ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su Avatar – Fuoco e cenere e sui precedenti capitoli della saga di James Cameron
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Cominciamo con lo stabilire due cose importantissime per parlare di Avatar – Fuoco e cenere. È un film meraviglioso (candidato anche ai Golden Globe 2026), capace di suscitare un’esperienza visiva rara e da godere sul grande schermo. Però allo stesso tempo è anche un film davvero troppo lungo. E non per il semplice minutaggio monstre, ma perché questo non ha ragion d’essere. Non servivano – oggettivamente – più di tre ore di film per raccontare ciò che viene raccontato in Avatar – Fuoco e cenere, né per cogliere la meraviglia di un prodotto esteticamente incredibile. E questo peso lungo il film si percepisce su diversi fronti.
Dietro la patina di stupore che s’illumina a ogni ripresa che mostra la bellezza di Pandora c’è un po’ poco. La costruzione narrativa attinge a piene mani dai capitoli precedenti (qui trovate la recensione del secondo), rimettendo in mostra dinamiche ben note e sprecando anche alcune occasioni di approfondimento. Della storia rimane poco che arricchisca quello che è uno dei più mastodontici universi del cinema di fantascienza. L’apparato concettuale ormai lo conosciamo bene e viene più che altro reiterato in questo terzo capitolo della saga. Su tutto rimane quell’esperienza meravigliosa che esalta le potenzialità del cinema. E sicuramente non è poco.

La debolezza narrativa di Avatar – Fuoco e cenere
Partiamo dai tasti dolenti del film. Andiamo a fare le pulci al lavoro di Cameron prima di esaltarne la tecnica. L’assetto narrativo di Avatar – Fuoco e cenere è abbastanza inconsistente. Il film si apre con una lunga fase di elaborazione del lutto, con ognuno dei Sully che affronta a modo suo la perdita di Neteyam nel capitolo precedente. Poi una luce: l’arrivo del nuovo clan di Na’vi, decisamente ostile e lontano dalla via di Eywa. Sembra delinearsi un’interessante novità, con l’affermazione anche di una villain d’effetto come Varang. Peccato che poi si viri immediatamente verso strade già battute.
Progressivamente anche Avatar – Fuoco e cenere torna sul solito conflitto tra Na’vi e umani e alla lotta senza fine tra Jake e Quaritch. Varang diventa una semplice appendice del colonnello e ha anche una sconfitta decisamente indecorosa. Viene sprecato tantissimo potenziale, perché sarebbe stato interessante addentrarsi maggiormente nello stile di vita dei Mangkwan e conoscere meglio le motivazioni che hanno portato Varang ad allontanarsi da Eywa e ad affidarsi a una forza distruttrice come il fuoco. Invece ci viene fornita una semplice e brevissima storiella, davvero troppo sbrigativa, e poi spazio alle botte, che si prendono l’intera parte finale del film.
Il conflitto risolutivo è – come sempre – gigantesco e volge chiaramente a favore dei Sully, grazie all’intervento risolutivo proprio di Eywa. Le scene d’azione sono bellissime. Ancora più del conflitto finale a colpire è l’incursione di Neytiri nella città degli umani per salvare Jake. Terminati gli scontri però rimane la sensazione di aver assistito a una copia di quanto già visto e il finale – infatti – non cambia chissà quanto gli equilibri rispetto a quello del film precedente (che potete recuperare su Disney+). Fatta eccezione per un dettaglio.
Si va verso il superamento del solito scontro tra umani e Na’vi
A ben vedere l’elemento più significativo del finale di Avatar – Fuoco e cenere è l’ingresso a tutti gli effetti di Spider tra i Na’vi. Accolto da Eywa, il ragazzo può diventare un ponte tra le due specie. Il simbolo del superamento di una divisione esistenziale. Certo, d’altro canto Spider poteva e potrebbe ancora essere l’arma degli umani per colonizzare definitivamente Pandora, ma c’è un ottimismo di fondo che fa guardare al lato illuminato della medaglia.
La mano di Eywa su Spider è ciò che probabilmente segna tutta la differenza del mondo. Quanto c’è di chimico-biologico e quanto di mistico-spirituale nella conversione di Spider? Il micelio che gli permette di respirare ha attecchito per ragioni naturali o grazie alla mano di Eywa? Questo è il nodo, perché nel primo caso il giovane può essere un’arma da sfruttare, ma nel secondo è semplicemente premiato da un dono irripetibile. Volgendo a questa seconda ipotesi – più in linea col tono che si evince dall’intero racconto – Spider potrebbe rappresentare la sintesi perfetta – più dello stesso Jake Sully – tra umani e Na’vi. E magari potremmo andare avanti con la trama in futuro.
Già, perché tra le criticità di Avatar – Fuoco e cenere c’è la riproposizione esasperata di schemi del passato. E stavolta è un peccato, perché la minaccia dei Mokwang poteva essere sfruttata molto meglio. Questo è il rammarico che deve avere il film. Si poteva lavorare di più sulla mitologia e sulla sociologia di Pandora, invece lo sguardo resta solo puntato sulla questione ambientale. Fa capolino il tema religioso, già presente sin dal primo film ma qui esasperato dall’allontanamento di Varang dalla via di Eywa. In questo senso si doveva puntare, sullo scontro di fede. Speriamo vivamente che questa strada venga ripresa in futuro.

Avatar – Fuoco e cenere lascia a bocca aperta
Abbiamo finora fatto le pulci al film di Cameron, ma adesso passiamo ai complimenti. Avatar – Fuoco e cenere è un’opera in grado di lasciare semplicemente a bocca aperta. La meraviglia è percepibile in tantissime riprese. Quando ammiriamo la naturale maestosità di Pandora. Nei combattimenti, nei riti dei Mokwang e nella maestosità dei Tulkun. Vedere Avatar – Fuoco e cenere è un’esperienza da vivere. Cameron esalta la potenza immaginifica del cinema e porta l’esperienza visiva a un nuovo livello.
Può sembrare un semplice esercizio di stile, ma Avatar – Fuoco e cenere è meraviglia estetica. Su questo fronte c’è davvero poco da dire. Poi i problemi narrativi ci sono, ma vengono superati dall’esperienza visiva e dal comparto concettuale che sottende l’opera e riflette la filosofia dell’intera saga. Se alcuni temi paiono ormai consumati – su tutti la brutalità del colonialismo – altri invece si presentano belli carichi nel lungometraggio. Interessante – ad esempio – è la contrapposizione esemplificata nella via del Tulkun tra pacifismo e interventismo. C’è anche il conflitto generazionale, incarnato dal rapporto tra Loach e suo padre e riflesso in quello tra Payakan e la grande matriarca. Insomma quella di Avatar è una saga estremamente viva, che avrebbe solo bisogno di una scossa sul versante narrativo per compiere il salto di qualità.
In conclusione Avatar – Fuoco e cenere è un film bellissimo, che però dura davvero tanto. È una meravigliosa esperienza visiva che riesce anche a mascherare gli evidenti difetti di trama. È un film che allo stesso tempo è in grado di suscitare enormi dibattiti, ma anche di azzerarli. Perché i suoi pregi e i suoi difetti sono così evidenti da lasciare poco spazio di discussione. Avatar – Fuoco e cenere è sicuramente un film da vedere, rigorosamente al cinema per cogliere la potenza di quest’arte meravigliosa.





