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Da Belfast al Paradiso: le Derry Girls sono cresciute – La Recensione della nuova commedia mystery di Netflix

Saoirse, Dana e Robyn in visita all'amica Greta, su Da Belfast al Paradiso

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Da Belfast al Paradiso.

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Da Belfast al Paradiso (titolo originale: How to Get to Heaven from Belfast) è una di quelle serie che, a prima vista, sembrano l’ennesima dramedy da binge-watching serale. Una volta premuto play, però, si rivelano molto più stratificate, emotive e, per certi versi, destabilizzanti di quanto ci si aspetterebbe da una “nuova comedy Netflix“. Lisa McGee, già creatrice del fenomeno Derry Girls, torna in Irlanda del Nord con un racconto che mescola indagine mystery, black humor e una malinconia molto concreta, costruita sui non detti di un’amicizia femminile che ha smesso da tempo di essere semplice. Da Belfast al Paradiso non è un giallo convenzionale. È un’esplorazione spietata di come costruiamo identità adulte su menzogne condivise. E di come il passato non sia mai davvero passato ma solo addolcito dalla nebbia del tempo per permetterci di continuare a respirare.

Da Belfast al Paradiso: la trama

Al centro ci sono tre amiche trentenni. Saoirse (Roisin Gallagher), sceneggiatrice brillante e disordinata. Robyn (Sinéad Keenan), madre di tre figli compressa in una quotidianità soffocante. E Dara (Caoilfhionn Dunne), assistente/badante introversa che vive più in funzione degli altri che di sé stessa. Il gruppo si ricompone a Belfast in seguito alla notizia della morte di Greta (Natasha O’Keeffe), la quarta del quartetto con cui i rapporti si erano incrinati vent’anni prima.


Quello che dovrebbe essere un addio formale si trasforma subito in qualcos’altro. Piccoli dettagli non tornano, le versioni della storia non coincidono. Emergono indizi che suggeriscono che la morte di Greta non sia affatto ciò che sembra. Da Belfast al Paradiso inizia così a oscillare continuamente tra presente, anni ’90 e primi Duemila, sfruttando i flashback non come semplice espediente narrativo, ma come specchio della memoria fallace delle protagoniste. Ogni donna ricorda una versione diversa della stessa notte, e la verità emerge solo quando le fondamenta di quelle versioni crollano, costringendole a riconoscere che ogni scelta adulta è stata costruita su un presupposto falso.

La trama si dispiega quindi come un’indagine a doppio binario. C’è il mistero di cosa sia realmente accaduto a Greta, ma c’è anche l’indagine interiore su chi siano diventate Saoirse, Robyn e Dara dopo aver passato vent’anni a convivere con una storia che non hanno mai avuto il coraggio di guardare in faccia. In questo senso Da Belfast al Paradiso usa la grammatica del murder mystery per mettere a fuoco la colpa, il rimpianto e la difficoltà di abbandonare il ruolo che ci siamo cuciti addosso da adolescenti.

Il triangolo delle sopravvissute

Robyn, Dara e Saoirse, si apprestano a prendere una camera in un ambiguo motel, in Da Belfast al Paradiso

Il vero motore di How to Get to Heaven from Belfast è il rapporto tra Saoirse, Robyn e Dara. Non tanto per ciò che condividono oggi, quanto per ciò che hanno sepolto insieme ieri. McGee lavora con una cura quasi maniacale sulle dinamiche dell’amicizia femminile di lunga data. La complicità ridicola, la crudeltà involontaria, la lealtà feroce che continua a esistere anche quando non ci si sopporta più. Ogni battuta tagliente nasconde un’affettività profonda. Ogni insulto è un modo per dire “ci sono ancora, nonostante tutto“.


Saoirse emerge come il surrogato più complesso. Nonostante il successo professionale, è la più “sfortunata” emotivamente, incapace di costruire relazioni autentiche e pronta a manipolare persino le amiche. Robyn, al contrario, è apparentemente la più “sistemata“. Ha una famiglia, una casa, un’agenda piena di impegni, ma la serie usa la sua espressività comica e la frustrazione da madre oberata per mostrarci una donna che si è persa dentro il ruolo che interpreta da anni. Poi c’è Dara. Lesbica, cattolica, sembra vivere costantemente in retromarcia. In Da Belfast al Paradiso la sua goffaggine non è semplice timidezza, ma il risultato di una vita vissuta in funzione degli altri, in cui fede, orientamento sessuale e il senso di colpa si intrecciano fino a renderla quasi invisibile nella stanza.

Se c’è un limite nella scrittura, è proprio qui: Dara aveva il potenziale per incarnare in pieno le contraddizioni dell’Irlanda contemporanea, ma resta talvolta in ombra rispetto a Saoirse e Robyn. Questa asimmetria, però, non toglie forza al quadro d’insieme. Da Belfast al Paradiso funziona soprattutto quando lascia le tre donne da sole. È lì che la serie trova il suo cuore.


Quando l’amicizia richiede di lasciare andare

Uno dei momenti più rivelatori di Da Belfast al Paradiso non è un colpo di scena, ma un gesto di sottrazione. Quando Saoirse, Robyn e Dara comprendono la portata del segreto di Greta e del modo in cui quella menzogna rischia di travolgerle per sempre, decidono di allontanarsi da lei. Non lo fanno con scenate melodrammatiche, ma con una lucidità quasi chirurgica: riconoscono che continuare a proteggerla significherebbe sacrificare definitivamente sé stesse.

In questo passaggio How to Get to Heaven from Belfast rifiuta il mito romantico dell’amicizia incondizionata, così spesso idealizzata in televisione, per mettere in scena una verità scomoda. Cioè, che a volte l’atto più difficile e più leale verso sé stessi è proprio quello di lasciare andare chi ami. Da Belfast al Paradiso mostra l’amicizia adolescenziale non come un patto statico, ma come un organismo vivo che cambia, si incrina, richiede confini e scelte dolorose.

Questa complessità emerge anche nel modo in cui la serie gestisce lo shared trauma. Il passato non è solo l’evento traumatico nella baita, ma anche tutti i micro-compromessi che le tre donne hanno accettato negli anni per non rimettere in discussione quella notte. McGee suggerisce che il vero trauma non è ciò che è accaduto, ma il modo in cui hanno scelto di raccontarselo per vent’anni, trasformando una ferita aperta in una storia convenientemente distorta.


Nostalgia, memoria e autoinganno

Da Belfast al Paradiso è una serie ossessionata dalla memoria, e non in senso astratto. Nei flashback scolastici vediamo ragazze che ridono nei corridoi, condividono sigarette, si stringono l’un l’altra contro un mondo adulto che percepiscono ostile. Eppure, sin dalle prime puntate, la regia lascia emergere incrinature, sguardi sfuggenti, un senso di minaccia che smentisce qualsiasi idea di innocenza perduta.

Là dove tanta serialità recente usa la nostalgia come coperta di Linus, colonna sonora ruffiana e citazioni pop usate per rassicurare lo spettatore, Da Belfast al Paradiso la trasforma in un dispositivo di autoinganno. Le protagoniste non dimenticano davvero ciò che è accaduto. Lo smussano, lo avvolgono nella nebbia del tempo e lo riscrivono in una versione che consenta loro di andare avanti senza crollare.

In questo senso Da Belfast al Paradiso dialoga idealmente con una tradizione di racconti irlandesi in cui il passato è un fantasma che continua a sedersi a tavola, ma lo fa usando codici contemporanei: playlist anni 2000, riferimenti a serie TV e canzoni pop, ricordi che si attivano non su eventi storici ma su momenti privati, goffi, imbarazzanti. La serie suggerisce che la nostalgia non è ricordo, ma fuga dalla responsabilità: un meccanismo di sopravvivenza che diventa tossico quando impedisce di affrontare la verità di ciò che abbiamo fatto.


Lo squilibrio dei toni: tra risata e trauma

Uno degli aspetti più discutibili di How to Get to Heaven from Belfast è il suo equilibrio, o squilibrio, di toni. I primi episodi brillano per quell’umorismo caustico che ha reso celebre McGee. Battute taglienti, situazioni assurde (dalla veglia funebre sbagliata alle maschere da cartone animato al momento meno opportuno), momenti di vita quotidiana che sfociano nel grottesco. Da Belfast al Paradiso, in apertura, sembra muoversi sicura in quella zona ibrida fra comedy e crime già frequentata da altre produzioni britanniche recenti.

A metà stagione, però, qualcosa cambia. Dal quinto episodio in poi la commedia si assottiglia, sostituita da una tensione quasi opprimente. Il mistero si fa più cupo, la minaccia più concreta, la serie insiste su traumi, abusi e colpa in modo sempre meno filtrato dall’ironia. Il passaggio dal registro comico a quello thriller avviene con uno strappo netto. Come se si guidasse una decapottabile in una tempesta di sabbia. Ci si diverte ancora, ma la visibilità è limitata e si procede a scatti.

Questo squilibrio può essere letto in due modi. Da un lato, indebolisce la compattezza di Da Belfast al Paradiso. Il tono non sempre trova una sintesi, alcune sottotrame risultano ridondanti, e la serie avrebbe probabilmente giovato di una struttura più compatta, sei episodi invece di otto. Dall’altro, però, questa frattura tonale rispecchia il collasso psicologico delle protagoniste. Più la verità si avvicina, meno spazio resta per l’umorismo come scudo.
Il risultato è un ibrido genetico imperfetto ma riconoscibile. Da Belfast al Paradiso non riesce sempre a tenere insieme risata e trauma, ma quando ci riesce raggiunge una potenza emotiva rara.

Un’Irlanda contemporanea, senza cartoline

Un altro merito di How to Get to Heaven from Belfast è il modo in cui rappresenta l’Irlanda del Nord e, più in generale, l’Irlanda contemporanea. Da Belfast al Paradiso rifiuta programmaticamente gli stereotipi da brochure turistica. Niente overdose di Guinness, niente berretti piatti. Niente uso ossessivo dei Troubles come scorciatoia emotiva.
I personaggi che abitano la serie sono eterogenei per classe sociale, razza, orientamento sessuale, e le frizioni quotidiane non nascono solo dal passato politico, ma dai piccoli fastidi di vivere in un territorio ancora diviso. Dal cambio euro/sterlina al confine alle differenze linguistiche, fino alla percezione distante di Londra e Dublino come centri di potere sempre un po’ distratti. L’uso della lingua irlandese in una scena chiave, come strumento di intimità e protezione rispetto a un orecchio inglese, è un dettaglio insieme poetico e politico che dice molto più di tante spiegazioni didascaliche.

In Da Belfast al Paradiso il paesaggio non è sfondo, ma memoria viva. Le strade, le coste, i villaggi, perfino il resort portoghese attraversato dalle protagoniste diventano tappe di una mappa emotiva. Il viaggio fisico delle tre amiche è anche la cartografia di un trauma collettivo e personale, un continuo avvicinarsi e allontanarsi da casa che ricorda come non si smetta mai davvero di essere “ragazze di Belfast“, anche quando si prova a riscriversi altrove.

Il finale tra colpa, fede e consolazione

Saoirse, Dara e Robyn si nascondono dal loro passato

Il finale è un po’ ambivalente. Il colpo di scena sulla vera identità di Greta e Jodie riorganizza retroattivamente tutte le informazioni della serie. Non importa più soltanto chi ha ucciso chi, ma chi siamo diventati per sopravvivere alla storia che ci siamo raccontati su quella notte.
In questo senso Da Belfast al Paradiso chiude coerentemente la sua riflessione su memoria e colpa. La verità non è un singolo fatto, ma il modo in cui quel fatto ha plasmato ogni scelta, ogni legame, ogni rinuncia delle protagoniste. Il momento in cui Saoirse, Robyn e Dara accettano di consegnare il corpo del giornalista e di rompere il patto di silenzio con Greta è più importante, drammaturgicamente, di qualsiasi rivelazione legata alla setta.

Più controversa è la chiusura simbolica, con lo stormo di uccelli letto come segno divino. Dopo aver mantenuto per tutta la serie un rapporto ambiguo con la religione Da Belfast al Paradiso sembra concedersi all’idea di un segno dall’alto fin troppo esplicito. Ci si può leggere una speranza o una concessione consolatoria. In ogni caso poco in linea con la concretezza irlandese dei dialoghi e con la radicalità con cui il racconto ha trattato la responsabilità personale.

Resta, però, l’impressione di un finale più interessato alla catarsi emotiva che alla coerenza procedurale del mystery. How to Get to Heaven from Belfast non chiude tutte le sottotrame, lascia volutamente zone d’ombra, ma completa il percorso di Saoirse, Robyn e Dara rispetto alla verità che erano pronte, o meno, a sopportare.

Da Belfast al Paradiso: un ibrido imperfetto ma necessario

How to Get to Heaven from Belfast non è Derry Girls, e non vuole esserlo. Lisa McGee rifiuta la tentazione dell’auto-copia e firma un ibrido irregolare, sospeso tra dark comedy, thriller e melodramma dell’amicizia adulta. Il risultato è una serie che funziona meglio come ritratto di tre donne che sopravvivono al proprio fallimento che come mystery in senso stretto. Il giallo è un pretesto per esplorare come abbiano costruito vite su fondamenta marce, e come il crollo di quelle fondamenta le costringa finalmente a guardarsi negli occhi senza più scuse.

Non tutto fila liscio, però. La struttura è dilatata, alcune sottotrame restano abbozzate, lo squilibrio tonale genera frizioni non sempre controllate e personaggi come Dara avrebbero meritato uno spazio maggiore. Ma quando Da Belfast al Paradiso centra il bersaglio diventa qualcosa capace di intrattenere lo spettatore.

Da Belfast al Paradiso usa l’umorismo non solo come fuga dal dolore, ma anche come unico, indispensabile antidoto contro i fantasmi del passato. Chiedendo allo spettatore di accettare l’idea che una serie possa essere emotiva, sgraziata, ambiziosa e incompiuta allo stesso tempo. Non è un capolavoro, questo è chiaro. Però è un’opera onesta, riconoscibile. E profondamente umana.