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ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Diplomat 3.
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The Diplomat 3 torna su Netflix con una stagione che conferma e rilancia la sua posizione fra i titoli più interessanti e ambiziosi del panorama dei political thriller. La politica mondiale non dorme mai ma in The Diplomat 3 ha almeno il buon gusto di farlo con un certo, grande stile.
Creata da Debora Cahn e interpretata da un cast di assoluta eccellenza la terza stagione accentua i toni geopolitici, raffinando la sceneggiatura e il trattamento dei personaggi. Così da offrire un’esperienza seriale intensa, stratificata e stimolante per spettatori amanti delle storie di potere, crisi internazionale e conflitti emotivi. Insomma, tutto ciò che speriamo di non trovare nel telegiornale di domani.
The Diplomat 3 riesce a bilanciare tensione e introspezione, azione e dialogo interiore, riuscendo ad avvicinarsi alla tradizione dei grandi classici del genere. Si avvicina alla tradizione di The West Wing per i dialoghi. A House of Cards per il cinismo. E a Homeland per la tensione psicologica senza perdere la propria identità forte e attuale. È una serie animata da una regia attenta e mai invadente, da una scrittura lucida e da attori che regalano interpretazioni magnetiche. Gli otto episodi della nuova stagione rappresentano la misura perfetta per raccontare eventi complessi e, al tempo stesso, offrire evoluzioni psicologiche credibili e profonde.
The Diplomat 3: la trama
Ci eravamo lasciati con una telefonata che, al contrario della pubblicità di una volta (interpretata da Massimo Lopez), non allunga la vita. L’improvvisa morte del Presidente Rayburn è l’avvenimento che ribalta gli equilibri internazionali, introduce una nuova leadership negli Stati Uniti e costringe i protagonisti a ricostruire le trame della diplomazia globale da zero.
Alla Casa Bianca ascende Grace Penn (Allison Janney), ex vicepresidente dal passato quanto meno ambiguo, che non vorresti come vicina di casa. Mentre la protagonista Kate Wyler (Keri Russell) si trova ancora una volta al centro di una spirale di crisi che coinvolge le relazioni tra Stati Uniti, Regno Unito e, l’immancabile Russia.
Il marito di Kate, Hal (Rufus Sewell), è spinto in una corsa per favorire la moglie nella successione politica, ma l’ambizione personale si scontra con la fragilità matrimoniale e con la pressione derivante dal ruolo pubblico. Alleati storici, come il primo ministro britannico Trowbridge (Rory Kinnear), cercano di sfruttare la transizione in USA per rafforzare la posizione internazionale del Regno Unito.
La struttura in otto episodi permette un’alternanza ben calibrata tra la chiusura dei filoni narrativi rimasti aperti nella stagione precedente e il lancio verso una quarta stagione con nuove minacce, nuovi alleati e la possibilità di ulteriori crisi globali. Il ritmo della narrazione oscilla fra episodi ad alta intensità e momenti di pausa riflessiva ma riesce a mantenere sempre alta la tensione e la curiosità dello spettatore.
Regia e montaggio

Dal punto di vista formale, The Diplomat 3 continua a mostrare una regia efficiente e dinamica, che sa valorizzare la successione serrata dei dialoghi, la mobilità degli ambienti istituzionali e la tensione sottile che attraversa ogni scena. La regia alterna piani secchi e movimenti fluidi, riflesso dell’urgenza diplomatica che domina la narrazione, e trova nella gestione degli spazi della Casa Bianca, dell’ambasciata in UK e delle riunioni internazionali un meraviglioso punto di forza visivo.
Nelle mani di registi esperti la serie mantiene quell’impronta visiva che fonde teatralità e ritmo cinematografico: briefing concitati, incontri riservati dove ogni sguardo pesa più di una dichiarazione ufficiale. Il montaggio, sincopato e preciso, accompagna perfettamente questo stile. Ne viene fuori un ritmo galoppante: brillante e mai noioso.
La velocità degli eventi, la pluralità dei luoghi e dei personaggi, la continua alternanza fra crisi e momenti privati mantengono la serie avvincente e densa. Anche i pochi momenti di respiro sono funzionali all’evoluzione emotiva e servono a rilanciare il gioco dei colpi di scena, mai utilizzati in modo gratuito.
Sceneggiatura e temi forti
La scrittura è il marchio di fabbrica della serie. Debora Cahn conosce il linguaggio della politica televisiva e sa renderlo accessibile, ironico, tagliente. I dialoghi sono veloci, affilati e spesso irresistibilmente sarcastici. Così rapidi che, se ci si distrae un secondo, si rischia di perdere una crisi internazionale e due battute geniali. Ciascuna delle quali è critta per dire due cose contemporaneamente: una per il protocollo, l’altra per la verità.
La sceneggiatura unisce complessità geopolitiche e sfumature umane, aiutata da una prosa che evita la retorica e sa mescolare ironia e tensione. Il gioco delle alleanze, la pressione delle istituzioni, la ricerca di una via di salvezza per i personaggi sono trattati con disincanto e lucidità. E con costanti richiami al costo umano della diplomazia e alla brutalità del compromesso.
Non mancano momenti di autoironia e comicità amara. Come la scena in cui quattro leader mondiali si ritrovano a cena a discutere di questioni banali dimostrando quanto il potere possa essere anche fonte di goffaggine.
La serie riflette con coraggio su temi come la crisi della leadership occidentale, la fragilità delle alleanze internazionali, il rischio di isolamento degli Stati Uniti. E la tensione fra dovere pubblico e felicità privata. The Diplomat 3 sembra chiedere continuamente: “Quanto può durare un’alleanza costruita sull’ipocrisia?”.
Certo, serve un po’ di sospensione dell’incredulità. Che l’ambasciatrice e Second Lady mantenga entrambi i ruoli mentre è coinvolta in un intrigo internazionale è, forse, eccessivo. Ma rientra nel tono della serie: The Diplomat 3 è una soap geopolitica intelligente, che mescola il plausibile e l’assurdo con totale disinvoltura. La CIA può anche sbagliare, insomma, ma la sceneggiatura no.
Prove attoriali
Il cast di The Diplomat 3 è uno dei suoi punti di forza assoluti. Keri Russell, nella parte di Kate Wyler, offre una prova di rara densità. L’attrice è capace di dare voce e corpo alla vulnerabilità, all’intelligenza strategica e alle contraddizioni di una donna costretta a scegliere tra carriera diplomatica e vita privata. Keri Russell guida la serie con autorevolezza e carisma, trascinando lo spettatore in un vortice di potere e fragilità.
Rufus Sewell, nel ruolo di Hal Wyler, è ancora una volta magnetico. Il suo personaggio vive di ambiguità e inquietudine, incarnando perfettamente la tensione di un matrimonio sempre in bilico tra intimità e diplomazia.
Allison Janney domina la scena come Grace Penn, la nuova Presidente, alternando carisma e durezza, empatia e calcolo. E poi arriva Bradley Whitford. Il suo First Gentleman Todd Penn aggiunge una dose di ironia e umanità che smorza la tensione senza mai banalizzare. Per i fan è una vera delizia rivederlo al fianco di Janney, in una reunion da The West Wing che funziona come omaggio e come trovata brillante. Perfino il dettaglio del taglio al pollice mentre pulisce le ostriche (scherzo simile che ricorre in Brooklyn 99, dove interpreta il padre di Jake Peralta) diventa un piccolo cult.
Nel cast di supporto, Ato Essandoh (Stuart) e Ali Ahn (Eidra) mantengono solidità e leggerezza, anche se i loro personaggi risultano meno centrali rispetto alle prime stagioni. Perdono spazio i già citati Primo Ministro inglese e il suo Ministro degli Esteri. Ma, visto il finale di stagione, probabilmente li ritroveremo splendenti nella prossima stagione. già prevista.
The Diplomat 3: tanti alti e qualche basso

La terza stagione di The Diplomat si regge su un impianto solido e raffinato, in cui spiccano innanzitutto le interpretazioni. Keri Russell e Rufus Sewell dominano la scena con una chimica magnetica e complessa. E Allison Janney e Bradley Whitford completano un quartetto d’assi straordinario, capace di trasformare ogni scambio, anche il più tecnico, in un momento di pura tensione drammatica.
A sostegno di queste prove c’è una scrittura affilata, capace di dosare colpi di scena con precisione chirurgica e di bilanciare con maestria ironia e gravità, senza mai scadere nella retorica. Il montaggio contribuisce a tenere alto il ritmo: serrato ma mai caotico, con transizioni fluide e un controllo impeccabile del tempo narrativo. Sul piano tematico la stagione si distingue per l’originalità con cui analizza il potere, intrecciando questioni geopolitiche urgenti con riflessioni intime sul tradimento, la fiducia e il costo delle scelte pubbliche.
Tuttavia, non mancano alcune riserve. La componente romance e familiare può risultare un po’ invadente per chi preferisce la parte più spionistica e politica. Alcuni momenti di “respiro” nella prima metà sembrano rallentare la tensione, anche se non compromettono mai il ritmo generale.
C’è poi la questione della plausibilità. La serie chiede allo spettatore di accettare molto ma lo fa con consapevolezza e ironia. In fondo, è proprio questa la sua forza: giocare con il confine tra verosimile e romanzesco, ricordando che la diplomazia è un teatro e ogni personaggio, in fondo, un attore.
The Diplomat 3: proiettati verso la quarta stagione
The Diplomat 3 si conferma una delle migliori espressioni del political drama contemporaneo. Capace di rendere palpabile la tensione diplomatica e di avvincere lo spettatore sia con i meccanismi del thriller, sia con la finezza delle riflessioni sul potere e sull’amore.
La stagione, ricca di interpretazioni memorabili, scrittura robusta e regia ispirata, offre una sintesi perfetta tra originalità e rispetto della tradizione, imponendosi come modello per le serie future. The Diplomat 3 è da vedere, da analizzare e da discutere. Una serie che, tra crisi internazionali e tragedie personali, non smette mai di chiedere fino a che punto politica e felicità privata possano convivere.
Chi cerca una visione coinvolgente e spietatamente attuale troverà in The Diplomat 3 un riferimento imprescindibile. È una serie che non si limita a raccontare la politica. La trasforma in un campo di battaglia emotivo, dove la verità è sempre negoziabile. E sì, in questo gioco di potere, lo spettatore esce sempre un po’ più compromesso.






