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Tutto quello che abbiamo imparato da Kendall Roy sul potere e sulla solitudine

Kendall Roy

ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU SUCCESSION.

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Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo sognato di diventare milionari. Tutti, probabilmente, ci siamo immaginati fluttuare leggeri dentro a un’esistenza ideale, in cui il lavoro è solo un ricordo sbiadito e facilmente dimenticabile e in cui le giornate si susseguono all’insegna della comodità e della mancanza di preoccupazioni. Ma poi è arrivata Succession. Una sorta di promemoria, di campanello d’allarme che risuona insistente dentro alla nostra testa come a dire: attenzione, anche i milionari soffrono e non se la passano poi così bene nonostante i jet privati e le multiproprietà di lusso. La storia di quattro fratelli disfunzionali “figli del niente”, come afferma Roman Roy durante uno dei suoi innumerevoli flussi di coscienza espressi ad alta voce, ci ha insegnato a guardare al di là del conto in banca, dei bei vestiti e delle feste mondane.

L’autostima si costruisce nei momenti difficili della vita. Ed è per questo motivo che quella dei fratelli Roy è collocata più o meno sotto le scarpe. Firmate, certo, ma inutilmente impeccabili se l’affetto, l’amore e gli ostacoli quotidiani sono stati sostituiti da un’ossessione morbosa per i soldi e il potere. Di questo concetto Kendall Roy ne è forse la conseguenza più triste e realistica. Tra i quattro fratelli è colui che più degli altri ha subìto l’effetto di essere un figlio di papà inusuale, perché dotato di grande potenziale, di intelligenza affilata e stracolma di velleità che, tuttavia, lo hanno sempre condotto in un vicolo cieco.


Durante l’episodio finale della serie abbiamo visto il secondogenito seduto su di una panchina con lo sguardo fisso sull’acqua scura dell’Hudson, mentre il sole tramonta e un membro della sua scorta lo sorveglia a distanza. Un uomo sconfitto, annebbiato da pensieri negativi e ritornato esattamente al punto zero.

All’inizio della prima stagione di Succession, dove lo abbiamo seguito passo per passo nei suoi tentativi di spodestare dal trono di patriarca e di dirigente un padre anaffettivo, arrogante e bullizzante.

Quel Logan Roy che riesce a farsi detestare anche stando in silenzio.

Kendall Roy
Credits: HBO Max

In fondo in fondo facevamo il tifo per Kendall. In qualche modo speravamo potesse davvero scalzare il padre.

Ma il problema di Kendall è tutto contenuto in una parola: fragilità. Il personaggio interpretato da un Jeremy Strong piegato su sé stesso persino nella postura (un metodo di recitazione estremo ma fortemente efficace), non possiede l’ironia cinica del fratello Roman e nemmeno l’opportunismo sfacciato della sorella Shiv.

Kendall non ha difese e appare piuttosto come una foglia tremante e solitaria, attaccata al ramo della famiglia Roy per dipendenza patologica, alla ricerca continua e spasmodica di approvazione e accettazione da parte del padre. Un genitore che si ama, si odia, si ama o forse no. Colui che un minuto prima è l’acerrimo nemico e un minuto dopo lo si piange al funerale con un discorso ad effetto.

Kendall inoltre non è il “killer” spietato a cui Logan Roy avrebbe ceduto volentieri l’eredità materiale e spirituale dell’impero famigliare. Kendall ha un minimo di coscienza. Prova senso di colpa e dolore al pensiero di aver ucciso accidentalmente un cameriere. Prova sconforto quando non trova i regali dei suoi figli tra le centinaia ricevute nel giorno del suo compleanno. La sua stessa natura, forse troppo bisognosa d’amore e di attenzioni, lo tradisce continuamente.

E così ogni tentativo di questo personaggio di Succession di mostrare forza e risolutezza risulta fallimentare. È sempre una citazione vuota di qualcun altro.

Imita il padre, imita i guru del tech, imita i rapper che ascolta in cuffia per darsi la carica.

Il secondogenito è il monito vivente che il potere è una gabbia dorata dietro le cui sbarre si può diventare trasparenti. Invisibili. Inconsistenti.

Jeremy Strong è Kendall Roy in Succession
Credits: HBO Max

La sua solitudine nasce proprio da questo deserto interiore. Dal provare ad affermarsi per tentativi senza mai arrivare a un risultato stabile e soddisfacente. Prendiamo la sua tossicodipendenza, ad esempio. Essa non è solo chimica; è una dipendenza dalla rilevanza. Senza il titolo di CEO, Kendall teme di smettere di esistere. Senza la Waystar Royco è convinto di non avere un’identità. Kendall Roy è colui che con una passività disarmante appoggia la fronte sui vetri installati sul tetto del grattacielo della Waystar, guardando New York come fosse un fantasma. Con quello stesso identico sguardo vitreo che lo accompagna durante le riunioni di famiglia, davanti a un telefono che squilla, durante un bagno in piscina che sembra portarlo alla deriva. In questo modo è come se Kendall subisse sé stesso, complice l’interpretazione magistrale di Strong che ha reso completa la caratterizzazione del personaggio.

La sua performance in Succession si basa sulla fisicità dell’ansia.

Kendall cammina come se avesse sempre addosso un’armatura troppo pesante. Spalle curve, sguardo assente, occhiali da sole per darsi un tono ma anche (soprattutto) per celare esitazioni e insicurezze. Ogni volta che usa il gergo aziendale sentiamo che non sta comunicando spontaneamente, ma sta cercando di evocare un incantesimo per convincersi di appartenere a quel mondo. Quando lo vediamo nelle scene in cui interpreta il ruolo del leader visionario, su di un palco o davanti al consiglio di amministrazione, comprendiamo quanto il potere di figlio ricco e potenzialmente ereditiero lo renda in realtà un’isola. La grandezza di Strong sta nell’aver saputo trasmettere la solitudine di Kendall in modo assoluto e irreversibile. Questa serietà angosciante è ciò che rende i suoi fallimenti così dolorosi da guardare.

In definitiva, la parabola di questo personaggio e la sua conclusione sono un boccone amaro da digerire perché, persino sul finale di Succession, ci rendiamo conto che il suo non è nient’altro che un eterno ciclo di resilienza masochistica. Ogni volta che tocca il fondo Kendall risorge convinto di essere il prescelto (“I am the eldest boy!” – urlato disperatamente in faccia ai fratelli nell’ultimo episodio), per poi crollare di nuovo. Grazie a lui abbiamo imparato che il potere non riempie i buchi dell’anima ma li allarga soltanto, trasformandoli in voragini difficili da richiudere. Degli strappi enormemente ampi, stratificati, calcificati dal passare del tempo e dall’accumulo di traumi mai superati. E ciò che rimane è solo un uomo con troppi soldi e troppo poco sé stesso, seduto su una panchina a guardare un mondo che ha smesso di aspettarlo.