ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste incappare in spoiler su Tulsa King 3.
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Se le prime due puntate avevano acceso la miccia,The G and the OG (La G di Gangster, in italiano) la fa esplodere con metodo. L’episodio 3 di Tulsa King 3 consolida la virata più scura della stagione e fa pagare a ciascun personaggio il prezzo delle proprie leggerezze. Soprattutto in assenza del loro leader.
Qui non si scherza più con le minacce, perché la posta in gioco non è solo economica ma morale. Il bourbon cinquantennale diventa simbolo di tempo, memoria e identità, e la sua perdita rimette in discussione tutto quello che Dwight (Sylvester Stallone) ha costruito.
Taylor Sheridan e la sua squadra non si limitano a innalzare il livello di violenza. Trasformano la serie in una partita di scacchi in cui ogni mossa impulsiva ha una conseguenza immediata e dolorosa. In questa puntata il tono è teso, il ritmo incalzante. E il contrasto tra il codice d’onore di Manfredi e la brutalità pragmatica dei Dunmire si fa più netto che mai.
Dentro l’abitacolo. Fuori dal controllo

In Tulsa King 3 l’automobile diventa uno dei veri protagonisti visivi della puntata. Non un semplice mezzo di spostamento, ma un luogo con una funzione narrativa precisa, presente praticamente in ogni scena chiave. L’episodio costruisce così un doppio movimento. Mentre Dwight è lontano, le sue “truppe” girano in tondo, letteralmente e metaforicamente, chiuse nei loro abitacoli a discutere, pianificare e confessarsi. Ognuno parla, nessuno comanda davvero.
Il viaggio forzato tra Dwight e l’agente Musso (Kevin Pollack) trasforma l’abitacolo in un confessionale metallico, dove la distanza tra i due si accorcia fino a lasciare a nudo ricatti, verità e compromessi. La macchina è filmata con inquadrature ravvicinate, riflessi sul vetro e un senso di claustrofobia che costringe i personaggi a confrontarsi senza vie di fuga.
Allo stesso modo, la vettura in cui Cleo (Bella Heathcote) e Mitch (Garrett Hedlund) si spostano verso la casa dei Dunmire diventa il luogo di un’intimità sospesa: tra una battuta e un ricordo della serata del ballo scolastico emergono fragilità e complicità che non avrebbero lo stesso impatto in spazi aperti. E ancora, il viaggio di Bodhi (Martin Starr) con Tyson (Jay Wil) e Grace (McKenna Quigley Harrington) verso la stalla trasformata in sala da bingo è un momento quasi strategico. L’auto diventa sala riunioni improvvisata dove si discute la tattica contro i Dunmire: è lì che le idee si formano, le paure si raccontano e le responsabilità si spostano.
Questo continuo alternarsi tra chiuso e aperto è una scelta registica precisa.
Le auto funzionano come capsule emotive, luoghi di confessione e pianificazione, mentre la distilleria, i magazzini e le abitazioni spalancano il campo visivo e offrono respiro. Ma anche la prova materiale della perdita (scaffali vuoti, barili mancanti, macchinari silenti). La macchina da presa passa con naturalezza dal primo piano soffocante all’inquadratura che abbraccia lo spazio industriale. E in questo movimento gioca la metafora principale dell’episodio. Quando il controllo è dentro la cabina tutto sembra gestibile. Quando si esce e si affrontano gli spazi aperti, la realtà mostra il suo vuoto e la vulnerabilità. È una regia che capisce il valore degli oggetti (automobili, tubi arrugginiti, botti) e li usa come attori muti per raccontare perdita, complicità e tradimento.
Scrittura e ritmo: errori che costano caro
La sceneggiatura gioca su una struttura causa-effetto molto chiara: una serie di scelte sbagliate conducono all’escalation. E tutte avvengono mentre Dwight è lontano. Senza il Generale a vigilare, ogni membro del gruppo agisce di testa propria e ogni impulso diventa miccia.
Tyson diventa il catalizzatore di questa caduta: la sua impulsività, combinata con una evidente immaturità emotiva lo porta a fare l’errore fatale che blocca la catena dell’imbottigliamento e la conseguente perdita del bourbon. Quel momento (la tortura, la confessione sotto ricatto, il bagagliaio e i colpi sullo scafo) è la cesura emotiva dell’episodio. Non è solo una scena d’azione, è la prova che la leggerezza paga in sangue e denaro.
Il ritmo alterna sequenze di tensione pura (l’interrogatorio) a momenti più lievi (il locale di striptease) che però servono a far respirare lo spettatore senza smorzare la minaccia. Questo dosaggio è per lo più efficace. La puntata scorre veloce, ogni scena è pensata per generare conseguenze immediate. Qualche scorciatoia narrativa c’è ma la scrittura preferisce la spettacolarità funzionale alla lentezza psicologica, e per una serialità pop come Tulsa King 3 questo è (quasi) un pregio controllato.
Tulsa King 3: le prime crepe in famiglia
Con Dwight lontano dal campo, il gruppo si comporta come studenti in gita scolastica. Nel terzo episodio di Tulsa King 3, i personaggi non si limitano a muovere la trama: la incarnano, la feriscono, la complicano. Sylvester Stallone è in perenne equilibrio perfetto tra forza e vulnerabilità. Il suo Generale è ormai un uomo di trincea, più tattico che carismatico. Costretto a negoziare costantemente tra il codice d’onore che lo definisce e la realtà che lo tradisce. Ogni gesto è calibrato, ogni parola pesa. La rabbia è trattenuta, ma quando viene fuori ha un’intensità che travolge senza bisogno di alzare la voce. È una recitazione costruita sulla sottrazione, che restituisce un Dwight sempre più consapevole del costo morale del comando.
Tra le fila di Dwight, Mitch continua crescere, sempre più come figura chiave. Non più semplice braccio destro, ma coscienza emotiva del gruppo. Le sue scene con Cleo hanno il calore di un’intimità reale, fragile, e mostrano un lato umano che la serie sa dosare bene. Cleo, dal canto suo, è una presenza luminosa e impulsiva. Il gesto di entrare nella proprietà dei Dunmire e scagliare bottiglie non è una follia isolata ma la manifestazione di un dolore represso, di un personaggio che non accetta di essere spettatrice.
E poi c’è Tyson, che qui diventa il baricentro emotivo dell’episodio.
Da spalla ingenua a detonatore del disastro, il suo arco si compie con brutalità. La sua impulsività, la voglia di dimostrare di essere “all’altezza”, lo trascinano, nuovamente, in un vortice di colpe e conseguenze che peseranno su tutto il gruppo. È il simbolo della nuova direzione della serie. Dove l’errore non è più un diversivo narrativo ma una condanna.
InThe G and the OG tutti gli attori, principali e secondari, vengono spinti a dare forma a un mondo che non ha più spazi sicuri. Anche la banda di Dwight, un tempo caotica ma unita, ora mostra le prime crepe. Non è più una famiglia disfunzionale ma compatta, è un insieme di solitudini che cominciano a divergere. E questa tensione corale, fatta di microtradimenti, esitazioni e reazioni emotive, è forse la prova più riuscita del cast. Perché sa rendere visibile la disgregazione senza mai dichiararla apertamente.
Tulsa King 3: un episodio che spinge sull’acceleratore

The G and the OG funziona perché riesce a trasformare ogni leggerezza in una miccia che esplode con coerenza. Non ci sono colpi di scena gratuiti o svolte imposte. Ogni errore del gruppo di Dwight ha una conseguenza tangibile, e la perdita del bourbon non è un semplice espediente drammatico, ma un punto di non ritorno che cambia le regole della guerra con i Dunmire. È un episodio in cui la tensione non deriva tanto dall’azione in sé, quanto dal peso delle scelte fatte, e in questo senso Tulsa King 3 si dimostra capace di gestire un’escalation narrativa senza perdere lucidità.
Altro punto a favore è il bilanciamento del tono.
Sheridan mantiene quella cifra unica che mescola pericolo e commedia senza scadere nel ridicolo. Il viaggio di Manfredi sulla Tesla a guida automatica è comico mentre quello con Musso emblematico. Due scene che mostrano come la serie sappia ancora giocare con i generi, alternando la durezza del crime al ritmo scanzonato della commedia cinica. Anche i comprimari vengono valorizzati in questo equilibrio. Mitch, Cleo, Bodhi e Goodie non restano comparse funzionali ma si trasformano in parti attive del racconto, ognuno con il proprio peso specifico. È grazie a loro che la serie mantiene il suo tono corale, capace di passare dal dramma al sorriso senza perdere autenticità.
C’è un aspetto da tenere d’occhio, e cioè l’FBI. Il ricatto istituzionale che coinvolge Dwight e l’agente Musso è interessante ma finora rimane un vincolo meccanico più che un percorso trasformativo. Vedremo. Se nelle prossime puntate questa linea non troverà uno sviluppo emotivo più forte rischia di restare un semplice espediente per creare tensione artificiale. E sarebbe un peccato, perché l’idea di un protagonista intrappolato tra due mondi (l’onore criminale e la legge corrotta) ha un potenziale enorme.
Aspettativa e bramosia per il prossimo passo
The G and the OG è un episodio che fa due cose molto semplici eppure efficaci. Alza la temperatura narrativa e trasforma una disobbedienza in un evento spartiacque. In termini pratici la banda perde la scorta; in termini emotivi il gruppo perde sicurezza e quota di impermeabilità. Tulsa King 3 qui dimostra la capacità di costruire aspettativa. Ogni scena rimanda a un possibile contraccolpo, e ogni personaggio appare con una falla sempre più visibile. Il risultato è che lo spettatore non solo capisce che la posta è salita, ma comincia a desiderare ardentemente il prossimo episodio per vedere come, e con quale violenza, Dwight reagirà. Il terzo episodio di Tulsa King 3 non è solo una puntata che devasta un piano: è quella che fa scattare la vera guerra. E quando la guerra comincia davvero, vogliamo essere seduti in prima fila.







