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Cominciare una serie thriller nel 2025 è un terno al lotto. Il mondo dell’intrattenimento oggi va veloce, tanto veloce, troppo veloce. Una velocità di produzione che non sempre si coniuga bene con la scrittura di storie interessanti, coerenti e approfondite che si traducano poi in serie – ma anche in film, il discorso non è poi così diverso – altrettanto interessanti, coerenti e approfondite. In parole povere, al bisogno di produrre tanto corrisponde troppo spesso una produzione di bassa qualità. Vale per tutti i generi ma per i thriller vale un po’ di più, perché le dinamiche e le necessità narrative di questo genere fanno sì che per far quadrare le cose, la mancanza di coerenza e i buchi di trama siano dietro l’angolo. Ma da appassionata non demordo, e continuo la mia ricerca di serie thriller che vale la pena vedere. Ecco, stavolta ho trovato Wayward – Ribelli.
Rispetto alle tante volte in cui ho cominciato serie thriller con la consapevolezza che probabilmente non mi sarebbero piaciute, due elementi stavolta mi hanno fatto ben sperare fin dal principio. Rettifico, non due elementi: due persone in carne e ossa che hanno contribuito a dare vita a questa nuova produzione del catalogo Netflix sia davanti che dietro la macchina da presa. La prima è Mae Martin, artista a tutto tondo di cui avevo già amato sia la scrittura che l’interpretazione in un genere diverso ma in un racconto profondo e sincero come quello di Feel Good (ne parliamo qui). La seconda è Toni Collette, attrice superba che credo dia il meglio di sé proprio tra thriller e horror. E allora mi sono detta: chi sono io per non dare fiducia a due persone che non l’hanno mai tradita? Spoiler: non me ne sono pentita.
Wayward – Ribelli: tutto ciò che si nasconde dietro la tranquillità
Benvenuti a Tall Pines, tranquilla cittadina del Vermont in cui non succede mai niente e l’occupazione prioritaria della polizia è mettere a posto l’archivio. Un posto sereno e pacifico nel bel mezzo del nulla in cui la comunità è coesa e familiare, tutti si sostengono e lasciare zucchine appena raccolte tutte le mattine fuori casa dei vicini è un atto di generosità di livello base. Benvenuti alla Tall Pines Academy, scuola per adolescenti problematici in cui il cibo è tutto marrone e gli studenti – o i prigionieri, dipende dal punto di vista – hanno un solo libro a disposizione: quello scritto da Evelyn Wade, la sua fondatrice. Non è un caso che non abbia parlato di preside. Più che una scuola, l’Accademia è una sorta di comunità di recupero con terapie psicologiche individuali e di gruppo con nessuna lezione frontale di inglese, storia o matematica.

Il racconto di Wayward – Ribelli prende forma da una parte e dall’altra delle mura e delle reti che circondano la scuola non permettendo a molte persone di entrare e praticamente a nessuno di uscire. Dentro ci sono ragazzi e ragazze con pochi anni ma parecchie esperienze alle spalle, tra abbandono, abuso di sostanze e violenza. Ci sono in particolare Abbie e Leila, le ultime arrivate direttamente dal Canada: la prima spedita a Tall Pines dalla sua ricca famiglia perché a loro dire la sua migliore amica la sta spingendo sulla strada sbagliata; la seconda corsa dal Canada proprio per aiutarla a evadere. Fuori c’è tutta la comunità di Tall Pines. E anche in questo caso ci sono gli ultimi arrivati, Laura e Alex.
I percorsi di questi quattro personaggi sono profondamente diversi l’uno dall’altro.
Abbie e Leila si ritrovano a Tall Pines contro la loro volontà, con una vita rivoluzionata da un giorno all’altro. Sono migliori amiche, adolescenti ribelli provenienti da contesti agli antipodi. Abbie ha alle spalle una famiglia per la quale la performance e le apparenze non sono solo importanti, sono tutto. Una famiglia che le gira intorno ma non la capisce, e che nemmeno si sforza di farlo. Tutto ciò che conta è che Abbie aderisca al suo modello, niente di più. Leila è invece un’adolescente lasciata totalmente a se stessa, con una madre che non le dà attenzioni né tantomeno sostegno. Ha visto morire sua sorella, con la quale aveva un rapporto dalle dinamiche complicate. Un’esperienza che la tormenta e che non è mai riuscita a metabolizzare davvero.
Quella di Laura e Alex è invece una scelta volontaria: vogliono costruire una serenità familiare in vista della nascita del loro bambino. La loro nelle prime scene di Wayward – Ribelli sembra la classica vita idilliaca: una grande casa, un cane, un bambino in arrivo, amore e sostegno reciproco. Non bisogna attendere molto però per cominciare a scavare più a fondo nei personaggi, rivelandone insicurezze e traumi. Alex ha un passato doloroso e sente il bisogno di farsi riconoscere da chi gli sta intorno. Laura invece dal canto suo sembra ingenuamente felice di essere tornata alle sue radici, ma il legame con la città, con l’Accademia e con Evelyn sono molto più profondi e malati di quanto possano sembrare.

Sappiate che qui comincia la parte con gli spoiler, quelli veri
Sono proprio le dinamiche psicologiche dei protagonisti a portare avanti la trama di Wayward – Ribelli. Il modello messo in piedi da Evelyn nella sua Accademia si appella ai traumi più profondi dell’esperienza delle persone che ne calcano il suolo, li coglie e – ben lontano da voler davvero aiutare a disinnescarli – li manipola a suo piacimento. Ognuno di noi è frutto del proprio passato, della propria educazione, delle scelte giuste e sbagliate dei nostri genitori e dei loro genitori ancora prima. È una catena che risale alla notte dei tempi, all’origine dell’uomo e alla sua intrinseca fallibilità. Una catena che Evelyn vuole interrompere a modo suo, strappando nei ragazzi che incontra ogni legame con il proprio passato e le proprie radici. Strappando – dunque – buona parte di ciò che li rende esseri umani.
Il suo lavoro comincia all’interno della Tall Pines Academy, dove adolescenti che sono già stati provati dalla vita vengono fatti sentire soli e abbandonati per porre l’Accademia e il suo metodo come unica soluzione di vita possibile. Continua poi al di fuori in una comunità cittadina che non è altro che una setta. Non ci sono bambini, non c’è futuro, non c’è speranza. La condizione più auspicabile è l’oblio, quello di persone che arrivano a voler rinunciare alla loro stessa umanità pur di mettere fine alle proprie sofferenze psicologiche ed emotive. E qui la domanda sorge spontanea: è davvero la soluzione giusta? Chiaramente no, ma ciò che Wayward – Ribelli sottolinea è quanto troppo spesso sia la soluzione che al problema diamo anche noi. Per davvero.
Un po’ Black Mirror, un po’ Midsommar, Wayward si traduce in una critica sociale neanche troppo velata

Il rapporto genitori-figli diventa nel tempo sempre più centrale. All’iniziale difficoltà che hanno gli adulti di comprendere le complessità di una fase della vita che sentono lontana si aggancia nel corso delle puntate il ruolo che i genitori hanno nella crescita emotiva dei figli. Ruolo che non sempre gli adulti si rendono conto di giocare. A farla da padrone è però anche la tendenza contemporanea a ricercare soluzioni semplici a problemi che semplici non sono, a voler rimuovere i problemi invece di affrontarli.
Siamo alla costante ricerca di qualcuno che ci dica cosa fare e come, guru del benessere, delle relazioni, di vita. Siamo disposti ad affidarci ai modelli più disparati e più folli pur di trovare una parvenza di tranquillità. Crediamo a chiunque sia in grado di offrirci una soluzione, per quanto surreale essa sia. E, una volta entrati in questi loop, vogliamo continuare a crederci. Ci illudiamo anche quando non ne siamo più convinti, perché mettere in discussione le nostre scelte farebbe ancora più male.
Non ci sono eroi, non ci sono personaggi senza macchia e senza paura
Mae Martin dà corpo a un poliziotto transgender, legando il suo personaggio a una tematica importante nell’attualità politica americana. Sarebbe facile pensare al suo Alex come al personaggio più puro della storia, quello in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e di perseguire i suoi valori. La verità però è che anche lui è figlio delle sue fragilità, come tutti. E si rivela ben disposto a mentire a se stesso pur di avere ciò di cui ha bisogno: qualcuno che lo ami, qualcuno da proteggere.
Gli eroi non esistono, esistono solo gli eroi che eleggiamo come tali. E il rischio di interrompere un ciclo malato dando vita a un altro ciclo malato è sempre dietro l’angolo. Il racconto di Wayward funziona per questo, perché scoperchiando i problemi scoperchia anche la ricerca delle soluzioni nei posti sbagliati. È un bagno di realtà in un contesto surreale, è uno specchio deformato che attraverso la deformazione ci rappresenta perfettamente. È un thriller psicologico fatto bene, e oggi come oggi è una piccola grande vittoria.







