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The Social – Il prezzo della verità: la Recensione di un film che non lascia indifferenti

Jeremy Strong in The Social - Il prezzo della verità

Attenzione: sono presenti spoiler sul film The Social.

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Ci sono film che lasciano un senso di nausea, di ingiustizia, di necessità di dover fare qualcosa, non perché siano sceneggiati o diretti male. Esattamente per il contrario. The Social – Il prezzo della verità è uno di quei film. Preciso, lucido, dalla scrittura impeccabile – priva di digressioni – che arriva dritta al punto. E quel punto fa male. Sedici anni dopo The Social Network, Aaron Sorkin riprende in mano la storia di Mark Zuckerberg presentando l’inchiesta del Wall Street Journal condotta dal giornalista Jeff Horwitz. Un vaso di Pandora che viene scoperchiato pezzo dopo pezzo a partire dal 2019, anno in cui ha inizio la narrazione. Tramite salti temporali continui e serrati, il racconto si fa strada su due fronti.

Da una parte Frances Haugen, l’ingegnera che dall’interno di Facebook decide di fotografare e rivelare migliaia di documenti riservati. Dall’altra il reporter che deve trasformare quelle carte in un’indagine capace di reggere. In poche parole: più prove ci sono, meglio è. Ma come fare quando una dipendente vive letteralmente nel terrore di essere scoperta da colleghi o superiori? La Frances di Mikey Madison trasmette efficacemente questo senso di minaccia perenne. Tesa, spaventata, ma anche determinata e coraggiosa. Una donna che sa quanto le costerà ogni passo e lo fa comunque.


L’attrice brilla nel ruolo e, non esageriamo nel dirlo, è la vera punta di diamante dell’opera.

Il suo personaggio e le sue denunce sollevano una serie infinita di domande scomodissime, rivolte direttamente allo spettatore. Una piattaforma può essere accusata di aver anteposto il profitto a qualsiasi tipo di etica, ma noi che cosa abbiamo scelto, continuando a scorrere bacheche e reels? Quanto della nostra distrazione è diventato il loro modello di business? Ce ne siamo accorti? O abbiamo preferito non vedere?

I protagonisti di The Social - Il prezzo della verità
Credits: Columbia Pictures

The Social Network raccontava la nascita di un impero con lo sguardo ammirato e ambiguo di chi vede un genio nascere da una ferita personale. The Social – Il prezzo della verità ne mostra il conto.

Il tema del film di Sorkin non è più cosa sia riuscito a fare Zuckerberg, ma cosa sia stato disposto a sapere e a lasciare accadere deliberatamente. Non vigilando sugli effetti sui più giovani, sulla disinformazione, sulla polarizzazione e sull’incitamento alla rabbia e all’odio attraverso la regolazione di un algoritmo. Il “noi e loro” che da sempre comanda la storia dell’umanità. Divide et impera.

Eppure c’è una via d’uscita a tutto questo, secondo la prospettiva del film: c’è un modo per portare a galla la verità.

E quel modo prende forma nel personaggio di Jeff Horwitz\Jeremy Allen White. L’incarnazione delle nostre coscienze. Il “buono” che non sa utilizzare un GPS, che lavora ancora alla vecchia maniera, ma che ha esperienza da vendere e la capacità di destreggiarsi di fronte a personaggi meschini, viscidi e incredibilmente arroganti. White porta in scena un giornalista ostinato e ossessionato dalla propria professione, ignaro del linguaggio informatico e per questo antitetico a Frances, la nerd per eccellenza. I due funzionano grazie ai contrasti, alle rispettive abilità e mancanze che trovano compimento nell’altro. Due facce della stessa medaglia.


Più che un sequel, dunque, The Social – Il prezzo della verità è un film che dialoga con il precedente senza ripeterlo. Una storia che può essere guardata e capita anche se non si conosce la pellicola del 2010. La scrittura e la regia di Sorkin costruiscono una tensione da thriller d’inchiesta unita a una minuziosità quasi documentaristica, con dialoghi serrati e, a volte, esageratamente tecnici. Il ritmo tuttavia è meno nervoso rispetto al lavoro di David Fincher, preferendo un’impostazione più classica (Tutti gli uomini del presidente, L’uomo della Pioggia) ma non meno potente.

Jeremy Strong in una scena di The Social - Il prezzo della verità
Credits: Columbia Pictures

Poi c’è Mark Zuckerberg che stavolta ha il volto di Jeremy Strong e su cui ci dilungheremo meritatamente.

Chi ricorda l’interpretazione di Jesse Eisenberg si aspetterà un confronto, ma Strong sceglie un’altra via. Il suo Zuckerberg non è lo studente brillante e ferito che cerca rivalsa. È un uomo fatto e finito, rigido, fermo sulle sue posizioni, incapace di compromessi. Una figura a cui Strong ha magistralmente donato una postura quasi immobile, semi-robotica, che mette a disagio. E se guardiamo alla carriera di Strong, ci rendiamo conto di quanto questo attore sappia abitare il disagio come pochi altri.


In questo film quella stessa capacità viene messa al servizio di un personaggio che non chiede simpatia e non la offre. Un CEO che ascolta con una calma che sa di distanza e che risponde con una convinzione che non lascia spazio al contradditorio. Non c’è cattiveria plateale, e questo è l’aspetto più disturbante. C’è un uomo pienamente persuaso di avere ragione, circondato da un sistema che gliela dà.

Il paradosso è che sullo schermo Strong non ha molto tempo, eppure riesce a gestire il minutaggio con intelligenza. La sua presenza pesa più per ciò che irradia. Quando compare, l’aria cambia, e quando è assente, la sua ombra continua a muovere le decisioni di tutti gli altri. Intorno a lui ruota infatti un cast di supporto di grande qualità, con Betty Gilpin, Wunmi Mosaku, Billy Magnussen e Bill Burr, restituendo l’idea di un’azienda fatta di persone, ruoli e silenzi complici, non di un unico volto da incolpare.

Mikey Madison in una scena di The Social - Il prezzo della verità
Credits: Columbia Pictures

Durante le sequenze finali di The Social – Il prezzo della verità emergono altre domande e riflessioni che il film solleva senza dare una risposta facile.

A cosa è servito il lavoro rischiosissimo del giornalista e dell’ex-dipendente di Facebook? Cosa siamo disposti a fare, come utenti, ora? Sorkin non concede la catarsi del colpevole punito, perché la realtà non l’ha concessa. Ed è proprio questa scelta, la più dura, a fare del film qualcosa di più di un buon dramma d’inchiesta.


The Social – Il prezzo della verità è un pugno dritto allo stomaco perché non ha paura di presentare i fatti per come sono accaduti, senza mitigazioni e addolcimenti. Con una scrittura che resta lo strumento più affilato di Sorkin, due protagonisti convincenti e un Zuckerberg che incombe più di quanto appaia, è una pellicola che si guarda con attenzione e si porta fuori dalla sala. Quella nausea di cui parlavamo all’inizio non è un difetto. È la prova che non si può restare indifferenti.