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Carrie: La Recensione – Mike Flanagan addomestica la creatura di Stephen King

Carrie

ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILER della serie tv Carrie, creata da Mike Flanagan.

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Nel 1974, “Carrie” viene dato alle stampe. “Costretto” dalla moglie Tabitha a inviare il manoscritto, Stephen King mostra al mondo intero il suo personale incubo sull’adolescenza. Il romanzo verrà censurato e vietato nelle scuole americane negli anni a seguire, imponendosi allo stesso tempo come un caposaldo della letteratura horror moderna. Eppure Carrie non è soltanto un racconto horror, ma un distorto romanzo di formazione che racconta l’adolescenza nella sua forma più violenta, cattiva e umiliante. Non c’è redenzione o possibilità di salvezza, tutti i personaggi sono carnefici. Tutti tranne Carrie, trasformata in mostro da una vita che non le ha mai riservato una carezza. E’ il risultato estremo di una società incapace di riconoscere il dolore fino a quando non diventa impossibile da contenere.

A rendere immortale questa vicenda ha contribuito soprattutto Brian De Palma, che nel 1976 ha diretto l’adattamento cinematografico interpretato da Sissy Spacek e Piper Laurie. Un film diventato un punto di riferimento del genere, capace di trasformare il sangue di maiale versato su Carrie durante il ballo in una delle immagini più riconoscibili nella storia dell’horror.


Ora è Mike Flanagan, autore che ha dimostrato una particolare sensibilità nell’adattare Stephen King con Il gioco di Gerald e Doctor Sleep (e in arrivo altro ancora!), a riportare la storia sullo schermo. La sua versione, disponibile su Prime Video dal 7 ottobre 2026, si sviluppa in otto episodi e trasferisce il racconto nella contemporaneità del ventunesimo secolo. Il risultato è una serie ambiziosa, emotivamente coinvolgente e attraversata da intuizioni interessanti. Ma è anche un adattamento che, nel tentativo di comprendere tutti i suoi personaggi, finisce talvolta per spiegare troppo e osare troppo poco.

Carrie, lo sguardo di Satana ?

Dietro la storia di una ragazza dotata di poteri telecinetici, capace di scatenare una catastrofe durante il ballo scolastico, si nasconde una riflessione feroce sull’adolescenza, sul fanatismo religioso e sulla violenza che nasce quando una comunità decide di trasformare la diversità in una colpa. L’intuizione di King è quella di partire da un’esperienza profondamente ordinaria, il passaggio dall’infanzia all’età adulta, per trasformarla in qualcosa di mostruoso. Carrie White è una ragazza che cresce in un ambiente già profondamente malato, in cui il corpo femminile viene associato al peccato e la religione diventa lo strumento di controllo della madre. La sua diversità non coincide soltanto con la telecinesi, ma comprende tutto ciò che la rende estranea ai suoi coetanei: l’educazione repressiva, l’ignoranza delle convenzioni sociali, la difficoltà di comprendere il proprio corpo e l’incapacità di difendersi dalle umiliazioni.

La prima mestruazione di Carrie, vissuta come un’esperienza terrificante a causa dell’educazione impartitale dalla madre, diventa il momento in cui la violenza privata si manifesta pubblicamente. Le compagne di scuola non riconoscono la sua vulnerabilità, ma la trasformano in un’occasione di scherno collettivo. La telecinesi, che emerge progressivamente come una risposta incontrollabile alla sofferenza, rappresenta l’altra faccia di questa trasformazione. Ciò che Carrie non riesce a esprimere attraverso le parole finisce per manifestarsi attraverso una forza distruttiva.


Carrie è contemporaneamente vittima di una violenza sistematica e protagonista di una catastrofe di cui non si possono ignorare le conseguenze.

Una delle scene più famose della storia di Carrie
Credits: Prime Video

Carrie 2.0

Adattare una storia come Carrie a un contesto contemporaneo non solo è estremamente fattibile, ma anche molto intelligente. E nelle intenzioni di Mike Flanagan è evidente il desiderio di voler rendere Carrie una storia appetibile alle nuove generazioni, che possa parlare direttamente loro senza intermediari. Fino a qui, dunque, nulla da replicare. Anche perché, almeno nei primi episodi, l’adattamento di Prime Video mantiene i nuclei narrativi essenziali della storia originale: una ragazza cresciuta nell’isolamento, una madre fanatica e oppressiva, una comunità scolastica che trasforma la diversità in una colpa e la telecinesi.

Carrie White ha ricevuto un’educazione esclusivamente domestica, senza conoscere nulla del mondo di fuori. La madre, fanatica religiosa, e il padre, complottista e paranoico, le hanno riempito la testa di bugie, segregandola in casa e privandola degli strumenti necessari per comprendere se stessa e le relazioni sociali. Dopo la morte del padre e l’intervento della polizia e dei servizi sociali, sua madre Margaret è costretta a mandarla a scuola. Luogo in cui Carrie scopre contemporaneamente la libertà, la crudeltà e la propria diversità.


La differenza rispetto alle versioni precedenti emerge soprattutto nella rappresentazione del contesto. Cellulari, social, account anonimi, video virali, memes. Le umiliazioni vengono registrate e diffuse online e la violenza dei compagni assume una dimensione pubblica che rende quasi impossibile sottrarsi allo sguardo altrui. Il trauma non si esaurisce mai, continua a vivere imperituro nel magico mondo dell’Internet. Ed è qui che la serie trova la propria identità, soprattutto nel racconto dell’alienazione adolescenziale e delle sue conseguenze, più che nella spettacolarizzazione del potere telecinetico.

Il principale punto di forza di Carrie è la sua capacità di aggiornare il materiale di partenza senza ridurlo a un’operazione nostalgica. Il bullismo digitale, l’esposizione permanente e l’incapacità degli adulti di comprendere le nuove forme di violenza rendono la vicenda attuale.

Nella serie tv, il bullismo non è infatti limitato alla figura di Carrie, ma a tutta la comunità. Compagni di scuola, insegnanti e genitori diventano soggetti e oggetti passivi insieme di una violenza febbrile che ammanta la cittadina e la fa implodere. I poteri scatenatisi la notte del ballo sono solo la fiammata finale di una miccia accesa otto episodi prima. In questo circolo del “tutti hanno torto e nessuno ha ragione”, Carrie si perde in se stessa.

Summer H. Howell e Samatha Sloyan
Credits: Prime Video

Cosa non funziona in questo adattamento?

Mike Flanagan dimostra di conoscere profondamente il materiale che sta adattando, ma la sua sensibilità sembra entrare in conflitto con la crudeltà necessaria a raccontarlo fino in fondo. È come se volesse salvare Carrie dalla sua stessa storia, sottraendole proprio quella contraddizione che l’ha resa indimenticabile. Dove il film di De Palma procedeva con una compattezza quasi spietata, Flanagan dispone del tempo necessario per esplorare le dinamiche familiari, approfondire i personaggi secondari e mostrare le conseguenze della violenza prima che questa raggiunga il suo apice.


La serie non si limita a raccontare Carrie. Si interessa anche a Sue Snell, divisa tra il senso di colpa e il desiderio di fare la cosa giusta. A Chris Hargensen, la cui aggressività viene inserita in un quadro personale più articolato. E agli adulti che dovrebbero proteggere gli studenti, ma che spesso preferiscono salvaguardare la reputazione dell’istituzione scolastica. Anche Margaret acquista maggiore complessità. La sua religiosità non viene rappresentata soltanto come una manifestazione di fanatismo, ma come il prodotto di un ambiente familiare oppressivo e di una visione del mondo costruita sulla paura. Ci sono momenti in cui il personaggio ci ispira persino tenerezza e pena, sentimenti mai provati nella lettura del romanzo, né tantomeno nei due adattamenti cinematografici.

In Carrie, la sensibilità tipicamente flaganiana, si traforma in inopportuna indulgenza.

Comprendere le motivazioni di un personaggio non significa necessariamente giustificarne le azioni, ma la serie sembra talvolta incapace di accettare che la crudeltà possa essere gratuita, meschina e persino priva di una spiegazione rassicurante. I persecutori di Carrie ricevono spazio per raccontare le proprie difficoltà, mentre la violenza che esercitano viene inserita in una rete di condizionamenti familiari e sociali. Il risultato è una maggiore ricchezza psicologica, ma anche una progressiva attenuazione della responsabilità individuale. In primis di fronte al personaggio di Chris, vera villain della storia e trasformata qui nella caricatura del “come diventare bullo in 10 mosse”.

Totalmente bocciata è, invece, l’introduzione degli Altri. La scuola per giovani xgirls è una trovata narrativa che, non solo non ci saremmo aspettati, ma che avremmo preferito evitare. Non solo modifica concretamente passaggi fondamentali del romanzo (la morte di Margaret e la stessa morte di Carrie), ma svia il focus della storia. Il personaggio di Emaline sembra assumersi il ruolo di diavoletto sulla spalla della protagonista, spingendola a utilizzare i suoi poteri, a ribellarsi alla madre e a manifestare infine la sua vendetta distruttiva. Il problema è che Carrie appare come un cucciolo addomesticato, liberato della responsabilità della strage. Trasformata in martire ed eroina, Carrie non muore al termine della storia, ma va incontro al tramonto. Dove sono la tragedia e il pathos? Dove è la colpa e la perdita dell’innocenza?


La scelta di Flanagan è destinata a dividere.

Da un lato, rafforza l’idea di Carrie come vittima di un sistema più grande di lei. Dall’altro, indebolisce l’ambiguità morale che rendeva tanto disturbante il romanzo. La tragedia originale non consiste soltanto nel vedere una ragazza innocente spinta oltre il limite, ma nel riconoscere che, una volta raggiunto quel limite, la vittima può diventare a sua volta responsabile di una violenza terribile. Eliminare o attenuare questa contraddizione significa cambiare il centro emotivo della storia.

Il primo episodio della serie tv Carrie su Prime Video
Credits: Prime Video

La Carrie di Mike Flanagan è una serie valida, ambiziosa e spesso coinvolgente, capace di trovare nel presente nuove ragioni per raccontare una tragedia che sfortunatamente non smette di parlare a tutti noi. Purtroppo non conserva integralmente la ferocia morale del romanzo, ma offre uno sguardo interessante sull’adolescenza, sulla responsabilità collettiva e sulle conseguenze di una violenza che nessuno vuole riconoscere finché non è troppo tardi.

Il suo limite più grande è anche il riflesso della sua qualità migliore. Flanagan guarda i personaggi con empatia, persino quando sarebbe necessario lasciarli sprofondare nelle proprie contraddizioni. La sua Carrie merita comprensione, ma la storia che la riguarda ha bisogno della consapevolezza che essere vittime non rende automaticamente innocenti e che la sofferenza, quando si trasforma in vendetta, non restituisce ciò che è stato perduto.

Resta dunque un adattamento da vedere, soprattutto per chi apprezza il modo in cui Flanagan intreccia horror e dramma psicologico. Ma è anche una serie che invita a discutere i confini dell’operazione di aggiornamento. Perché riportare un classico nel presente non significa soltanto renderlo più vicino alla nostra sensibilità. A volte significa avere il coraggio di conservarne tutta la crudeltà.