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ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Tulsa King 3.
Ogni stagione firmata Taylor Sheridan ha un momento in cui la tensione si ritira, come la marea prima dell’onda. È l’episodio in cui l’azione rallenta, le dinamiche sembrano stabilizzarsi e i personaggi si muovono in uno spazio sospeso, quasi illusorio. Tulsa King 3 episodio 4 è esattamente questo. Una pausa narrativa consapevole, un capitolo di transizione che rinuncia al brivido immediato per sistemare pedine e respirare prima del colpo successivo.
Dopo tre episodi di escalation, culminati con la perdita del bourbon cinquantennale, simbolo di potere e memoria, Sheridan e il suo team scelgono la strada più inattesa: quella della calma. Una calma che, per lo spettatore, può suonare come un passo falso, ma che in realtà fa parte della grammatica sheridaniana. L’autore di Yellowstone, Mayor of Kingstown, 1923, 1883 ha sempre usato gli episodi centrali come “camere di decompressione”, momenti in cui i protagonisti pensano di aver ripreso il controllo mentre, in realtà, stanno solo avanzando verso una crisi più profonda.
Tulsa King 3: il rischio che non esplode
Dal punto di vista visivo, Tulsa King 3 episodio 4 mantiene l’eleganza ormai tipica della serie ma rinuncia a quell’energia fisica che aveva animato le puntate precedenti. La regia si muove soprattutto in spazi chiusi e privilegia l’equilibrio formale all’urgenza narrativa. Nella scena dell’assaggio c’è un senso di religiosità davvero emozionante.
Le inquadrature sono curate, la fotografia di gioca con toni metallici e luci basse, evocando un senso di sospensione. Ma questa compostezza, per quanto raffinata, finisce per togliere slancio alla tensione. Dove prima l’ambiente parlava con la sua ruvidezza (la distilleria, le auto, i luoghi del conflitto), ora diventa una cornice controllata, quasi sterilizzata.
C’è un’idea dietro: far percepire che tutto è sotto controllo proprio per rendere più forte l’esplosione futura. Tuttavia, nel momento presente, l’effetto è quello di una messa in scena bella ma trattenuta. Si ha la sensazione che la macchina da presa osservi da lontano, registrando i fatti più che amplificarli. Sheridan sembra dirci: “godetevi la calma, perché non durerà”. Ma nel frattempo, quella calma rischia di far perdere un po’ di mordente.
Dwight Manfredi: il generale che crede di aver vinto

Sylvester Stallone, nel ruolo del Generale, torna a incarnare il carisma asciutto del capo che tutto controlla, o crede di farlo, e quello del padre che riunisce la famiglia sotto il tetto per il pranzo domenicale. Dwight è un uomo che si muove come se avesse imparato la lezione dei primi episodi: non cedere all’istinto, agire con metodo, mantenere il sangue freddo. È un Dwight più razionale, meno teatrale. Un Generale che dispensa perdono ma che non dimentica
Solo che proprio questa sicurezza diventa un’arma a doppio taglio. In Tulsa King 3×04, Stallone interpreta un leader che sembra avere la situazione in pugno ma non si accorge che il terreno sotto di lui si sta muovendo. È il Generale che, dopo la battaglia, si ferma a contare i barili, senza accorgersi che il nemico sta già preparando la prossima offensiva.
Sheridan lo scrive con sottigliezza: Dwight parla meno, ma le sue parole sono sempre definitive. Una storia è stata chiusa, sembra voler dire ai suoi. Ma ogni spettatore sa che in realtà non è così. È un modo di mettere in scena il mito della leadership come fragile illusione: il controllo è momentaneo, la vittoria effimera.
La squadra: tra fedeltà, stanchezza e nuove derive
In Tulsa King 3 episodo 4 il problema non è tanto Dwight, quanto il mondo che ruota intorno a lui. Dopo tre episodi in cui la sua banda era un microcosmo vivo, ironico, caotico e imprevedibile, qui il gruppo sembra entrare in una fase di decantazione, quasi una sospensione. Non c’è più la frenesia degli errori ma una quiete carica di stanchezza, dove ognuno si muove secondo schemi ripetitivi. Eppure, sotto la superficie, qualcosa si riorganizza.
Bodhi (Martin Starr), con la sua ironia disillusa, si ritrova davanti a uno schermo più che sul campo, trasformandosi da spalla comica a hacker improvvisato. Le sue trovate digitali (dal sabotaggio degli ordini di Dunmire all’ideazione di Jasper, l’influencer del bourbon generato da intelligenza artificiale) aggiungono un tono surreale che ricorda le derive grottesche del cinema dei Coen: brillante, ma anche un po’ alieno rispetto al tono crime della serie.
Grace (McKenna Quigley Harrington) resta accanto a Bodhi come elemento di leggerezza e ironia, ma il loro duo digitale sembra appartenere a un’altra serie: è un diversivo narrativo che Sheridan inserisce per far respirare lo spettatore, anche se non aggiunge tensione reale alla trama. Più interessante, invece, la parabola di Tyson (Jay Will), che dopo l’errore fatale della puntata precedente trova una via di riscatto grazie al padre Mark (Michael Beach). Il loro appostamento notturno e i dialoghi sui fallimenti del passato trasformano la loro relazione in una piccola epopea domestica: due generazioni che si ritrovano in mezzo al caos criminale. È una delle poche linee emotive davvero riuscite dell’episodio, perché restituisce calore e vulnerabilità in una storia che tende alla freddezza.
Nel complesso, la banda di Dwight sembra in attesa. Una famiglia disordinata che ha perso la spinta e ora cerca di capire come restare unita senza un nemico imminente. È un momento di stasi deliberata, tipico della struttura sheridaniana. Eppure, questa calma apparente fa emergere una fragilità nuova: quella di un gruppo che, senza conflitto, non sa più chi è.
Tulsa King 3: la calma prima della tempesta

Il tema dominante dell’episodio è il controllo. O, meglio: la sua illusione.
Dwight riprende il bourbon, ristabilisce la catena di comando e ristora la fiducia dei suoi uomini. Tutto sembra tornare al proprio posto. Ma in realtà Tulsa King 3 episoio 4 lavora sotto traccia per mostrare che questo ordine è momentaneo.
Sheridan lo fa sempre: a metà stagione introduce un episodio che sembra neutro, noioso. Persino sbagliato. Un episodio in cui i personaggi respirano, gli equilibri si stabilizzano e la tensione cala. Poi, nel giro di una o due puntate, arriva la deflagrazione. È un ritmo che appartiene al suo modo di costruire i mondi narrativi. L’idea che il dramma si prepari nel silenzio, non nell’urlo.
In questo senso, Tulsa King 3 episodio 4 non è un fallimento ma un inganno: finge di essere un filler ma in realtà semina piccole mine. Il rapporto tra Dwight e Jeremiah non è affatto risolto. La “vittoria” del primo è solo un pareggio mascherato. L’ombra dell’FBI, con Musso sempre più ambiguo, continua a pendere sopra la testa del Generale. E nel finale, la scena con Quiet Ray e Bill Bevilaqua (Frank Grillo) apre un nuovo fronte (politico, economico, forse addirittura personale) che promette di cambiare il baricentro della stagione.
Tulsa Kng 3: eleganza, transizione e promesse
Questo episodio di Tulsa King 3 è di passaggio ma non per questo inutile. È una pausa tattica che serve a riorganizzare i pezzi e a preparare il terreno per la seconda metà di stagione.
Chi guarda l’episodio cercando la stessa adrenalina dei primi tre potrà restare deluso. Ma chi conosce il metodo Sheridan sa che questa calma è solo un artificio. Tulsa King 3 sta caricando il colpo, e “Staring Down the Barrel” è letteralmente questo: guardare dentro la canna prima che parta il proiettile.
Visivamente elegante, narrativamente misurato, forse un po’ troppo prudente, l’episodio segna la fine del primo atto della stagione e prepara il terreno per il caos. Se dovessimo dare un voto sarebbe un solido 3 su 5. Non per mancanza di qualità ma per eccesso di controllo. È il tipo di capitolo che si apprezza di più solo col senno di poi, quando l’esplosione, finalmente, arriverà e daremo un senso a tutta questa apparente tranquillità.






