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The Night Manager è tornata dopo dieci anni: purtroppo, però, non sembra più di quella di un tempo. La Recensione

The Night Manager 2

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Night Manager 2.

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Nel 2016, The Night Manager arrivò come un’onda anomala nel panorama televisivo. Elegante, raffinata, moralmente ambigua ma non cinica, con una tensione narrativa sostenuta da un antagonista memorabile e da un protagonista fragile quanto determinato. Era un thriller che sembrava uscito da un romanzo di John le Carré. Spoiler: perché lo era. Oggi, a distanza di dieci anni, The Night Manager 2 torna non con la stessa anima ma con lo stesso nome. E questo è il suo primo errore.

Perché se la prima stagione viveva dello spessore le carréiano, presente nei dettagli burocratici, nelle gerarchie invisibili, nella fede tradita, nell’ossessione come forma di giustizia eccetera, la seconda stagione sembra muoversi in un vuoto stilistico. E morale. Non è più una storia sul potere corrotto ma sul trauma bloccato. Non è più un’indagine sul male istituzionale ma una ripetizione meccanica di schemi già visti, avvolti in location lussuose e dialoghi patinati. Dopo tre episodi su sei, The Night Manager 2 appare come un sequel che non sa decidere se vuole essere fedele all’originale o liberarsene. Finendo per fare entrambe le cose non troppo bene.

Sei anni, narrativamente parlando, di un silenzio che non dà spessore

Jonathan Pine (Tom Hiddleston), ora sotto la falsa identità di Alex Goodwin, ci ritorna non come un eroe rinato ma come un uomo tenuto in quarantena emotiva. A sei anni dagli eventi che lo hanno segnato per sempre, lavora come capo dei Night Owls, un’unità marginale dell’MI6 creata appositamente per tenerlo lontano dal campo operativo. Il suo compito? Sorvegliare, notte dopo notte, le telecamere di sicurezza negli hotel di lusso di Londra, alla ricerca di comportamenti sospetti legati al terrorismo. È un incarico volutamente insignificante, quasi punitivo. Non una promozione ma un esilio elegante. L’istituzione lo ha messo in gabbia di velluto, convinta che sia troppo instabile per tornare a mentire in prima persona. Eppure lui insiste, con ostinazione quasi patetica, a fingere di aver superato i fantasmi della prima stagione.

Un trauma senza sviluppo per un eroe senza slancio

Un sofferto Jonathan Pine veste adesso i panni di un banchiere svizzero
Credits: Prime Video

Ma qui nasce il primo cortocircuito narrativo. Il tempo non funziona come dimensione psicologica, bensì come vuoto scenico. Sei anni sono trascorsi da quando Roper (Hugh Laurie) ha lasciato il suo marchio su Pine, eppure quest’ultimo appare ancora bloccato nello stesso punto emotivo. Le occhiaie scavate, gli occhiali da vista, il tono di voce smorzato, ogni dettaglio sembra studiato per cancellare il fascino snello e ambiguo che lo aveva reso un anti-Bond credibile. Non è più un camaleonte che sceglie le sue maschere. Sembra essere un uomo che indossa la stessa finzione ogni giorno, sperando che nessuno si accorga che sotto non c’è più nulla.

Eppure, questa fissazione non viene mai davvero esplorata. La serie non scava nel trauma, non lo interroga, non ne mostra le crepe interiori. Lo usa come pretesto per giustificare un’inazione emotiva che rischia di diventare noia drammatica. Nella prima stagione, Pine agiva mosso da un ideale: la giustizia, la vendetta, la redenzione. E ogni menzogna era una scelta consapevole. Ora, sembra reagire solo a stimoli esterni, spinto da circostanze, non da desiderio. Non ha una missione, non ha una visione: ha solo ordini da eseguire e ricordi da reprimere.
Il risultato è un protagonista che non è tragico ma passivo. E in un thriller, la passività non è semplicemente un difetto: è una condanna.

Relazioni forzate senza pathos

Una delle scelte narrative più discutibili di The Night Manager 2 è la dinamica triangolare tra Pine, Teddy Dos Santos (Diego Calva) e Roxana Bolaños (Camila Morrone). L’intenzione appare piuttosto chiara. Sostituire la tensione romantica con Jed (la compagna di Roper, interpretata da Elizabeth Debicki) con qualcosa di più fluido, ambiguo, sessualmente carico. Ma l’esecuzione è piuttosto forzata. Teddy è attratto da Pine fin dal primo incontro. Lo guarda, lo tocca, lo sfida con un sorriso che mescola seduzione e minaccia. E Pine, pur essendo un uomo che nella prima stagione ha mostrato una netta predilezione per le donne, accetta il gioco, senza resistenza, senza conflitto interiore visibile.

Qui non si tratta di giudicare le preferenze di Pine. Gusti e desideri non sono in discussione. Quello che manca è la motivazione. Non sappiamo se stia recitando, se stia usando il proprio corpo come arma, o se invece ci sia un’attrazione reale, magari inaspettata, che lo destabilizza. La serie non ci mostra né lo sforzo di fingere, né il turbamento di cedere. Non vediamo il momento in cui decide, consapevolmente o no, di oltrepassare un confine. E senza quella soglia, senza quel battito d’incertezza, la relazione perde ogni spessore emotivo.

Il risultato, infatti, è una tensione erotica forzata, non generata dai personaggi. È un colpo di scena, non un crescendo. E questo è un peccato, perché sono apprezzabili le relazioni in cui il desiderio si annoda al potere, dove l’identità vacilla sotto la pressione del ruolo. E dove ogni gesto, un contatto, uno sguardo, un silenzio, porta con sé conseguenze interiori. Qui, invece, tutto è superficie senza profondità, gesto senza conseguenza. Ci viene detto che c’è ambiguità ma non ce la fanno sentire. E senza quella vibrazione emotiva anche la seduzione più elegante diventa teatro vuoto.

La donna che, per ora, non mantiene le premesse. E promesse

Roxana Bolaños rappresenta un altro punto debole di The Night Manager 2. Il suo ruolo è espanso rispetto a quello di Jed nella prima stagione. Si tratta di una figura centrale, non marginale ma non è approfondito. È presentata come una donna d’affari ambigua, forse doppiogiochista, forse vittima ma non le viene concessa una vera interiorità. Non ha radici, non ha una storia familiare significativa, non ha un linguaggio proprio. Indossa abiti succinti, sorride con aria enigmatica, e serve principalmente a collegare Pine a Teddy.

Gli autori disseminano qua e là alcuni indizi come se volessero suggerire che dietro il personaggio ci sia una storia da raccontare. Ma per ora quella storia resta sospesa, promessa ma non consegnata. A differenza di Jed, il cui dolore, lealtà conflittuale e desiderio di fuga erano resi con precisione emotiva già nei primi episodi della prima stagione, Roxana funziona soprattutto come ponte narrativo. Il risultato, finora, è un personaggio che sembra in attesa di diventare qualcuno ma che, dopo tre episodi su sei, continua a esistere solo in funzione degli altri.

The Night Manager 2 non è più John Le Carré e si sente

Teddy è figlio di un villain che ben conosciamo
Credits: Prime Video

Ciò che più manca in The Night Manager 2 è lo spessore le carréiano. Quell’osservazione minuziosa del potere, quel realismo morale che trasformava il thriller in un affresco istituzionale. Nella prima stagione ogni dettaglio, dal bicchiere di whisky servito con troppa cura alla frase in codice pronunciata con indifferenza, al silenzio delle montagne svizzere, raccontava un mondo preciso. Quello dei servizi segreti britannici, della diplomazia ipocrita, dell’élite che governa nell’ombra pur vestendo abiti su misura. Era una storia di spionaggio, sì, ma anche di classe, di tradimento culturale, di corruzione strutturale.

Ora, tutto appare più patinato, più televisivo. Come se la complessità fosse stata sostituita da un’estetica di lusso priva di radici. Gli hotel, le ville, i cocktail party sono ancora lì, ma non nascondono più niente: sono scenografie, non simboli. Il male non è più incarnato da uomini educati che citano Churchill mentre organizzano omicidi. È affidato a un cartello colombiano tratteggiato con pennellate generiche, dove la violenza è spettacolo, non sistema. Senza John le Carré a guidare la penna, The Night Manager 2 si aggrappa ai fantasmi della prima stagione, sperando che il nome, il volto di Hiddleston e qualche flashback bastino a restituire profondità. Ma la nostalgia non è una strategia narrativa: è un surrogato.

Uno sguardo elegante ma senza domande

La regia di Georgi Banks-Davies è fluida ed elegante, capace di costruire sequenze tese e atmosfere seducenti ma non possiede il respiro tragico di Susanne Bier nella prima stagione. Allora, ogni inquadratura sembrava contenere una domanda morale. Ora, molte scene sembrano fatte per essere ammirate, non interrogate. La tensione non nasce più dall’ambiguità etica o dalla fragilità umana ma dalla meccanica dell’intreccio: chi sa cosa, chi tradisce chi, quando esploderà la bomba. È un thriller efficiente ed efficace, piacevole da guardare. Come ce ne sono tanti, purtroppo. E finché la serie non troverà una voce propria, resterà ciò che è oggi: un prodotto molto ben fatto ma lontano da quello di dieci anni fa.

The Night Manager 2: siamo ancora in tempo

Dopo tre episodi, The Night Manager 2 non è un brutto prodotto, anzi. È ben confezionato, visivamente elegante, sostenuto da un cast solido e da una tensione intermittente ma efficace. Se esistesse da sola, senza il confronto con il passato, la giudicheremmo per quello che è: un thriller di spionaggio solido, forse persino interessante. Ma il problema è che non esiste da sola. Esiste accanto, e in ombra, di una prima stagione che era rara, compatta, moralmente acuminata, e soprattutto finita.

Invece di costruire qualcosa di nuovo, The Night Manager 2 ha preso il glamour, la tensione, il fascino di Hiddleston e ne ha fatto un calco vuoto. Ha sostituito l’analisi politica con il melodramma, la critica sociale con una psicologia bloccata, la complessità morale con lo stereotipo esotico. E soprattutto, ha deciso di resuscitare Richard Roper, non come simbolo, non come trauma ma in carne e ossa. Un uomo che credevamo sepolto, e che invece cammina, parla, agisce. Non è un fantasma. È un errore narrativo mascherato da colpo di scena.

Eppure, non è troppo tardi. Mancano ancora tre episodi. Potrebbe ancora sorprenderci. Potrebbe mostrare Pine non come un fantasma del suo trauma ma come un uomo che sceglie di affrontare il proprio passato senza cercare redenzione. Dare a Roxana una voce vera, non funzionale. Trasformare Teddy non in un clone genealogico di Roper ma in qualcosa di nuovo, più insidioso. Più contemporaneo.


Insomma, da fan di The Night Manager, non vediamo l’ora di ricrederci. Perché abbiamo ancora bisogno di ritrovare quelle intense emozioni che il primo capitolo ci aveva regalato rendendola un’opera memorabile. Altrimenti, saremo di fronte a un prolungamento di un addio che, nel 2016, aveva già trovato la sua forma perfetta.