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L’uomo in più – Una recensione a posteriori dell’opera prima di Paolo Sorrentino

L'uomo in più

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul film L’uomo in più.

Quattro punte. Non due, ideali per applicare la difesa e il contropiede. Non tre, se l’audacia offensiva è spinta da una determinazione razionale, possibile col giusto equilibrio tra le pedine in campo. Quattro, ben oltre i voli pindarici di zemaniana memoria. Un disegno apparentemente impossibile, la scheggia impazzita che spezza gli algoritmi su cui si è sempre basato il calcio italiano. Un regista offensivo, due uomini a sostegno e poi… l’uomo in più. L’elemento risolutore, il grimaldello smarcato che scardina le difese avversarie trovandosi al posto giusto nel momento giusto. Vicino alla porta, libero di agire.

Ma no, non è la soluzione della disperazione. Non è l’extrema ratio quando tutto sembra perduto e si cerca la rimonta a un passo dal triplice fischio: è una tattica rivoluzionaria, il sogno di un allenatore fuori dagli schemi che gli schemi cerca davvero di reinventarli. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile, negli anni Ottanta. Quando il calcio italiano era quella cosa che oggi osserviamo col fascino suscitato nei decaduti, orfani della magnificenza di pagine storiche che sembrano sempre più materia per gli archeologi del pallone.

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