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Ci troviamo nella città svedese di Malmö e Amanda è una giovane donna alla disperata ricerca dell’anima gemella. Esce con le amiche, conosce nuovi ragazzi e si confida con la sorella e collega Adina, vivendo quella che all’apparenza sembra un’esistenza spensierata e dai forti toni hippie e naif. All’apparenza, appunto. Diario dei miei due di picche infatti non è la classica commedia romantica dal lieto fine quasi scontato. La brillante fiction scandinava è una dramedy a tutti gli effetti, capace di alternare situazioni tragicomiche a momenti di profonda riflessione sulle relazioni contemporanee. Potremmo quasi definirla un mezzo audiovisivo tramite il quale è stato messo in scena uno studio sociologico sulle difficoltà nell’instaurare legami sentimentali duraturi e soddisfacenti. Una tematica che coinvolge trasversalmente quasi tutte le generazioni, dalla X ai Millenials, fino ad arrivare alla Z.
Facciamo però un doveroso passo indietro e iniziamo col dirvi che la serie svedese con protagonista Carla Sehn (Gli omicidi di Åre, Love & Anarchy), è una produzione Netflix suddivisa in sette episodi, disponibile per la visione dall’11 settembre 2025. Inoltre, e questo è un dettaglio da tenere a mente, la sceneggiatura è stata adattata prendendo come riferimento il romanzo di successo della scrittrice Amanda Romare, dal titolo Mezza Malmö è composta da ragazzi che mi hanno scaricata.
L’autrice del libro ha avuto l’idea assolutamente coraggiosa di raccogliere tra le pagine le sue esperienze personali in campo amoroso (tutte – purtroppo – tristemente reali).
Questa componente empirica ha contribuito a rendere la miniserie Diario dei miei due di picche un racconto autentico e sincero, incentrato sulla figura di Amanda (non a caso lo stesso nome della scrittrice) e supportato da una coralità di personaggi archetipi. In particolare questa caratteristica è visibile quando si tratta di introdurre e delineare un nuovo presunto pretendente della ragazza. Una collezione di casi umani che, se a volte fanno sorridere (piccolo spoiler: la gigantografia di Ibrahimovic piantata in mezzo a un salotto di lusso), a volte invece provocano un moto di disgusto e sconforto.

Proseguendo nella visione ci siamo ritrovati a pensare che peggio di così non poteva andare. Non poteva esistere qualcuno di ancora più superficiale ed egoista del caso umano n.1 o 2. O forse è Amanda che sbaglia ad approcciarsi, inviando un messaggio emotivo confuso e per tanto traducibile in modi differenti a seconda del destinatario di turno? Come si può costruire una relazione di fiducia e di empatia quando le emozioni vengono azzerate o diluite da un mezzo tecnologico freddo e virtuale come lo smartphone? Qual è la strategia migliore per arrivare ad avere almeno un secondo o terzo appuntamento, così da poter approfondire la conoscenza di una persona?
Come vi avevamo anticipato, Diario dei miei due di picche analizza i comportamenti più comuni e problematici del romanticismo moderno. E lo fa riuscendo a coinvolgere il pubblico sia a livello intellettuale che visivo. Carla Sehn è bravissima nel mostrare le insicurezze, le ansie e la delusione di una donna che viene continuamente rifiutata senza una valida spiegazione. La sua interpretazione è convincente, a volte un po’ sopra le righe ma perfettamente in linea con il personaggio ingenuo ed esuberante di Amanda. A fare da contraltare alla protagonista ci pensa la sorella (Moah Madsen), molto più pragmatica e determinata. La chimica tra le due attrici è un pregio evidentissimo dello show, tanto da farci dimenticare che nella realtà le due non sono in alcun modo parenti.
Bellissima e degna di menzione è la scenografia di alcuni ambienti dai colori sgargianti o fluo, e dalle suppellettili spesso kitsch ma indubbiamente creative.
Persino l’abbigliamento delle protagoniste femminili è stato curato per dare un tono più artistico, partorito dagli anni ’70-’80, alla storia. E poi Malmö. La terza città più grande di Svezia è un crocevia di culture. L’unico luogo della nazione scandinava in cui gli abitanti provengono da oltre 170 paesi diversi. È un centro iperattivo che come un enorme troll si è disteso sulla costa occidentale svedese prendendo per mano la Danimarca tramite il lungo braccio del ponte dell’Öresund. Pensiamo quindi che una location così eclettica e vivace si sposi efficacemente con le disavventure di Amanda e compagne.
Tuttavia, tra i murales e le atmosfere festaiole dei pub e dei ristoranti, la regia di Susanne Thorson ed Emma Bucht abbraccia anche toni più cupi, spesso accompagnati da una colonna sonora che aumenta o diminuisce di volume a seconda dello stato emotivo di un dato personaggio. Inoltre, l’espediente di suddividere lo schermo in due metà così da mostrare allo spettatore la stessa sequenza da due punti di vista differenti, è un tocco in più che contribuisce ad approfondire la psicologia dei protagonisti. Questa spaccatura, inserita qua e là durante gli episodi, è utile anche nel definire l’interiorità di Amanda. Un universo completamente ribaltato rispetto a ciò che ostenta esternamente.

La sensazione di solitudine e di incomprensione che colpisce la ragazza, infatti, può essere tranquillamente sovrapponibile a quella di molti di noi, nella realtà. L’alienazione dietro a uno schermo digitale, i match su Tinder, gli speed dates talmente speed da essere l’espressione più spudorata del capitalismo emotivo. Ci si incontra, si consuma la conoscenza dell’altro in pochi minuti e si passa a un nuovo “oggetto del desiderio”.
Insomma, come avrete capito da queste righe, in Diario dei miei due di picche niente è stato trascurato, se non qualche dialogo lievemente artificiale e ridondante ma che non toglie nulla alla narrazione pulita degli avvenimenti. (Io l’ho visto in lingua originale, quindi prendete questo giudizio con le pinze. Il doppiaggio italiano sarà sicuramente diverso, privo delle espressioni in slang e quindi meno articolato).
Questa serie svedese ha comunque tutte le carte in regola per essere rinnovata per una seconda stagione.
Raccontare l’amore e la sessualità ai tempi delle app è la superficie o il pretesto per immaginare un tessuto di relazioni diverso. Per tornare indietro nel tempo e ripensare a com’eravamo prima dell’era ipertecnologica. Bisognava buttarsi, corteggiare, provare imbarazzo, magari. Proprio per questo però ci si sentiva vivi, con l’adrenalina sparata a mille e dunque coinvolti in quello che si stava facendo. Più semplice a dirsi che a farsi ma ben vengano prodotti televisivi come Diario dei miei due di picche. Una dramedy che non delude e che apre a riflessioni su più livelli e direzioni. Arrivati a questo punto, non possiamo che sperare di vedere una (probabile) stagione due.







