Vai al contenuto
Home » Recensioni

Lioness 3×08 – La Recensione di un finale di stagione che farà discutere

Joe, contornata dalle sue leonesse, in Lioness 3

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Lioness 3.

Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.

Scopri come →

Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?

Trova quella giusta per te →

Non sai che serie iniziare?

Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →

Finire una stagione di Lioness è sempre un trauma. Non nel senso negativo del termine, ma come quella sensazione di vuoto che ti lascia addosso una storia che ti ha preso per otto ore e poi ti abbandona, senza preavviso. Nel silenzio di una casa vuota. Aspetti il finale con la tensione di chi sa che sta per assistere a qualcosa di definitivo. E allo stesso tempo temi che tutto si risolva in un nulla di fatto. Il finale di Lioness 3, “The Unravelling“, non fa eccezione. È un episodio che soddisfa sul piano emotivo, restituendo personaggi amati e mostrando crolli temuti, ma delude le aspettative geopolitiche costruite durante l’intera stagione. Ci aspettavamo uno scacchiere mondiale, con Russia, Cina, Iran e Ucraina a tessere le loro trame. Invece, ma lo sospettavamo, troviamo una storia personale, vendicativa. Quasi intima. Più soap opera che grande strategia globale.

Eppure funziona. Funziona perché Lioness 3 ha sempre giocato su due livelli. Da una parte quello macro della geopolitica. Dall’altro quello micro delle ferite individuali. E in questo finale, il secondo prevale sul primo, costringendoci a un confronto con verità più scomode di qualsiasi complotto internazionale.
È un episodio che divide. C’è chi lo troverà geniale e chi lo reputerà una ritirata strategica. Chi vi scrive appartiene al primo gruppo, ma comprende il secondo. E ora vi spieghiamo il perché.


La delusione geopolitica e la gioia del ritorno di Aaliyah

Per tutta Lioness 3 abbiamo costruito aspettative precise. Russia, Cina, Iran, Ucraina. Una minaccia globale da sventare, uno scacchiere complesso in cui ogni mossa aveva conseguenze a livello internazionale. Ci aspettavamo una risoluzione articolata, magari spalmata su un’intera stagione 4. Invece, Lioness 3 ci ha consegnato una storia personale. Vendicativa. Quasi intima.

La delusione, inizialmente, c’è stata. Inutile nasconderlo. Ma poi è arrivata Aaliyah. E la delusione si è trasformata in entusiasmo puro. Rivederla è stata una fi**ta. Vendicativa, inc***ata, determinata. Un ritorno che ha fatto palpitare i cuori.
C’è un’immagine, in quel finale, che vale più di mille dialoghi. Aaliyah emerge dall’acqua di una vasca illuminata dalle candele. Mentre il mondo di Joe brucia, lei si concede il lusso del bagno. Non è purificazione, ma ostentazione. È il disprezzo di chi può permettersi di restare immobile mentre gli altri soffrono le pene che lei stessa infligge. Una Cleopatra moderna, che dall’alto della sua posizione comanda vendette senza mai sporcarsi le mani.

Sì, è un tono da soap opera. Dobbiamo ammetterlo. Ma in Lioness 3 lo accettiamo, perché il personaggio convince. Perché Aaliyah non è un espediente narrativo, è la conseguenza diretta e sanguinante del successo operativo della prima stagione. Gli agenti non hanno solo eliminato un bersaglio. Hanno creato un mostro. E ora quel mostro è tornato, con una pazienza spaventosa e un piano che trasforma Joe nell’esca perfetta.
È un finale che chiude un cerchio. E lo fa con un’eleganza che, nonostante tutto, convince.


La Joe di Lioness 3 è frammentata, emotiva, e terribilmente umana

Joe e Kaitlyn, in un momento di forte tensione, in Lioness 3
Credits: Paramount+

L’arco di Joe in “The Unravelling” è frammentato. Ma è una frammentazione voluta, coerente con il crollo di una donna che non è più lucida. Prende decisioni sbagliate. Paga le conseguenze. E proprio per questo diventa incredibilmente umana.
La sparatoria al ristorante è il punto di non ritorno. Joe rivede il suo rapitore e ordina l’ingaggio immediato, ignorando ogni protocollo. Il risultato è un massacro: civili morti, operatori feriti, Tex in pericolo di vita. È un momento credibile perché in Lioness nessuno è infallibile. E questa è una delle qualità più preziose della serie.

Ma il vero crollo arriva dopo. Joe torna a casa e trova interni spogliati, cassetti vuoti, letti ridotti a telai nudi. Sul bancone della cucina, un biglietto di Neal. Che non viene mai mostrato allo spettatore. È un colpo di genio narrativo perché quel silenzio permette a ognuno di proiettare la propria idea. Su quel foglietto, ciascuno può leggerci rabbia, frustrazione, odio, amore, rinuncia, paura. Sicuramente sentimenti forti.


E qui arriva l’intuizione più dolorosa della stagione. Il vero nemico di Joe non è Aaliyah. È Neal. Joe non ha paura di Aaliyah, perché Aaliyah è un nemico onesto, riconoscibile, combattibile. Neal invece doveva essere l’alleato, il porto, l’unico spazio in cui deporre le armi. E si rivela un nemico che l’ha pugnalata alle spalle, nel modo più silenzioso e definitivo possibile.
La rabbia di Joe, nella stagione 4, si scatenerà in dose doppia. Per quello che Aaliyah le ha fatto realmente. E per quello che le ha fatto tramite Neal. Joe paga per le sue scelte. Ed è giusto così. Perché solo chi paga diventa, davvero, personaggio.

Cruz, Kaitlyn e il vero potere

Cruz è un personaggio meraviglioso. Ha occupato lo spazio giusto, con un’evoluzione costante che non l’ha mai tradita. Ma è Kaitlyn Meade a rubare la scena. Figura moralmente ambigua, necessaria. Gelida, spigolosa e terribilmente efficace.
C’è un momento, nell’ultimo episodio, che è grandioso. Kaitlyn riceve una telefonata da Byron. Il suo capo vuole parlare con suo marito, Errol, che le chiede di uscire per avere la giusta privacy. E lei obbedisce. Ora, Kaitlyn è un pezzo grosso della CIA e viene estromessa da una conversazione tra suo marito e il vice direttore.

È un dettaglio che la dice lunga. Ed è qualcosa di più inquietante. Errol è un lobbista. E quel gesto ci mostra che il vero potere in America non è la CIA. Non è il Presidente. Non è il Congresso. È il lobbismo. Il denaro che parla direttamente al potere senza passare per le elezioni. Il quarto ramo della separazione dei poteri, quello che non trovi in nessuna costituzione ma che governa tutto.


Kaitlyn, poi, sacrifica Kyle per Joe. È la ciliegina sulla torta di una donna che sa quando tagliare i ponti. Ma il costo umano, per il team, è alto. Tex è ferito, in pericolo di vita. Oleksandra viene eliminata in modo sbrigativo, il suo corpo abbandonato in un fosso. Sono pedine che eseguono ordini. E quando non servono più, vengono scartate.
In Lioness 3, il vero potere non si vede mai. Si nasconde nelle stanze chiuse, nei silenzi, nelle decisioni prese da chi non appare. E chi si sporca le mani, paga.

Tucker e l’etica degli ultimi

Chi si sporca le mani, paga. Lo abbiamo detto. Ma c’è un rovescio della medaglia. Chi si sporca le mani è anche l’unico che si prende cura di chi gli sta accanto. La scena più importante di “The Unravelling” non è la sparatoria al ristorante. Non è il ritorno di Aaliyah. Non è la casa vuota di Joe. È Tucker che va a trovare il collega ferito e si prende cura di lui. Un gesto semplice, silenzioso, quasi invisibile. Ed è proprio per questo che è il momento chiave dell’episodio.
Tucker non è moralmente integro. Non è un eroe. È un gregario fedele, uno su cui si può contare. Sta nell’ombra e tiene la barra dritta. È come il vecchio soldato interpretato da Taylor Sheridan, che appare raramente, ma è sempre presente. Un specie di cowboy silenzioso, su cui sai che puoi contare. Sempre.

Gli operatori dell’ultimo livello, la manodopera, sono l’unica vera etica di Lioness 3. Non Kaitlyn, che sacrifica Kyle senza battere ciglio. Non Errol, che decide le sorti del mondo da una stanza chiusa. Sono loro, quelli che rischiano la vita e si curano tra loro. Per forza di cose. Perché nessuno dall’alto lo farà mai.
In un finale dominato dalla freddezza operativa e dal crollo, quella scena di cura silenziosa è quasi una dichiarazione poetica. L’unica risposta possibile al caos del black work non è la rabbia di Joe, né il cinismo di Kaitlyn, né la pazienza spaventosa di Aaliyah. È la mano di Tucker sul letto di un collega ferito.


Regia, dialoghi e sorveglianza: ciò che funziona (e ciò che divide)

L’etica degli ultimi, però, ha bisogno di un linguaggio per essere raccontata. E qui entra in gioco la regia di Lioness 3. Le scene d’azione sono tese, inventive, sporche. Dannatamente credibili. Non c’è la patina di certi action hollywoodiani, ma la polvere, il sudore. Il caos di chi sa che ogni proiettile ha un nome e un volto.

Poi ci sono i dialoghi. I briefing, i debriefing, le riunioni nell’hub della CIA, gli scambi tra agenti. Lioness 3 è stata accusata di essere noiosa. Piena di spiegoni, così pesanti da spezzare il ritmo. Bene, in realtà nonostante possano essere prolissi in certe situazioni, sono incisivi, interessanti. E necessari. Lioness 3 è riuscita a trovare il giusto equilibrio tra tensione e spiegone, senza mai trasformarsi in una lezione di geopolitca.

Ma è la sequenza iniziale a lasciare il segno. Telecamere del traffico, lettori automatici di targhe. L’occhio che tutto vede della sorveglianza digitale. È una metafora visiva perfetta per il mondo in cui viviamo. Pensiamo di essere sorvegliati, ma non sappiamo quanto. E non sappiamo perché. Ci ripetiamo che se non abbiamo niente da nascondere non dobbiamo preoccuparci. Ma è un ragionamento ingenuo. Perché tutti hanno qualcosa da nascondere. E la paura, in Lioness 3, non nasce dall’essere visti. Nasce dal non sapere chi ci guarda, e cosa vuole da noi.
Che è un po’ lo stesso meccanismo del potere che abbiamo visto nelle stanze chiuse di Errol e Kaitlyn. Solo che qui, invece di un lobbista, c’è un algoritmo. E l’algoritmo, come il lobbista, non risponde a nessuno.

Lioness 3: la vendetta, il mercato nero e il grigio di Sheridan

La vendetta ciclica è un cliché. Lo sappiamo. Ma in Lioness 3 funziona. Non è ripetitiva perché ogni ciclo aggiunge un livello di complessità. Joe elimina il padre di Aaliyah. Aaliyah rapisce Joe. Joe cercherà vendetta su Aaliyah. E così via. È un meccanismo che non si esaurisce mai perché ogni azione genera una reazione, e ogni reazione genera una nuova azione.

Ma è il mercato nero dell’intelligence a spaventare davvero. Joe scopre che il suo rapimento non è stato un’operazione di stato. È stato shoppato sul mercato aperto, venduto a contractor privati come un asset qualsiasi. È una verità che apre porte inimmaginabili. Perché significa che non servono più governi per fare la guerra. Basta denaro. E il denaro, in questo mondo, non ha bandiere.

Questa è la connotazione grigia che rende Lioness 3 così intrigante. Non ci sono buoni e cattivi. Ci sono solo persone che fanno scelte, e pagano per quelle scelte. Il mercato nero non è un’eccezione. È la regola. E Sheridan ce lo mostra senza moralismi, senza giudizi. Solo fatti.
Il finale, in questo senso, trova il giusto equilibrio. Spiega quello che deve spiegare. Ma lascia abbastanza aperto da creare un cliffhanger che non è solo suspense. È la consapevolezza che il ciclo non si è chiuso. Si è solo spostato più in là. E la prossima stagione, se ci sarà, dovrà fare i conti con questo.

Un confronto onesto

Cruz e Joesphina, incrociano lo sguardo
Credits: Paramount+

Rispetto agli altri finali di stagione di Lioness, questo è, probabilmente, il più soddisfacente. Non perché sia il più perfetto sul piano narrativo, ma perché è quello che ha avuto il coraggio di fare una scelta precisa. La stagione 1 aveva chiuso con la morte del padre di Aaliyah e il crollo emotivo di Cruz. La stagione 2 aveva lasciato in sospeso l’attacco all’Iran e le conseguenze del rapimento della congressista. Erano finali aperti, ma prevedibili. Questo, invece, ha fatto qualcosa di diverso: ha riportato indietro tutto. Ha preso un personaggio che credevamo archiviato e lo ha trasformato nel motore della prossima stagione.

È un espediente che divide. Dobbiamo essere onesti. Il ritorno di Aaliyah ha quel sapore da soap opera che ti fa dire: “ok, stiamo resuscitando un personaggio che credevamo morto per creare hype“. È una mossa che funziona se il personaggio convince. E Aaliyah convince. Ma è anche una mossa rischiosa, perché se la stagione 4 non sarà all’altezza, questo ritorno si rivelerà un trucco da quattro soldi.

La stagione 3, nel suo insieme, è stata un gioco delle tre carte. Sheridan ha spostato l’attenzione continuamente. Russia? No, Ucraina. Ucraina? No, mercato nero. Mercato nero? No, Aaliyah. Ogni volta che lo spettatore pensava di aver capito dove fosse la verità, la carta si spostava. Lasciandolo lì, a guardare le mani del prestigiatore, senza capire che il gioco era già stato deciso dall’inizio.
Ogni volta che pensavamo di aver decifrato Lioness, la serie si sposta di nuovo. E ci lascia lì, con la sensazione di aver visto tutto, ma di non aver capito niente. È questo che rende Lioness 3 così frustrante e così affascinante. Non ti dà risposte. Ti dà illusioni. E poi te le toglie.

Lioness 3 cede il testimone a Lioness 4

Ogni finale di Lioness rappresenta un trauma emotivo per chi segue la serie con passione. La chiusura di una stagione lascia un vuoto che solo la successiva può colmare, in un ciclo di astinenza e attesa che diventa parte dell’esperienza stessa di visione. È una serie che prende in modo viscerale, capace di ferire e appassionare allo stesso tempo.

The Unravelling”, non fa eccezione. Con tutti i suoi limiti, in primis la delusione geopolitica, lascia comunque emozionati e terribilmente curiosi per quello che verrà. Il ritorno di Aaliyah è un colpo al cuore inatteso, e sapere che la sua vendetta è appena iniziata fa già tremare i polsi. Joe che crolla, che perde la famiglia, che si ritrova sola nella stanza delle figlie è un’immagine che resta impressa e che conferma quanto questa serie sia capace di scavare nei personaggi.

La stagione 4 si profila come un campo di battaglia personale, non più solo geopolitico, e questo spaventa ed eccita. Sheridan ha costruito un finale che divide, che non accontenta tutti, ma che resta impresso. Per chi vive ogni episodio come un’esperienza emotiva, non resta che aspettare con ansia il prossimo capitolo.
E se dev’essere soap opera, che soap sia.