ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su Long Story Short!!
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Avete presente quell’improvvisa morsa allo stomaco che vi inchioda alla terra e vi lascia senza forze per qualche secondo? Tranquilli: è la penna di Raphael Bob-Waksberg che ha appena toccato le corde giuste. L’autore di BoJack Horseman – e di Undone, una perla nascosta di cui si parla sempre troppo poco – ci ha abituati a spintonarci e a infilare la lama con spregevole delicatezza. La sua è una scrittura che sa dove andare a far male, che sboccia nell’intersezione tra la risata e un profondo senso di malinconia. Crea connessioni, diverte, progredisce e poi ferisce, con una sferzata improvvisa e silenziosa. Il suo ultimo viaggio si chiama Long Story Short, ed è ora disponibile su Netflix.
La serie tv animata è diversa da BoJack Horseman. Sono differenti le premesse, i tratti grafici, i personaggi, gli schemi narrativi. Non ci troviamo nella Hollywoo esagerata e decadente del suo primo grande successo televisivo. Siamo in una cittadina americana quasi impercettibile, che scompare sullo sfondo mentre il centro gravitazionale dell’opera ruota attorno alla famiglia Schwooper. Avi (Ben Feldman), Shira (Abbi Jacobson), Yoshi (Max Greenfield), Naomi (Lisa Edelstein) ed Elliot (Paul Raiser) sono i protagonisti di Long Story Short. Personaggi medioborghesi che si arrabattano nelle pieghe di una storia quadridimensionale e curvilinea, cercando il proprio punto fermo.
La prima cosa che Raphael Bob-Waksberg fa con Long Story Short è abbattere la linearità, segmentando il racconto e ripiegandolo su se stesso.
Long Story Short è un viaggio circolare, che abbraccia un arco temporale che va dagli anni Cinquanta al 2022. Gli Schwooper sono una normale famiglia ebraica della middle-class americana, che attraversa il tempo con i suoi momenti felici, le sue incomprensioni e le dinamiche tipiche di una qualsiasi famiglia normale. Naomi è una madre accentratrice e all’apparenza molto spigolosa. La scrittura del suo personaggio è probabilmente quella più efficace e spiazzante, che mette in luce il talento di Raphael Bob-Waksberg nell’individuare le crepe e dissotterrare tanto materiale emotivo. Elliot è il padre di famiglia, un uomo brillante e accondiscendente che il più delle volte viene messo in ombra dal carattere forte della moglie.
Avi, Shira e Yoshi sono i tre figli della coppia, ragazzini che crescono con le loro insicurezze e i loro traumi, personaggi alla ricerca di qualcosa e alle prese con le loro vite complicate, sconclusionate e fondamentalmente ordinarie. Il primogenito protetto dalla madre – che infatti non sopporta sua nuora -, la figlia di mezzo ribelle e orgogliosa e il figlio più piccolo lasciato alla ricerca della sua identità. I protagonisti di Long Story Short sono il vero fulcro della storia. Tutto il resto sparisce e si confonde sullo sfondo.
Non è il mondo colorato di BoJack Horseman, pieno di personaggi e figure che affollano la scena. I tratti marcati di Long Story Short si concentrano solo sulla famiglia, tralasciando il contorno.
I disegni dei protagonisti sono ben definiti, mentre il mondo alle loro spalle diventa una sorta di presenza unidimensionale che non intacca mai il racconto. Raphael Bob-Waksberg ha voluto concentrarsi sul viaggio della famiglia lasciando che il contesto sparisse a poco a poco alle spalle. D’altronde, non è il contesto che è importante. A essere centrale, in Long Story Short, è il continuo fluire dei personaggi, il loro moto ondoso che si infrange sul frangiflutti, torna al mare e poi riparte. La narrazione non è lineare, ma neppure circolare. È un continuo sovrapporsi di linee temporali che ci porta avanti e indietro nel tempo, consegnandoci personaggi cresciuti, poi i bambini, poi ancora adulti e così via.
Non si tratta di semplici flashback che si inseriscono nel racconto per andare a scandagliare qualche passaggio oscuro del passato: Long Story Short è la somma di linee spezzate che si sottraggono alla linearità del tempo per immergersi nelle profondità del racconto umano.
Avi e Shira sono due bambini che giocano a salvarsi dalle onde del mare e, un momento dopo, sono adulti che discutono di fecondazione assistita, tramortiti dalle medesime insicurezze e dagli stessi turbamenti. Yoshi è un ragazzino perso nel suo mondo, che ritroviamo più avanti a struggersi nella ricerca della propria strada. Long Story Short va avanti e indietro occupandosi di un tempo interiore più che di un tempo esteriore. La nostra interiorità non è dopotutto una linea retta di cui abbiamo percezione considerando un punto di inizio e un punto di fine. È un insieme confuso di ricordi che si affollano senza soluzione di continuità.
Quando ripensiamo alle nostre vite, queste non ci appaiono come una cronistoria perfetta di ciò che abbiamo vissuto. Sono sensazioni che riaffiorano a caso in un vortice in cui i ricordi dell’infanzia si sovrappongono a quelli del presente per poi ritrovare un appiglio in qualche lontano recesso della giovinezza, fino a tornare ancora all’età adulta e così via. Il tempo interiore è un tempo scandito da altri ritmi, che, invece di andare avanti e indietro, va su e giù sondando le profondità della nostra psiche. La serie è inquieta, agitata e fatica a trattenersi. Non riesce a stare più di una manciata di minuti nello stesso posto. Ha bisogno di viaggiare, di muoversi seguendo le sue strane traiettorie, afferrando le sensazioni più che gli eventi.
Così facendo, Raphael Bob-Waksberg riesce a restituirci un quadro generale molto più chiaro e stratificato.
La vorticosità del racconto non prevede momenti morti, non si abbandona alla stasi, ma cresce attimo dopo attimo rendendo il racconto fluido e dinamico. La narrazione di Long Story Short è quella che più si avvicina alla percezione che abbiamo della vita: frammentaria, confusa, parziale. In questo vortice travolgente, Raphael Bob-Waksberg trova la strada per colpire in profondità. È lì, nel marasma delle cose che passano, che riesce a tirar fuori l’autenticità dei nostri sentimenti, è lì che riesce a sciogliere il cuore duro della nostra vita interiore.
C’è tanta autobiografia in Long Story Short. Il vissuto quotidiano, i ricordi dell’infanzia, il rapporto con i genitori e il suo evolversi nel tempo sono stati un territorio da esplorare con la sensibilità malinconica di chi sa come maneggiare un certo tipo di sensazioni. Le carcasse emotive del passato tornano in superficie se stimolate da un ricordo, da una epifania, da un’assenza. E, quando riemergono, lasciano addosso quella sensazione di paralisi da stretta allo stomaco. Visivamente tutto ciò si traduce in una grafica semplice, elementare, come se i disegni fossero stati realizzati da un bambino. L’attenzione è tutta sui personaggi, la città si riduce a un ammasso di edifici abbozzati sullo sfondo.
Il contorno non ha importanza, è un ricordo che sfuma mentre l’attenzione si concentra su altro.
Long Story Short è una serie attenta ai dettagli perché in ognuno di essi possono esserci delle reminiscenze del passato, come fossero segnalibri che ti costringono a riaprire vecchi capitoli e approfondire il senso di ciò che c’è scritto. Bisogna essere sempre ben equipaggiati prima di immergersi nel racconto di una serie di Raphael Bob-Waksberg. La sua scrittura è spiazzante e incisiva e alterna come sempre momenti divertenti e gag da ridere con la drammaticità di certi passaggi più intimi. È un umorismo diverso da quello di BoJack Horseman, ma sempre funzionale a far emergere il dualismo insito nell’essenza stessa della vita, che sa essere dolce e amara, leggera e pesante come un macigno.
Long Story Short è quindi un viaggio breve ma intenso, che invita a riflettere sull’importanza dei legami e sulla memoria. Non è lineare, ma neppure circolare. Non si torna al punto di partenza. Al contrario, si progredisce, si assume consapevolezza, si diventa il risultato di una sommatoria di attimi che definiscono momenti, situazioni, comportamenti e relazioni. Raphael Bob-Waksberg ha dimostrato ancora una volta di saper penetrare le mura di cinta del mondo interiore dei suoi personaggi piegando le logiche del tempo, dello spazio e della memoria a suo piacimento, rendendole funzionali all’obiettivo. È un soggiorno breve ma obbligato in un’altra tappa nella sua brillante carriera. E, come ci ha tenuto a precisare nel disclaimer iniziale, la serie “è stata interamente realizzata da esseri umani”.









