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Non c’è bisogno di presentazioni – Il grande ritorno di David Letterman

non c'è bisogno di presentazioni

Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Thank you, and goodnight. Ci eravamo lasciati così, il 20 Maggio del 2015. Poche e semplici parole di congedo, seguite da un emozionante montaggio con i momenti più iconici dello show, mentre i Foo Fighters in sottofondo suonavano Everlong, per l’ultima volta. Dopo trentacinque anni di carriera televisiva, tradotti in oltre 8.000 puntate, circa 20.000 ospiti e 16 Emmy Awards su 112 nomination, David Letterman salutava l’America e passava il testimone a Stephen Colbert, suo erede designato alla conduzione del Late Show sulla CBS.

Si trattava di un addio alle scene definitivo o di un semplice arrivederci? Abbiamo atteso due anni e mezzo per scoprirlo. Come era lecito attendersi, la storia del più grande intrattenitore d’oltreoceano non è ancora al capolinea.

Non c’è bisogno di presentazioni (o se preferite My Next Guest Needs No Introduction with David Letterman) segna il grande ritorno sul piccolo schermo del settantenne conduttore, in una veste totalmente inedita per format, set, piattaforma e modalità di fruizione. Netflix ha messo a segno un vero e proprio colpaccio, e lo ha fatto senza badare a spese.  Il cachet di Letterman si aggira infatti intorno alla cifra record di 2 milioni di dollari a episodio. Roba da far impallidire anche i suoi più illustri colleghi.

Non c’è bisogno di presentazioni consiste in una sorta di talk show vecchia maniera, con Dave nelle vesti di intervistatore. Niente scrivania, niente scenografia, niente Paul Shaffer con band al seguito. Solo un palco, una platea, due poltrone e un colore nero predominante a fare da cornice a un’ora di chiacchiere con la celebrità di turno. Saranno in tutto sei le puntate, rilasciate con cadenza mensile, in cui si alterneranno George Clooney, Malala Yousafzai, Jay-Z, Tina Fey e Howard Stern. Senza voler mancar loro di rispetto, non c’è dubbio che la portata principale venga gentilmente offerta già al primo appuntamento.

L’ospite della prima puntata di Non c’è bisogno di presentazioni (disponibile su Netflix dal 12 Gennaio) come saprete è l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. L’inizio dunque è di quelli col botto, le aspettative non potevano che essere alle stelle e, siamo felici di dirlo, non sono state disattese.

letterman
Non c’è bisogno di presentazioni

Non impiega molto l’ormai barbuto presentatore a introdurre l’ex uomo più potente della Terra. Chi si aspettava un suo monologo di apertura, come quando accoglieva gli americani nel suo salotto dell’Ed Sullivan Theater, potrebbe rimanere deluso. (N.B.  La trasmissione è stata pre-registrata e ri-montata, parlare dei fatti del giorno avrebbe avuto poco senso). C’è giusto il tempo per un paio di battute col pubblico per rompere il ghiaccio. Si ha da subito la sensazione che questo Non c’è bisogno di presentazioni sia un qualcosa di totalmente differente rispetto al Late Show. In effetti è così.

Il format del programma ricorda difatti molto più il Dick Cavett Show, andato in onda negli Stati Uniti dal 1968 al 1974. Come nel programma di Cavett, l’intervista si sviluppa come una vera e propria chiacchierata con l’ospite in studio, con lo charme e la rilassatezza che solo la Tv di una volta riusciva a trasmettere. Niente assilli da stacchi pubblicitari da lanciare, nessun “We’ll be right back” a coartare la conversazione come imponeva la CBS. Grazie a Netflix c’è solo da prendersi un’ora libera quando meglio si crede, mettersi comodi sul proprio divano e ascoltare con attenzione.

Cominciamo col dire che Obama non è un ospite normale. C’è qualcosa di estremamente complesso e articolato nell’aura di magnetismo che circonda la sua persona. Qualcosa che prescinde e che va oltre il ruolo istituzionale che ha ricoperto fino a poco tempo fa.

È un vero e proprio animale da palcoscenico, Obama. È uno showman che vende ancora benissimo la propria immagine, perfettamente a suo agio ancora oggi di fronte alle telecamere. Letterman sembra quasi incantato al suo cospetto, cosa non da lui, abituato da sempre a mostrarsi superiore e distaccato nei confronti del suo interlocutore. Si comporta come se sapesse già di aver fatto centro. Gliela si legge negli occhi la soddisfazione di aver fatto coincidere il suo grande ritorno con un ospite di tale portata. Ospite che tra l’altro è anche suo amico. Dave si mostra riconoscente per aver presenziato e avere di fatto aumentato l’hype intorno a Non c’è bisogno di presentazioni e non fa nulla per nasconderlo. La complicità con la quale i due pensionati di lusso affrontano i temi più disparati mette proprio agio lo spettatore, indotto a seguire in religioso silenzio i loro ragionamenti.

Parla di tutto, Obama. Posato e chirurgico come sempre nelle sue risposte, non disdegna aneddoti e boutade, lasciando a Letterman solo le briciole. Addirittura si prende il lusso di fare domande a sua volta al padrone di casa. Tiene in mano le redini dell’intervista con l’eleganza di chi conosce alla perfezione il mezzo e la materia.

Il premio Nobel inizia col confidare i dettagli della sua “nuova vita”, raccontando la propria routine da ex capo di stato, per lui inedita e ben più rilassata. Ringrazia sua moglie Michelle, encomiando il suo ruolo negli otto lunghi anni di presidenza, e non nasconde la felicità di essere tornato marito e padre di famiglia a tempo pieno. Invero, pur apprezzando il tentativo di mostrarsi normale ai nostri occhi, viene difficile immaginare uno degli uomini più importanti del nostro secolo immerso nelle normali faccende della quotidianità.

C’è spazio poi per ripercorrere le origini e l’ascesa del giovane Barack, citando il libro I sogni di mio padre e raccontandone l’infanzia travagliata. L’ex Presidente si sofferma anche sulle ingenti avversità affrontate nel corso dei suoi due mandati, dalla crisi economica alla riforma della sanità. Interessante è anche il passaggio sui rischi e la pericolosità dell’informazione 2.0, diffusa tramite gli algoritmi dei social network. L’ingerenza da parte della Russia, in riferimento alle ultime elezioni presidenziali, non può non essere menzionata.

Ecco, il grande assente della serata è proprio l’attuale Presidente degli Stati Uniti. Trump non viene mai nominato se non in un frangente della trasmissione, in cui viene mostrato un girato di Dave sull’Edmund Pettus Bridge a Selma, mentre passeggia con lo storico leader dei diritti civili John Lewis.

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Non c’è bisogno di presentazioni

Un tocco di classe, nonché il miglior smacco possibile riservato a un narcisista amante della polemica come Big Donald. Immaginiamo il suo disappunto nel non poter twittare qualche commento di risposta su quanto andato in onda. Letterman ha rievocato con il deputato Lewis la storica marcia da lui stesso promossa nel 1965, che vide oltre 600 cittadini di colore protestare contro la segregazione razziale. I due ribadiscono reciproca preoccupazione per l’attuale situazione politica, evidenziando il deciso passo indietro e l’indifferenza verso la lotta per i diritti civili dell’attuale governo. La storica elezione del primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti sembra già lontanissima. 

Chiosa finale sull’Obama Foundation, nuovo ambizioso progetto del leader democratico. Una scuola per formare gli Obama del futuro, aperta a tutti i giovani che sognano di cambiare il mondo attraverso la politica, perseguendo i valori dell’ex presidente. Perchè, come lui stesso ci ricorda, è la fortuna che spesso orienta il destino e il successo dei grandi uomini che scrivono la storia. Tanto vale provare a incentivarla a chi realmente lo merita.

Cosa dire dunque di questa prima puntata di Non c’è bisogno di presentazioni? Innanzitutto, l’esperimento è indubbiamente riuscito.

Il successo di critica e pubblico certifica la bontà dell’operazione, e non poteva essere altrimenti visti i due pesi massimi protagonisti del primo episodio. Bisognerà tuttavia attendere qualche mese per vedere se gli ascolti terranno botta, una volta esaurito l’effetto sorpresa legato al ritorno di Letterman. Per pronunciarsi sul successo della Serie bisognerà valutare l’impatto che avrà il pedigree degli altri invitati,  inferiore rispetto a quello dell’ex numero uno della Casa Bianca. Ciò detto, giocarsi il jolly alla prima mano era la cosa più logica da fare per attirare la giusta attenzione intorno all’evento, e non si può dire non abbia pagato.

Per due anni ci siamo chiesti se Letterman sarebbe tornato, e se sì, in quale veste. Una volta annunciato il suo rientro, ci siamo poi chiesti se e in cosa sarebbe cambiato l’uomo che ha tracciato la linea da seguire per i talk show di tutto il mondo. Possiamo dire (col rischio di essere smentiti nei prossimi episodi) che il presentatore un tempo celebre per il suo cinismo e il suo umorismo tagliente sembra aver lasciato il posto a una sua versione molto più pacata e riflessiva. Nessuna domanda scomoda viene posta a Obama, ma era ampiamente preventivabile visto il noto rispetto (più volte ribadito del conduttore) nei suoi confronti. Mancano però i guizzi e le stoccate in punta di fioretto che hanno sempre contraddistinto il vecchio Dave. Addirittura è lui a essere messo alla berlina dal suo ospite per la sua lunga barba bianca.

Intendiamoci, nulla di tutto ciò sminuisce la caratura e il valore del suo spettacolo. È semplicemente un Letterman diverso da quello che conosciamo, e il cambiamento non significa necessariamente diventare migliore o peggiore di prima.

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Conviene rimandare il giudizio sull’effettivo ammorbidimento di Dave alle prossime puntate. Chissà che già con George Clooney tra un mesetto non si ripresenti con lo smalto e la verve di un tempo. Per il resto, l’unica vera nota dolente di questa prima puntata di My Next Guest Needs No Introduction è il montaggio. Gli stacchi tra una scena e l’altra appaiono talvolta troppo bruschi e rischiano di far venir meno il clima di spontaneità che mitiga la conversazione, rendendo il tutto più finto e artificioso. Difetto non da poco ma migliorabile, in un’ora di grande televisione che non fa che acuire il rimpianto per la scelta dell’attuale guida politica del paese dello Zio Sam.

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Written by Andrea Scoppetta

Di solito quando scrivo non faccio che usare parole come pasghetti e mopodori, faccio continui riferimenti minacciosi e immotivati all'ONU e alla fine non faccio che ripetere vaffaflanders e altre cose che non posso dire.
Anche simpaticamente.

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