Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quinta puntata di Portobello.
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Sarebbe più semplice credere che un’ipnosi collettiva abbia coinvolto tutti, a eccezione di pochi. Un capovolgimento della realtà che niente ha a che fare con le regole terrene, ma è figlia di forze soprannaturali che a un certo punto hanno sovvertito la logica degli eventi con un solo obiettivo: scrivere un racconto grottesco. Sarebbe semplice, ma non è così: come sottolineiamo da settimane, è sempre difficile mantenere un contatto con la realtà e non pensare che tutto ciò sia figlio di una fantasia. Purtroppo, però, sappiamo come è andata. Enzo Tortora è esistito davvero, e ha subito un destino atroce che ancora oggi è complesso spiegare in ogni dettaglio. Non lo è nemmeno se si parla della quinta puntata di Portobello, disponibile su HBO Max, incentrata sul processo subito dal conduttore televisivo.
Non è un caso che parliamo di un’ipnosi: nel mondo al contrario messo in scena da Bellocchio per ricostruire il caso, l’uomo accusato di aver ipnotizzato tutti è lo stesso Tortora. Sarebbe lui l’incantatore di serpenti che stregò per anni 28 milioni di italiani. L’uomo di spettacolo, il comunicatore forbito, il presunto uomo dal doppio volto che nell’oscurità della notte si sarebbe macchiato le mani di sangue.
L’idea di ipnosi proposta da Portobello si associa così a quella di uno show. Le parti, però, sono ancora una volta invertite.

Si arriva così a uno dei principali accusatori, il “dissociato”, e alle sue pontificazioni su un’Italia senza cultura e senza futuro. Si spinge persino oltre, nella rilettura di Portobello, associando il processo all'”arte della commedia”. Così commenta la durissima istruttoria del pubblico ministero che si scaglia contro Tortora. E così sembra accompagnare lo spettacolo di un altro dei pentiti principali, “attore” dall’estetica ideale per finire sulle prime pagine dei giornali. La vacua vanità, d’altronde, è un altro dei fili conduttori di questa storia impossibile.
La “mascherata” si rinnova in ogni momento, spersonalizzata nell’oblio di verità negate anche quando si palesano negli occhi della più fragile delle testimoni, straordinariamente interpretata da Irene Maiorino. Prima ritratta e poi vaga ovunque, sospesa in un limbo in cui la sua assenza è schiacciata dalla pressione delle forze che si scontrano nell’arena. Emergono verità contrastanti, ancora una volta senza riscontri: nel momento in cui la narrazione vacilla, però, si torna al punto di partenza. Là dove Tortora non è mai stato, anche se troppi raccontano il contrario. L’inchiostro non si posa sulla carta, come era già stato evidenziato negli episodi precedenti: la presunzione di colpevolezza, aggrappata a testimonianze che non sfociano mai in prove concrete, lo porta a una condanna che rappresenta una grave macchia per la storia del nostro Paese.
Il capovolgimento si compie passaggio dopo passaggio, implacabilmente. E Portobello non risparmia alcun dettaglio.
Si compie tra le derive di certi cronisti che non rendono giustizia alla loro nobile professione e la riscrittura delle cronache degli eventi, tra una data che non corrisponde e correzioni di comodo che disvelano la fragilità del castello di carte. Tortora, dal canto suo, è sostenuto da una difesa instancabile e dall’ancora più irremovibile volontà di far emergere la sua estraneità ai fatti. Un’innocenza incondizionata che si riflette nella rabbia incredula con cui subisce ogni istante di un processo semplicemente sbagliato. Cerca in ogni momento di guardare negli occhi chi lo sta accusando, chi sta scrivendo la storia di una vita che non ha mai vissuto: è però un privilegio che persino in quei frangenti gli è riservato rarissimamente.
Strozza in gola le parole più amare possibili, bloccato dai suoi avvocati prima che possa peggiorare la propria posizione precaria. Prima che si trasformino in un boomerang.“Io sono innocente”. sussurra a bassa voce. E incalza:“Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”.
Diviene, suo malgrado, il protagonista di una storia di Kafka. È un materiale letterario preziosissimo che si spera sempre non possa invadere gli spazi della realtà.
Le parole chiave sono sempre le stesse, quelle che ci accompagnano dalla prima puntata di Portobello: tutto è grottesco, surreale, assurdo. Tortora osserva un’intera esistenza che viene distrutta pezzo dopo pezzo, una testimonianza dopo l’altra. Si ritrova nel mondo parallelo in cui il clamore degli applausi dei pentiti è una nuova sequenza di pugnalate, mentre ogni parola subita lo uccide lentamente. Ogni suo tentativo di riportare alla verità rischia di essere usato contro di lui. Arriva addirittura a dover affrontare uno dei pentiti mentre cerca di ribaltare i ruoli con un eloquio esitante. Si aggrappa all’etimologia più spicciola della parola “infame”, quell’altro: è il termine giusto perché da Kafka si torna poi ancora a Manzoni e alla sua “colonna”, ma non dovrebbe essere più necessario sottolineare quanto certe verità siano effettivamente tali solo se si guarda ogni cosa con la testa ingiù.
È troppo, per un solo uomo. E lo è per chiunque gli voglia bene e non abbia smesso di credere per un istante alla sua estraneità ai fatti. Il dramma si è ormai compiuto fatalmente: non è più un brutto sogno che lascia con la speranza che tutto finisca quando si riaprono gli occhi, ma il capitolo inedito di una vita che Tortora non avrebbe mai voluto vivere. Un gocciolio costante che ruba il sonno, quasi fosse un rubinetto che non funziona correttamente. Risuona allora la reazione alla sentenza, espressa dalla famiglia dell’uomo: Pulcinella, fin qui proiettato negli incubi del presentatore, si trasforma nell’aggettivo con cui vengono etichettati i giudici che hanno emesso la sentenza sbagliata.
L’irruzione è conclusa, e un pentito arriva a essere ancora più esplicito a riguardo: “La commedia è finita”.
Non è così, non del tutto. Perché no, la “commedia” non è finita qui, ma dopo anni ritroverà finalmente la dimensione del dramma senza i filtri grotteschi. C’è ancora una puntata di Portobello da attraversare, un ultimo capitolo in cui la verità avrà l’opportunità di essere ripristinata per sempre. L’Italia, a un certo punto, si risveglierà dall’ipnosi, e Tortora ritroverà il giusto posto nella storia. A distanza di quarant’anni, però, fa ancora male pensarci: è trascorso tanto tempo, ma certe ferite non si rimarginano mai.
Antonio Casu







