Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla prima puntata di Portobello.
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Tra il 1977 e il 1983, la popolazione italiana si aggirava intorno ai 56 milioni di persone: di questi, la metà guardava Portobello. E non per modo di dire: la metà degli italiani guardava Portobello, letteralmente. 28 milioni di spettatori, a tratti. La metà, ripetiamo. La metà degli italiani si collegava ogni venerdì sul secondo canale per partecipare alla rappresentazione televisiva di un mercato popolare. Un mercato rumoroso ed eclettico, punto focale di un intero Paese che si disvelava tra cuori spezzati, personaggi bizzarri, maschere popolane e istituzioni nazionalpopolari. Tra talenti d’ogni genere, veri o presunti.
Con un pappagallo, al centro, cui non si chiedeva altro che pronunciare una singola parola: manco a dirlo, Portobello.
Quando si accendevano le telecamere, Enzo Tortora dava vita a una trasmissione televisiva pionieristica che ha plasmato il piccolo schermo italiano per generazioni, fino ad arrivare a noi con lezioni ancora ascoltate dai più a quasi cinquant’anni di distanza.
Ogni volta che si parla di eventi che fermano un intero Paese o di fenomeni che racchiudono lo spirito di un popolo nella sua essenza più pura, ci si associa sempre a considerazioni semplicistiche. Eccessive, persino fuori luogo. Dissociate dalla realtà. Portobello no, non rientrava nella categoria: era questo. Ancora: letteralmente.
Il racconto fedele da una parte, manco fosse un documentario. Dall’altra, invece, si alimentavano le fantasie di chiunque sognasse un posto al sole. I suoi sacrosanti quindici minuti di celebrità, a ragione o meno.
Dissociati, loro, da una realtà in cui sarebbe saggio riconoscere il proprio talento e fermarsi di fronte ai propri limiti.
L’Italia aveva trovato in Portobello la sua rappresentazione più fedele, priva delle forzature artificiose delle retoriche a cui siamo abituati. Un’Italia autentica, senza filtri: una trasmissione televisiva si era associata a essa senza lasciare alcuno spazio al dubbio che il nostro Paese potesse non essere quello, per molti versi. E così si riuniva ogni venerdì, metà degli italiani. Italiani d’ogni ceto: laureati o analfabeti, giovani e anziani. Artisti e ragionieri, casalinghe e uomini d’affari. Liberi o no, addirittura. Dall’ultimo bar di provincia alle più spettrali delle carceri, Portobello era imprescindibile per chiunque. Solo la metà, dirà qualcuno: l’altra metà, però, era comunque parte dell’evento. Forse non la guardava sul serio, o magari lo faceva nascosto per non tradire un certo snobismo: era inevitabile, però, parlarne. Partecipare, in qualche modo. Associati, pure loro.
Questa è la cornice attraverso cui si sviluppa la prima puntata di una delle serie tv più attese dell’anno.
Aspettative ripagate, fino in fondo. Ritmi alti, spiccata immediatezza e una regia che accompagna grandi interpretazioni con una voce presente ma non ingombrante: tutto ciò che si desidera vedere oggi in una serie tv, ma con la prospettiva di un regista che, arrivato a 86 anni, continua a mostrare una brillantezza straordinaria e un’invidiabile capacità di trovare nuove soluzioni espressive.
Portobello, ideata e diretta da Marco Bellocchio, ha esordito su HBO Max con un pilot in cui la cornice della trasmissione, un vero fenomeno di culto che caratterizzò l’Italia sul piano socioculturale tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, fa da contraltare a una realtà molto più cupa. Una realtà occulta, uscita alla luce del sole tra i filtri delle sbarre di Poggioreale. Associazioni, certo. A delinquere. E dissociazioni, tra i deliri d’onnipotenza del boss per eccellenza della camorra napoletana, e quelle di un uomo che, secondo quanto emerge nella serie, dalla realtà si era dissociato fino in fondo.
Contraltari distanti uno dall’altro, ma incredibilmente parte di un solo racconto. Il racconto che ha portato al caso Tortora, una delle storie più surreali che il nostro Paese abbia mai vissuto.
Enzo Tortora, l’uomo che non si è mai dissociato dalla realtà

Come potreste aver ormai intuito, le associazioni e le dissociazioni sono parte del nucleo centrale attraverso cui analizziamo lo splendido pilot di Portobello. Con una considerazione che emerge ampiamente nel corso della puntata: in un Paese in cui troppi si sopravvalutano, anche quando non hanno mai ricevuto la diagnosi di uno psichiatra, gli scribacchini possono pensare di essere gli eredi di Dante e si approcciano a un boss spietato con le stigmate dell’entità divina, gli scultori si associano al miglior Michelangelo e qualcuno si illude davvero di poter ipnotizzare un intero Paese, Enzo Tortora mantiene sempre un contatto con la realtà. È artefice di una trasmissione che raccoglie l’Italia riunita, senza eccezioni. Conquista 28 milioni di italiani con Portobello, eppure non diviene mai preda della megalomania.
“Sono solo numeri”, dirà a un certo punto attraverso l’interpretazione eccezionale di Fabrizio Gifuni, anima e corpo del personaggio. Il suo Tortora non si distingue da quello vero, fin dal primo contatto. Pacato e misurato, composto ed elegante, appassionato al punto giusto. Libero, sul serio: ha dalla sua la forza dei risultati, superando così ogni reticenza nei confronti di un uomo determinato a preservare la propria autonomia.
L’Italia pende così dalle sue labbra. Tanto da portare addirittura il Presidente della Repubblica a celebrarlo come vero “commendatore”, in un Paese di commendatori presunti.
C’è un senso della misura di un uomo che sembra arrivare da un altro pianeta, altro che da un’altra era: pur non essendo “l’uomo del popolo” che molti immaginerebbero in quella posizione, Tortora rappresenta l’anello di congiunzione perfetta tra l’Italia delle élite socioculturali e quella più semplice. Essenziale. Umile.
Pochi glielo riconoscono, però: 28 milioni di italiani rappresentano uno scudo curiosamente fragile, imperfetto. Destinato a cadere alla prima occasione sotto i colpi delle invidie e dei veleni. Tortora, dal canto suo, è un volto di punta, ma anche una voce critica che non perde mai la lucidità nemmeno nei momenti più difficili. Associato al mondo dello spettacolo, addirittura principe. Eppure dissociato allo stesso tempo. Un alieno, per molti.
Si mette sempre in discussione, mettendo in discussione ogni cosa. Valuta attentamente ogni mossa. Il successo di Portobello non vincola le sue scelte: Tortora scrive ogni virgola della sua straordinaria storia, senza sapere che di lì a poco sarebbe divenuto la vittima di una tragedia farsesca. Di una fantasia pensata da qualcuno con cui non aveva mai avuto a che fare. Un terremoto greve quanto quello che devastò l’Irpinia nel 1980, là dove l’associazione a delinquere si dissociò ancora una volta da ogni forma di umanità, sfruttando un dramma collettivo per trarne profitto. Il terremoto generato, in primo luogo, dallo scribacchino senza arte né parte che abbiamo evocato in precedenza.
È sufficiente la percezione errata di un nome scritto su un’anonima agendina. E così prende vita il dramma del protagonista di Portobello.

Le invidie, prima. Il rancore che rimonta su ogni forma di ragione. La venerazione per un messia pagano, i disturbi di una mente offuscata che arriva a credere di poter comunicare telepaticamente col conduttore e l’iconico pappagallo. La vendetta, dissennata, nei confronti di un nemico che alberga nella sua mente. Abbandonato dal suo dio terreno, il primo degli accusatori mostrato in Portobello trova nell’odio per Tortora, un uomo perbene che non gli aveva fatto niente di male, una chiave per sfogare ogni sua frustrazione e per dare un senso ai torti che sentiva di aver subito.
Da lì le falsità dell’artista mancato, dell’intellettuale presunto, dell’autore di sculture di scarsa fattura e di centrini che Tortora dovrebbe spedirgli indietro, senza manco sapere che esiste. Ogni singolo dettaglio dell’intreccio da cui prende forma il racconto di Portobello sembra partorito dalla mente di un autore stralunato, forse visionario. Uno che avrebbe potuto trovare spazio in quel rumoroso mercatino televisivo, scrivendo invece il primo capitolo di un romanzo impossibile.
La più totalizzante delle dissociazioni dalla realtà, dirompente al punto da poter irrompere nella storia vera.
E di farlo nel momento l’accusatore, in preda alla paura, si ritrova di fronte allo spettro distorto di quel nome, scritto su un’agendina: Enzo Tortora.
L’uomo che raccoglieva 28 milioni di italiani davanti allo schermo, finito al posto sbagliato nel momento sbagliato. Nella mente di un pericoloso criminale, prima. Su un foglio bianco, poi. Nell’indagine che prende vita in quel momento, quando la salda realtà e la cronaca grottesca si uniscono, sfuggendo infine a ogni potenziale cronaca veritiera. Nel momento il personaggio interpretato da Lino Musella si “dissocia” dall’associazione a delinquere senza “pentirsi”, cercando in cambio una via d’uscita.
Il resto è storia, lo sappiamo. E lo vedremo nelle prossime puntate di Portobello, ricordando sempre quanto sia importante rendere giustizia a Enzo Tortora ancora oggi, dopo tanti anni.
Lo faremo grazie a Marco Bellocchio, un maestro del nostro cinema che ci sta regalando una nuova gemma televisiva dopo quel capolavoro di Esterno Notte.
Il suo esordio è convincente su ogni fronte: un po’ al confine tra la realtà documentata e un misurato storytelling avulso da ogni sensazionalismo fine a sé, racconta, ancora una volta, una storia necessaria con un taglio autoriale eclettico, coinvolgente e riconoscibile, senza per questo ripetersi mai. Lo fa con la consapevolezza di chi si impegna a raccontare una storia che tutti noi dovremmo conoscere nel dettaglio. A noi, consci di avere a che fare con una serie tv tratta da fatti realmente accaduti, senza mai riuscire a crederci fino in fondo. Perché questa è una storia vera, sì. Ma è talmente dissociata da ogni forma di ragione da non sembrare tale. Purtroppo, però, una bugia detta mille volte rischia di trasformarsi in una verità, ed è quello che è successo in questo caso: diventa tale per colpa di ogni singolo artefice. Pappagalli bugiardi, carnefici di un uomo innocente.
Antonio Casu






