede come sia trattare con John Dutton. La risposta, da parte di chi lo conosce, è che è un uomo ragionevole, tranne con chi prova a toccare ciò che gli appartiene. Chi non ne terrà conto rischierà di impararlo presto e a caro prezzo.

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Written by Andrea Scoppetta

Di solito quando scrivo non faccio che usare parole come pasghetti e mopodori, faccio continui riferimenti minacciosi e immotivati all'ONU e alla fine non faccio che ripetere vaffaflanders e altre cose che non posso dire.
Anche simpaticamente.

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