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ATTENZIONE: proseguendo nella lettura potreste incappare in spoiler su Hostage
Gli inglesi ci hanno abituato a grandi serie miniserie thriller. Bodyguard con Richard Madden ci aveva tenuti incollati allo schermo con un mix di azione, tensione politica e intrecci personali. Broadchurch, invece, aveva mostrato come persino un piccolo paesino di provincia potesse diventare teatro di un’indagine emozionante e complessa. Per questo l’arrivo su Netflix di Hostage, miniserie in cinque episodi firmata da Matt Charman (sceneggiatore de Il ponte delle spie), sembrava promettere bene. L’idea di fondo era intrigante: due donne al potere costrette a fronteggiare insieme una crisi internazionale che minaccia non solo le loro carriere, ma anche le loro famiglie.
Sulla carta, un mix perfetto tra il realismo istituzionale di The Crown, il brivido politico di House of Cards e la freschezza di The Diplomat. Insomma, l’aspettativa era quella di un thriller solido, moderno e femminile, capace di parlare di politica europea e, al tempo stesso, delle fragilità umane dietro ai leader. E in effetti Hostage parte con il piede giusto. Ma è un po’ come salire su un treno ad alta velocità che, dopo pochi chilometri, si ferma in mezzo al nulla. L’idea era buona, l’inizio anche, ma lo sviluppo lascia presto spazio a una serie di scelte narrative che fanno rimpiangere ciò che la serie avrebbe potuto essere.
Hostage: la trama, tra politica e soap

La trama iniziale funziona. Abigail Dalton (Suranne Jones) è la neopremier britannica, eletta con la promessa di rafforzare il servizio sanitario nazionale riducendo le spese militari. Un’eroina moderna, quindi, alle prese con problemi concreti e con un’agenda politica tanto idealista quanto complicata da realizzare. In Francia, la sua omologa Vivienne Toussaint (Julie Delpy) è una presidente fredda, calcolatrice, pronta a flirtare con l’estrema destra pur di garantirsi la rielezione. Due leader diversissime, destinate a incontrarsi a Londra per un vertice fondamentale per i rapporti tra i due paesi.
L’elemento scatenante arriva subito: durante il summit, il marito della premier britannica, medico in missione umanitaria in Guyana francese, viene rapito. I sequestratori avanzano una richiesta semplice e brutale: o Dalton si dimette, o lui muore. Un classico espediente da thriller politico, che mette sul piatto un dilemma morale e personale potentissimo: scegliere tra la propria famiglia e il proprio Paese.
Peccato che, col passare degli episodi, la tensione politica venga progressivamente sostituita da trame che sconfinano nella soap opera. La rivalità tra le due donne diventa spesso un gioco di colpi bassi e ricatti personali. E subplot improbabili (come la relazione della presidente Toussaint con il figliastro!) rischiano di far deragliare la credibilità della miniserie. Ci sta voler dare profondità e intimità ai personaggi. Il modo in cui la sceneggiatura, però, mescola complotti di stato e drammi familiari finisce per togliere forza all’impianto narrativo. È un po’ come se The Diplomat, invece di restare elegante e sottile, decidesse di trasformarsi in Dynasty.
Una regia senza particolare stile
Dal punto di vista visivo, Hostage non riesce mai davvero a imporsi. Se The Diplomat sapeva giocare con scenari internazionali, palazzi istituzionali, panorami suggestivi e scene di massa, qui ci troviamo di fronte a una messa in scena che sembra sempre troppo piccola per il peso della storia. Gli interni appaiono privi di personalità, le sequenze d’azione sono ridotte all’osso e gli esterni, quasi assenti, anonimi.
La regia punta al compitino. Camera fissa nei dialoghi politici, qualche ripresa aerea qua e là, ma senza mai trovare un guizzo stilistico che dia identità al racconto. Viene da chiedersi se non ci sia stato anche un problema di budget perché nei momenti in cui la serie dovrebbe alzare il ritmo tutto sembra girato in piccolo, con pochi figuranti e scenografie essenziali. Laddove Bodyguard riusciva a far sembrare ogni inseguimento e ogni esplosione un evento epocale, qui tutto appare un po’ in scala ridotta.
Le prove attoriali di Hostage
A tenere insieme il tutto, per fortuna, ci sono le due protagoniste: Suranne Jones e Julie Delpy. La prima offre una performance intensa e sfaccettata, riuscendo a rendere credibile una leader idealista ma vulnerabile, che cerca di mantenere la calma mentre il suo mondo personale crolla. Julie Delpy, dal canto suo, si diverte a interpretare una presidente francese glaciale, ambiziosa. Quasi caricaturale per quanto vicina a certe figure della politica reale, ma comunque affascinante da guardare.
Il problema è che il resto del cast è lasciato ai margini (purtroppo!). Il marito della Dalton, interpretato da Ashley Thomas, non va oltre il ruolo di dottore in pericolo, senza sfumature emotive che rendano il suo rapimento davvero coinvolgente. I consiglieri politici, le assistenti, i familiari: tutti personaggi che entrano in scena come comparse con una funzione narrativa precisa, ma senza mai evolversi o conquistare lo spettatore. È un peccato, perché serie come The West Wing o, più recentemente, Borgen hanno dimostrato quanto un buon cast corale possa arricchire un racconto politico. Qui, invece, Hostage sceglie di puntare tutto sulle due protagoniste, lasciando il resto come sfondo indistinto.
Una sceneggiatura un po’ sforacchiata

E veniamo al cuore della delusione: la scrittura. Matt Charman imbastisce una trama che all’inizio sembra avere tutte le carte in regola per raccontare la fragilità della democrazia e le difficoltà delle donne al potere, ma presto scivola nei cliché più prevedibili del genere. Il rapimento diventa un pretesto telefonato per mettere in moto la macchina narrativa, mentre il colpo di stato orchestrato da generali insoddisfatti appare come una soluzione pigra e stereotipata, che non aggiunge nulla di nuovo al panorama del political thriller.
Le incongruenze si accumulano: la morte sospetta di un parente della premier che non viene mai indagata, decisioni politiche che nessun leader reale prenderebbe senza consultazioni o conseguenze, la totale assenza delle forze dell’ordine quando servirebbero di più. Tutti elementi che finiscono per spezzare la sospensione dell’incredulità, portando lo spettatore a chiedersi continuamente: ma seriamente?
E quando una serie ti fa uscire dalla storia per riflettere sulle sue falle, il gioco è già perso. Al confronto, anche Designated Survivor, che non era certo un capolavoro, riusciva a mantenere un minimo di coerenza interna, rendendo i suoi colpi di scena almeno plausibili nel contesto della trama. Hostage, invece, sembra più un puzzle narrativo in cui alcuni pezzi sono stati lasciati volutamente fuori, con la speranza che lo spettatore non se ne accorga.
Hostage: un’occasione mancata
Alla fine dei cinque episodi, la sensazione più forte è quella della delusione. Hostage aveva tutti gli ingredienti per diventare il nuovo grande political thriller europeo di Netflix: un cast di livello, un tema attuale, un intreccio internazionale che parlasse tanto di politica quanto di sentimenti. Ma la promessa non viene mantenuta.
Il risultato è una miniserie che parte col botto e finisce come una soap. Che vorrebbe avere il brio di The Diplomat ma non trova mai un’identità. Che accenna a temi importanti quali la misoginia in politica, la fragilità della democrazia, l’eterno conflitto tra vita privata e responsabilità pubblica senza il coraggio di approfondirli davvero. Le protagoniste fanno il possibile per reggere il racconto, e alcuni dialoghi funzionano, ma non basta.
Quello che resta è la sensazione di un’occasione sprecata. Hostage poteva essere una serie avvincente, coraggiosa e moderna. Si accontenta invece di soluzioni facili, colpi di scena telefonati e scelte narrative che non rendono giustizia al potenziale della premessa. Non è una serie terribile, ma è una serie che, proprio per il talento e le idee a disposizione, lascia un retrogusto amaro. E forse, per lo spettatore di oggi, questo è peggio di un fallimento: sentirsi presi un po’ in ostaggio, sì, ma dalla mediocrità.






