ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Amadeus.
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Le prime due puntate di Amadeus, nuova miniserie Sky Studios disponibile su Sky Atlantic e NOW, arrivano accompagnate da un’eredità ingombrante e da un rischio evidente. Raccontare di nuovo una storia che il cinema ha già trasformato in mito. Eppure, contro ogni previsione, Amadeus riesce fin da subito a essere affascinante. Non rivoluzionario, non definitivo ma seducente, vivo, a tratti persino disturbante. È una serie che cattura lo sguardo, stimola il pensiero, accende domande. E proprio per questo, inevitabilmente, lascia emergere un secondo livello di giudizio, più scomodo e più esigente. Guardate quanto è affascinante, sì. Ma anche quanto sarebbe potuta (e, forse, dovuta) essere.
Siamo solo a due episodi, ed è giusto dirlo subito. Il potenziale è evidente, e la sensazione costante è quella di un’opera che potrebbe ancora sorprendere, cambiare passo, trovare una voce più profonda. Ma già ora Amadeus rivela la sua natura ambivalente. Una serie capace di momenti intensissimi, alternati a scelte che sembrano arrestare la corsa proprio quando il salto sarebbe possibile.
Una confessione umana, non una preghiera: la nuova cornice narrativa
Il gesto più significativo, e forse più riuscito, di Amadeus sta nella sua cornice narrativa. Antonio Salieri non confessa a un prete, come nel film di Miloš Forman, ma a Constanze Mozart. Non cerca l’assoluzione divina ma lo sguardo di chi ha condiviso la vita, il talento e la rovina dell’uomo che lo ha ossessionato.
Questa scelta, apparentemente marginale, ribalta l’asse morale del racconto. Amadeus non è più soltanto un dramma teologico tra uomo e Dio ma un confronto umano, carnale, doloroso tra due sopravvissuti allo stesso terremoto: il genio di Mozart. La confessione non è un atto di fede ma di verità. E in questo senso la miniserie trova fin da subito una sua legittimità, una ragione per esistere che non passa dal confronto diretto con il film del 1984, ma da uno spostamento di prospettiva.
Il Salieri anziano interpretato da Paul Bettany appare spezzato, consumato, eppure ancora animato da un’urgenza che non è redenzione ma comprensione. Parlare a Constanze significa parlare a ciò che resta della musica, della vita, dell’amore. È una scelta che funziona, e che imprime a Amadeus un tono più intimo, più inquieto. E, necessariamente, più moderno, più attuale.
Mozart entra in scena

L’ingresso di Wolfgang Amadeus Mozart nella Vienna del 1781 è uno dei momenti più riusciti di queste prime due puntate. La regia di Julian Farino non indugia, non costruisce attese eccessive. Mozart irrompe, disturba, disordina. Lo fa, però, lateralmente, arrivando su un carrozza e rimettendo sul selciato i postumi di una sbronza colossale. Questo inizio, in sordina, eppure così già pieno del personaggio è il suo assolo iniziale. Il mondo non lo degna di uno sguardo perché il suo è un atteggiamento, seppur fuori luogo, quotidiano. Ma è subito chiaro che l’equilibrio della famiglia Weber, che lo ospiterà, e della corte asburgica è destinato a incrinarsi.
Il Mozart di Amadeus non chiede permesso. È volgare, infantile, sessualmente esplicito, a tratti irritante. Will Sharpe lo interpreta come una sorta di rockstar ante litteram, più corpo che aura, più presenza fisica che simbolo. È un Mozart che occupa spazio, che costringe gli altri, e lo spettatore, a reagire. Più per difesa che per complicità
Questa scelta è coerente con l’anima pop della miniserie e funziona sul piano dell’impatto immediato. Mozart diventa una forza caotica, un elemento destabilizzante che rende credibile l’ossessione di Salieri. Non un dio distante, etereo, perfetto ma un demone vitale, uno scandalo incarnato. In questo senso Amadeus affascina: rende il genio qualcosa di scomodo, non di venerabile.
Amadeus è un Mozart punk ma a volume controllato
Eppure, proprio qui emerge la prima grande ambiguità della miniserie. Il Mozart di Amadeus è punk nei gesti, negli eccessi, nella sessualità ma raramente lo è nel pensiero musicale. I momenti più promettenti come la confessione dell’impossibilità di completare la messa per festeggiare la nascita del figlio primogenito, la decisione di scrivere una parte vocale della messa medesima su misura per Constanze per celebrarne la morte, il rogo del pianoforte come gesto simbolico di rifiuto del proprio genio, aprono spiragli potentissimi, quasi psicoanalitici.
In quelle scene si intravede un Mozart diverso. Non solo ribelle, ma ferito; non solo geniale, ma schiacciato dal peso della propria musica. Sono istanti in cui Amadeus sembra pronta a fare un salto qualitativo, a trasformare il talento in trauma, la creazione in sacrificio.
Ma questi lampi non diventano ancora struttura. Per il resto, Mozart appare spesso superficiale nel rapporto con la sua arte. Non parla davvero di musica, non la difende, non la articola come visione del mondo. La celebre scena del “troppe note, caro Mozart“, centrale nel film di Forman, qui perde gran parte della sua forza. Il confronto con l’Imperatore diventa una brutta copia, priva di quella modernità folgorante che faceva della musica un discorso politico, estetico, filosofico.
Amadeus mostra Mozart come un artista incompreso ma non è in grado di farcelo ascoltare. E farci capire, attraverso la musica, il perché di quella incomprensione. Purtroppo.
Salieri: la fede ferita come vero motore del dramma

Se Mozart resta, almeno per ora, una promessa parzialmente mantenuta, Antonio Salieri è il cuore pulsante di Amadeus. Paul Bettany offre, probabilmente, una delle interpretazioni più intense e stratificate della sua carriera. Il suo Salieri non è un villain, né un semplice invidioso: è un uomo di fede autentica che scopre, con orrore, che Dio è arbitrario. E si fa beffe di lui.
La miniserie lavora magnificamente sulla crisi spirituale del personaggio. Ogni nota di Mozart diventa un’accusa, ogni successo del giovane genio una prova dell’ingiustizia divina. La scena in cui Salieri, dopo aver ascoltato la messa funebre per il figlio di Mozart, torna in chiesa e parla a Dio con voce rotta è uno dei momenti più alti di queste prime due puntate. Quando conclude con un “sia fatta la tua volontà” pronunciato dopo aver pianto lacrime amare, non c’è rassegnazione ma resa disperata.
In Amadeus, il vero conflitto non è la gelosia ma la perdita di senso. Se Dio parla attraverso Mozart, e Mozart è un uomo volgare, infantile, irresponsabile, allora Dio è incomprensibile. E se Dio è incomprensibile, allora la fede di Salieri non ha più fondamenta. È qui che la serie tocca una dimensione universale ed è qui che affascina di più. Forse persino più del film.
Constanze: la coscienza morale della storia

Una delle sorprese più significative di Amadeus è il ruolo di Constanze Mozart. Interpretata con grande misura e intensità da Gabrielle Creevy, Constanze non è più una figura di contorno ma una vera voce narrativa autonoma. È moglie, amante, custode della memoria, testimone del sacrificio quotidiano richiesto dal genio.
Quando dice a Mozart, dopo l’incontro col padre di lui, che tutti fanno sacrifici per potergli permettere di comporre non sta recriminando. Sta mettendo a nudo una verità che nessuno vuole guardare. La musica di Mozart non nasce dal nulla ma consuma chi gli sta accanto. Constanze diventa quindi il punto di equilibrio, o di rottura, tra arte e vita, tra amore e distruzione.
La scelta di affidare a lei la confessione di Salieri rafforza ulteriormente il suo ruolo. In questo, Amadeus supera persino il film di Forman. Non perché lo corregga ma perché esplora un territorio che il cinema dell’epoca non aveva interesse a percorrere. Constanze non alleggerisce il duello Mozart-Salieri, lo complica. E lo rende più vero.
Amadeus e la musica: presenza costante ma mai protagonista
Ed è qui che emerge la più grande mancanza di Amadeus. Nonostante il titolo, nonostante la materia narrativa, la musica non viene mai trattata come linguaggio drammaturgico. Piuttosto come ornamento, atmosfera, talvolta persino come colonna sonora d’epoca. Eppure, se c’è un luogo in cui la musica deve parlare, anzi gridare, è proprio questa storia.
Nel film del 1984, la musica non illustrava le emozioni: le incarnava. Quando Mozart suonava la sua musica, il mondo sembrava mutare intorno a lui. Quando Salieri ascoltava, non sentiva solo note: sentiva il proprio fallimento esistenziale. La colonna sonora non accompagnava la scena: era la scena stessa.
Nella miniserie, invece, anche nei momenti potenzialmente devastanti, la messa incompiuta per il figlio defunto, il duello con Muzio Clementi, il primo minuetto prima del rogo del pianoforte, la musica resta in secondo piano. Non ci viene mostrato perché Mozart è diverso: ce lo viene detto, ce lo viene suggerito, ce lo viene drammatizzato attraverso gli sguardi degli altri. Ma non ce lo fa sentire. E senza questo, il conflitto perde il suo cuore.
La vera distanza tra Mozart e Salieri non è tecnica, né sociale: è ontologica. Salieri cerca Dio nella musica. Mozart è quel Dio perché è quella musica. Non ha bisogno di cercarla: la vive, la sputa, la brucia. Invece, la musica in Amadeus è spesso semplice decoro. Non si tratta di chiedere una lezione di storia o di teoria musicale. Si tratta di chiedere un uso drammaturgico del suono, come nel film, dove ogni passaggio era un atto narrativo. Qui, invece, sembra che la paura di allontanarsi dallo spettacolo televisivo standard abbia indotto i creatori a usare la musica come sfondo, non come voce. E per una storia che parla di un uomo la cui vita era la musica, è una contraddizione difficile da perdonare.
Estetica, stile e modernità: il fascino del ben fatto
Dal punto di vista visivo e produttivo, Amadeus è impeccabile. La regia mescola sensualità e rigore, la fotografia satura Vienna di ori, rossi e ombre calde, i costumi flirtano apertamente con la contemporaneità. Il Settecento diventa uno spazio pop, quasi punk, dove il passato dialoga apertamente con il presente.
Questa estetica affascina, rende la serie altamente fruibile, bingeabile, seduttiva. Ma a volte dà anche l’impressione di un esercizio di stile che teme il silenzio, che riempie invece di scavare. L’uso di linguaggio moderno (non sono le parolacce che non vanno bene ma il come vengono dette), le scene sessuali esplicite, alcune scelte di casting sembrano più rispondere a un’esigenza di attualizzazione che a una necessità drammatica profonda.
Amadeus: guardate quanto è affascinante. Guardate quanto sarebbe potuta essere
Alla fine di queste prime due puntate, Amadeus lascia una sensazione precisa. Quella di un’opera viva, imperfetta, spesso seducente ma non ancora necessaria. Affascina spesso e volentieri ma ogni volta che sembra sul punto di diventare grande, si ritrae. Brucia il pianoforte ma non fa ancora risuonare pienamente la musica.
Eppure, proprio perché siamo solo all’inizio, il giudizio non può essere definitivo. Il potenziale c’è, eccome. I personaggi funzionano, le idee ci sono, i momenti di verità esistono. Se la serie riuscirà a mettere la musica al centro, a trasformarla da sfondo in destino, Amadeus potrebbe ancora sorprenderci.
Per ora resta una promessa luminosa e incompiuta. Un’opera che si guarda con piacere e si pensa con frustrazione. E forse non è un caso: raccontare Mozart significa anche accettare l’idea che il genio, come la musica, resti sempre un passo oltre ciò che riusciamo a contenere.







