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ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste incappare in spoiler su Tulsa King 3.
L’episodio 2 di Tulsa King 3, intitolato “Il Cinquanta” (The Fifty), porta avanti la storia di Dwight Manfredi (Sylvester Stallone) e la sua sgangherata banda nell’affascinante mondo della distilleria. Lo fa, però, in maniera netta, decisa, senza ripensamenti. Accendendo il motore e mettendolo sotto sforzo.
Se la prima puntata aveva il compito di rimettere in pista personaggi e dinamiche, qui la serie alza il livello di tensione e inizia a tracciare chiaramente i confini dello scontro che guiderà i prossimi capitoli. C’è meno sorriso spensierato e più ombra: la posta non è più solo territorio o denaro, ma qualcosa che sa di tempo, di memoria. E di tradizione, incarnata in quei barili di bourbon cinquantennale che valgono la bellezza di 150 milioni di dollari e che diventano il fulcro di una contesa che parla di eredità e potere. Tulsa King 3 conferma il suo tono, mescolando humor e pericolo, ma qui lo fa con una determinazione diversa. Più netta, più tesa. E mette sul piatto un antagonista capace di cambiare il passo alla stagione in una sola sequenza.
Regia e messa in scena: la bellezza dei contrasti
In The Fifty la regia lavora con grande intelligenza sul gioco dei contrasti, trasformando le ambientazioni in veri e propri specchi dei conflitti narrativi. L’episodio si apre con un’immagine semplice ma potentissima. Dwight, Tyson (Jay Will) e Mitch (Garrett Hedlund) osservano in silenzio le macerie della casa Montague. Non servono dialoghi roboanti. Bastano due cose per restituire la brutalità dell’avversario e la sensazione che la violenza non sia più solo minaccia, ma realtà compiuta. La prima sono la cenere e i detriti che dipingono un quadro spoglio e angosciante. La seconda le parole di Dwight ai suoi luogotenenti. Il Generale dice di aver minacciato di dare fuoco a case con dentro delle persone ma di non averlo mai fatto. Perché disgustoso.
Lo stesso equilibrio fra intimità e tensione ritorna nella sequenza del funerale, forse uno dei momenti più riusciti dell’episodio. La scena è costruita come una melodia che cresce nota dopo nota. Si parte dall’ironia quasi involontaria della corona a forma di ferro di cavallo portata da Goodie (Chris Caldovino), che spezza per un attimo la solennità del momento. Per passare all’imbarazzo umano di Dwight davanti alla bara, un dettaglio che aggiunge profondità al suo personaggio. Finendo all’ingresso teatrale dei Dunmire, che trasforma il rito in una sfida aperta. La regia qui non si limita a filmare: usa primi piani intensi, silenzi carichi e movimenti misurati per sottolineare lo scontro morale che sta emergendo.
L’altro grande polo visivo dell’episodio è la distilleria. Un luogo apparentemente morto, fatto di tubi arrugginiti e macchinari fermi, che diventa però il simbolo di un passato ancora vivo e pronto a riaffiorare. Quando Cleo (Bella Heathcote) conduce Dwight e gli altri nella cripta segreta con i barili di bourbon, la macchina da presa rallenta, indugia, quasi a conferire alla scena un tono cerimoniale. Quelle botti non sono solo alcol, sono memoria liquida, eredità familiare, mito locale. È qui che i contrasti si fanno più netti: comunità contro industria, vita contro morte, ricordo contro business. Taylor Sheridan e il suo team di scrittori riescono a orchestrare questi elementi con una cura che va oltre la funzione estetica, trasformando luoghi e simboli in attori silenziosi del racconto. Roba da leccarsi le dita!
Tulsa King 3: umiliazione, assedio e legami

Anche la scrittura ci regala tanta roba. The Fifty si articola attorno a tre linee portanti che definiscono l’anima dell’episodio: l’umiliazione pubblica, l’assedio economico e il legame padre–figlio.
L’umiliazione è quella subita al funerale, un momento che in teoria dovrebbe essere sacro, comunitario e pacificato, ma che viene trasformato dai Dunmire in un atto di violenza simbolica. Jeremiah (Robert Patrick) e Cole (Beau Knapp) entrano con la sicurezza di chi sa di avere potere, e ogni gesto è calibrato per mortificare Dwight e i suoi. È un colpo non fisico ma psicologico, un’umiliazione che vale quanto una sparatoria e che rimane sospesa nell’aria come una minaccia permanente. Gli sceneggiatori mostrano qui la loro abilità nel trasformare un contesto intimo in una scena di guerra morale. Dove basta una parola di troppo, un sussurro, uno sguardo, per capovolgere l’atmosfera.
Il secondo asse è l’assedio economico, rappresentato dalla distilleria. Non è solo un impianto cadente ma il campo di battaglia dove passato e futuro si scontrano. Jeremiah cerca di corrompere Dwight con un’offerta tripla rispetto al valore pagato, ma la proposta è costruita come una trappola. Un modo per misurare la sua resistenza e sottolineare che il potere dei Dunmire non ha bisogno di muscoli quando può schiacciare con il denaro. In parallelo, Dwight rifiuta e rilancia, scegliendo di riscoprire il bourbon come eredità e identità, trasformando un affare in una missione di memoria. La scrittura qui è sottile, perché il business diventa allegoria: chi controlla la distilleria non ottiene solo profitto, ma si impadronisce del racconto stesso di una comunità.
Infine, la dinamica padre–figlio. In questo episodio diventa specchio e contrappunto: Dwight e Tyson da una parte, Jeremiah e Cole dall’altra. Da un lato c’è la volontà di proteggere e trasmettere valori, anche in modo goffo e non sempre perfetto. Dall’altro c’è un’idea di paternità deformata in disciplina violenta, fatta di punizioni fisiche e intimidazioni. Il momento in cui Jeremiah cauterizza la ferita di Cole con un attizzatoio non è solo scioccante, è un gesto drammaturgicamente denso. Perché rappresenta un’educazione fondata sulla sofferenza, un passaggio di consegne distorto che mette in luce quanto i due mondi siano lontani. Questa specularità rafforza il conflitto centrale: Dwight difende la memoria e l’onore, Jeremiah pretende sottomissione e dominio.
Sul piano del ritmo, l’episodio trova un equilibrio notevole. È serrato, non lascia mai la sensazione di staticità, ma non scivola nella fretta. Ogni scena ha un peso e spinge avanti la trama senza riempirsi di spiegazioni ridondanti. Anche i momenti più leggeri, come la gag di Bigfoot (Mike Walden) che analizza il distributore di alcolci con tecniche di psicologia spicciola, non sono inseriti per strappare una risata fine a sé stessa. Servono ad alleggerire la tensione e allo stesso tempo mostrano la capacità di Dwight di circondarsi di alleati capaci di sorprendere. Certo, qualche scorciatoia narrativa rimane ma fanno parte della grammatica di Tulsa King 3, che punta a un racconto efficace e spettacolare più che a un realismo procedurale.
Dwight e Jeremiah: due facce della leadership
Sylvester Stallone trova qui una delle sue prove più solide nella serie: meno sopra le righe, più essenziale. Il suo Dwight Manfredi è un leader granitico che dosa l’ironia ma la lascia esplodere solo quando serve. Lo vediamo nervoso davanti a una bara, attento a non piegarsi davanti a un’offerta troppo allettante, determinato nel difendere il proprio territorio.
Robert Patrick, invece, trasforma Jeremiah Dunmire in uno dei villain potenzialmente più riusciti della serie. Non è solo un riccone arrogante, ma un uomo rituale, disciplinare, capace di esercitare violenza fredda e metodica. La scena in cui cauterizza la ferita del figlio Cole con un attizzatoio rovente è un manifesto della sua idea di potere. Non basta punire, bisogna scolpire il dolore come forma di lezione. E il confronto finale con Dwight al casinò è pura recitazione da manuale, Due uomini di fronte, minacce reciproche che diventano dichiarazioni di guerra trasformando il tutto in qualcosa di epocale.
Tulsa King 3: ci sono anche gli altri
Oltre al duello Stallone–Patrick, l’episodio offre spazio prezioso ai comprimari. Mitch si conferma uno dei personaggi più interessanti. La sua scena di lotta nella baita lo mette finalmente sotto i riflettori, trasformandolo da semplice alleato a co-protagonista carismatico. Il legame nascente con Cleo aggiunge un tocco umano, ma anche un potenziale punto debole che potrà pesare più avanti.
Tyson e suo padre Mark (Michael Beach) danno corpo al tema della trasmissione: il figlio che cerca autonomia e il genitore riluttante che, convinto dalla moglie, finisce per entrare in gioco. Questa storyline amplia il registro emotivo, contrapponendosi alla ferocia familiare dei Dunmire.
Bodhi (Martin Starr) è sempre il contraltare ironico ma qui si intravede una sua svolta più oscura. La sottotrama legata al gangster che ha ucciso il suo migliore amico rivela un lato più pericoloso del personaggio, preludio a un’evoluzione che potrebbe spostare equilibri.
Un mondo più ampio

Uno degli aspetti più riusciti del secondo episodio di Tulsa King 3 è la capacità di non restare chiuso entro i confini di Tulsa ma di allargare l’orizzonte narrativo. I richiami a New York e le figure ambigue come Bill Bevilaqua (Frank Grillo) e Carl Thresher (Neal McDonough) creano una rete di poteri che circonda Dwight, rendendo evidente come il suo regno sia sempre sotto osservazione e mai davvero al sicuro. Il dialogo con Thresher, in particolare, mostra un lato più politico della serie. Dwight gli ricorda gli “scheletri nell’armadio” e, con poche parole, fa emergere una dimensione fatta di accordi sottobanco e minacce silenziose, che arricchiscono la storia di un livello ulteriore oltre alla semplice contrapposizione criminale.
In questo scenario, l’FBI rimane per ora un’ombra sullo sfondo, Più uno strumento narrativo che un vero antagonista, ma sufficiente a tenere alta la pressione e a ricordare che il nemico non è solo Jeremiah Dunmire. Le microlinee legate alle pressioni federali non hanno ancora trovato un vero significato emotivo. Ma sono importanti per mantenere viva la sensazione che Dwight debba muoversi tra minacce diverse, ciascuna con linguaggi e logiche proprie.
Tulsa King 3 e l’arte di lasciare con il fiato sospeso
Il secondo episodio di Tulsa King 3 non è soltanto un capitolo di passaggio ma un tassello che segna in modo definitivo la traiettoria della stagione. Con la regia attenta ai contrasti, una scrittura capace di intrecciare ironia e tensione e un duello tra Dwight e Jeremiah che ha già il sapore dell’epico, la serie riesce a costruire un terreno fertile per conflitti futuri. Ogni scena sembra scolpita per ricordarci che questa non è più solo una storia di conquista criminale: è una guerra di valori, di eredità e di sopravvivenza.
Il bello è che Tulsa King 3 non si limita a raccontare, ma alimenta un desiderio costante di sapere cosa succederà dopo. Sheridan gioca bene le sue carte. Mostra abbastanza da farci intravedere il pericolo ma trattiene quanto basta per tenere viva la suspense. Le botti di bourbon valgono milioni, certo, ma ciò che conta davvero è la promessa di un conflitto inevitabile, che non potrà risolversi senza sangue.
Ed è proprio qui che la serie conquista. Nel creare aspettativa, nel trasformare il prossimo episodio in un appuntamento irrinunciabile. Perché seThe Fifty ci ha insegnato qualcosa, è che da ora in avanti i guanti sono caduti e ogni mossa di Dwight o dei Dunmire potrebbe essere quella decisiva. In un panorama televisivo dove tante produzioni si accontentano di intrattenere, Tulsa King 3 fa una cosa più rara. Ti lascia con la voglia bruciante di cliccare next episode e scoprire fin dove si spingerà questa guerra di bourbon, onore e vendetta.







