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Tulsa King 3×05 – Il brindisi che nessuno vuole farti fare

Il Generale discute con l'Orologiaio in Tulsa King 3

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ATTENZIONE: il seguente articolo contiene spoiler su Tulsa King 3.

Dopo un quarto episodio più ragionato che esplosivo, Tulsa King 3 ritrova finalmente la sua voce con On the Rocks, un episodio che scuote la polvere, mescola le carte e catapulta Dwight Manfredi al centro del suo personale inferno morale. Taylor Sheridan, con la consueta abilità nel far collidere onore, colpa e desiderio di controllo, firma (anche se indirettamente) uno dei capitoli più intensi di questa terza stagione.
È un episodio che alterna leggerezza e buio, bourbon e sangue, sguardi sospesi e silenzi pieni di tensione. E mentre la festa inaugurale della Montague Distilleries promette un nuovo inizio, Tulsa King 3 ci ricorda che, nell’universo di Dwight, ogni brindisi è (quasi) sempre anche un addio.

Tulsa King 3: un impero costruito su sabbie mobili

La terza stagione di Tulsa King aveva finora mostrato un Dwight sorprendentemente metodico, quasi riflessivo. Il suo obiettivo sembrava chiaro: costruire qualcosa di duraturo. Una sorta di impero economico in grado di garantire stabilità alla sua nuova famiglia. Quella composta da Tyson, Bodhi, Mitch e gli altri outsider che lo circondano.
In On the Rocks, però, la facciata si sgretola. Il lancio della Montague Distilleries, con tutto il suo carico simbolico di rinascita, diventa il teatro di una serie di errori, tradimenti e imprevisti che minano dalle fondamenta il fragile equilibrio costruito da Dwight.

L’episodio è, a suo modo, una tragedia americana travestita da gangster story: il sogno imprenditoriale si trasforma in incubo morale (e mortale). Dal punto di vista tecnico, Tulsa King 3 accompagna questa discesa con una regia che si concede il lusso della lentezza, alternando il montaggio serrato delle scene d’azione ai momenti contemplativi che definiscono l’identità della stagione. Il risultato è un ritmo irregolare ma coerente, che rispecchia perfettamente il crollo del controllo di Dwight.

La presenza di ospiti illustri, giornalisti e critici del bourbon sottolinea la maschera pubblica di un uomo che cerca rispettabilità mentre dietro le quinte si consuma il caos più puro. E quando la tensione sfocia nell’imprevisto (la morte brutale dell’ispettore sanitario Leery schiacciato da una botte) Tulsa King 3 diventa improvvisamente la serie che volevamo rivedere. Scomoda, cruda, imprevedibile. Capace di oscillare tra dramma e ironia nera senza perdere identità.

Dwight Manfredi e il peso del controllo

Bill e Dwight si confrontano duramente
Credits: Paramount+

Il cuore dell’episodio, e in fondo dell’intera stagione, resta sempre lui: Dwight “The General” Manfredi. In Tulsa King 3, Stallone lo interpreta con un’intensità diversa: meno carismatica, più logorata. È un Dwight che non combatte più solo contro i suoi nemici, ma contro la possibilità stessa di restare integro.
Il suo desiderio di controllo, economico, affettivo, morale, si trasforma in un’ossessione autodistruttiva. Vuole proteggere la sua “famiglia scelta”, ma nel farlo la isola, la soffoca, ne mina la fiducia.
La doppia vita da boss e informatore dell’FBI, suggerita con sempre più chiarezza, non è solo un trucco narrativo: è la rappresentazione della scissione interna del personaggio.

Dwight è un uomo che cerca la redenzione attraverso la struttura ma la struttura, fatta di regole, di patti e di disciplina, è anche la gabbia che lo sta distruggendo.
Quando osserva Margaret (Dana Delany) cedere alle logiche del potere politico, o Tyson perdere fiducia in se stesso, lo spettatore capisce che Tulsa King 3 non è più soltanto la storia di un mafioso fuori posto ma quella di un uomo che non riconosce più il mondo che ha costruito.

Sheridan gioca con il simbolismo: il bourbon come metafora del tempo distillato, della memoria filtrata, delle scelte invecchiate male. On the Rocks non è solo un titolo ironico: è lo stato emotivo di Dwight, un uomo sui sassi, solido in apparenza ma in continua dissolvenza.

Tulsa King 3: fiducia come valuta tossica

Uno dei punti di forza di Tulsa King 3 episodio 5 è la sua scrittura tematica. Tutto ruota intorno alla fiducia, intesa come moneta di scambio. Dwight deve fidarsi dei suoi soci, dei suoi complici, del governo, di se stesso. Ma ogni patto è un credito scoperto, ogni promessa un investimento che non rende.
Tyson, ancora provato dagli errori commessi, cerca un riscatto che, per ora, non arriva. Bill Bevilacqua passa da socio a sospetto, fino a essere arrestato. Bigfoot, fedele fino alla follia, diventa il simbolo della fedeltà cieca e pericolosa.

È interessante notare come la regia scelga di raccontare questa crisi di fiducia attraverso la fisicità. Automobili in viaggio, sguardi trattenuti, inquadrature statiche che rendono Tulsa King 3 improvvisamente claustrofobica. Il microcosmo criminale di Manfredi si chiude su se stesso, e Sheridan, con un gusto quasi teatrale, mette in scena un dramma di parole non dette. Anche la fotografia partecipa a questa chiusura: abbandona la luce calda dell’Oklahoma per virare su toni metallici, quasi crepuscolari. È come se Tulsa King 3 si stesse preparando a un inverno morale.
L’alleanza con l’FBI, forse la parte più controversa dell’episodio, è gestita con rapidità ma lascia il segno. È la crepa definitiva nella maschera di Dwight, l’ammissione che il suo codice di lealtà è ormai compromesso.

Bigfoot e il caos come forma di protezione

Ogni stagione di Tulsa King ha avuto il suo detonatore narrativo. Nella prima era Dwight stesso. Nella seconda il conflitto con Chickie Invernizzi. In Tulsa King 3 quel ruolo lo assume Bigfoot. Il suo gesto istintivo, far cadere le botti che uccidono l’ispettore sanitario, è l’emblema della moralità distorta della serie. Uccidere per salvare, mentire per proteggere, insabbiare per continuare a vivere.

Bigfoot è un personaggio che incarna l’idea sheridaniana di uomo di confine. Fedele, concreto, incapace di introspezione ma in grado di atti dirompenti. La sua violenza non è gratuita: è l’ultimo rifugio della lealtà. E nel momento in cui Dwight decide di coprire il suo crimine come “incidente di lavoro”, capiamo che il destino, di tutti, è segnato. Per sempre.
La scena della stanza dei barili è una delle migliori di tutta Tulsa King 3: cruda, grottesca e paradossalmente liberatoria. Sheridan si diverte a mescolare umorismo nero e shock, ricordandoci che in questa serie la violenza non è mai spettacolo ma linguaggio morale.

Tulsa King 3: il ritorno dell’Orologiaio

Cole e Spencer: nasce l'amore tra i due in Tulsa King 3
Credits: Paramount+

Tra i molti fili narrativi di Tulsa King 3 episodio 5, spicca il ritorno dell’Orologiaio, interpretato da Dallas Roberts. Altra figura di confine, quasi biblica, è il personaggio che più di tutti rappresenta la possibilità della redenzione negata. Ogni suo dialogo con Dwight suona come un test: chi sei davvero, quando nessuno ti guarda?

L’Orologiaio, con la sua calma inquietante, porta con sé un tema difficile da digerire. Quello del tempo. E della sua gestione.
Dwight non ha paura, come potrebbe. Semmai ne prova repulsione. Ma quest’uomo, così pacato e austero, gli impedisce di gestire il suo tempo come meglio crede. E deve. Il loro secondo incontro, preceduto da una telefonata che non ammetteva repliche, è un incontro che segna Il Generale perché lo obbliga a fare cose che non vorrebbe. E assumersi, come in passato, responsabilità che non gli appartengono.

L’uomo che voleva essere buono (e finisce peggio di prima)

La forza di Tulsa King 3 sta nel raccontare la parabola di un uomo che voleva cambiare rotta, ma non sa farlo senza distruggere tutto ciò che tocca.
Dwight Manfredi, in fondo, è un ex gangster che ha imparato la morale come linguaggio esterno, non come valore interno. Quando parla di lealtà, parla di controllo; quando parla di redenzione, intende potere; quando protegge la sua gente, in realtà li possiede.

È per questo che On the Rocks funziona: non ci mostra solo la crisi del boss, ma la disgregazione dell’uomo. La distilleria, con il suo significato intrinseco diventa metafora di un sogno contaminato. Il bourbon è buono solo finché non assaggia l’amaro del sangue.
Stallone, tutto questo, lo interpreta con una dolente consapevolezza, quasi crepuscolare. È il migliore Dwight finora: meno eroe, più uomo. Ogni smorfia, ogni pausa tra una parola e l’altra, trasmette fatica e colpa. È un’interpretazione silenziosa, ma potentissima.

Tulsa King 3: non mettete troppo ghiaccio

On the Rocks non è solo il punto di svolta della stagione: è il momento in cui Tulsa King smette di fingere che la redenzione possa essere costruita come un’azienda. La distilleria si rivela per ciò che è: un palcoscenico fragile, dove ogni promessa si incrina al primo contatto con la realtà.
Certo, non tutto è perfetto come l’ingranaggio di un orologio (alcune sottotrame restano sospese, quasi dimenticate) ma il cuore dell’episodio batte forte, disperato, autentico.

Qui non si tratta più di espandere un impero ma di sopravvivere alla propria coscienza. E mentre Dwight fissa il bicchiere del suo bourbon, ormai troppo diluito per avere un sapore vero, capiamo che il vero pericolo non viene dai nemici fuori, ma dal silenzio dentro.
Tulsa King 3, con questo episodio, sceglie il rischio. Abbandona la comodità della gangster story per abbracciare quella legata all’ambiguità dell’uomo che non sa più chi è, né cosa merita.
E noi, spettatori, restiamo con lui, bicchiere in mano, sguardi bassi, a chiederci se brindare sia ancora un gesto di speranza… o solo l’ultimo atto di una resa silenziosa.