Questo è uno dei miei momenti di scrittura preferiti. È il momento in cui chiamo all’azione voi, miei cari compari millennial, con un articolo ideato e realizzato apposta per voi. Oggi però stranamente non parliamo di serie tv: parliamo di show televisivi. Più nello specifico, parliamo di programmi assurdi su MTV, quelli che forse abbiamo dimenticato ma che hanno fatto la storia del trash televisivo prima ancora che il termine cominciasse a essere utilizzato in questo senso.
La nostalgia degli anni Duemila – degli adolescenti o pseudo-tali che eravamo e della semplicità con cui oggi ci sembra che la vita si svolgesse prima dei social e dell’AI – spesso ci fa guardare con tenerezza show televisivi che oggi sarebbero improponibili. E che lo sarebbero con cognizione di causa. Non sono pochi, infatti, gli esempi di programmi diffusi anche ma non solo su MTV – che tra l’altro ci ha regalato anche parecchie serie – in cui machismo, body shaming, linguaggio a dir poco scurrile, elogio del lusso e tutta una serie di altri presupposti che oggi per fortuna amiamo meno erano gli elementi fondanti del racconto. E anche se oggi ripensandoci ci diciamo cose tipo “Oddio quanto stavamo bene all’epoca”, col senno di poi forse non erano proprio show da idolatrare. Ve ne ricordate qualcuno? Oggi ve ne riproponiamo ben cinque.
My Super Sweet Sixteen

Prima che la famiglia de ‘Il boss delle cerimonie” diventasse protagonista indiscussa dei festeggiamenti trash, un altro programma assurdo su MTV dominava la scena: My Super Sweet Sixteen. Ricchi e viziatissimi sedicenni partecipavano come protagonisti di puntata a uno show che aveva come unico obiettivo quello di stimolare una neanche troppo sana invidia in altri adolescenti oltreoceano. Adolescenti che festeggiamenti di quel calibro non li avrebbero vissuti mai. Sale sfarzose, vestiti ingombranti e ingressi trionfali erano all’ordine del giorno per questi giovanissimi, in parte persone normali dai budget altisonanti, in parte figli e figlie d’arte con qualche minuto in più di celebrità. E – a proposito di celebrità – non sono mancati vip del calibro di Rihanna come parte del regalo di compleanno di questi fortunatissimi adolescenti.
Per quanto quindici anni fa guardassi i protagonisti di My Super Sweet Sixteen con occhi un po’ invidiosi e sognanti, riguardare anche solo un episodio delle 8 stagioni prodotte oggi è davvero too much. Ci ho provato, giuro, ho messo su uno spezzone del quindicesimo compleanno di una certa Audrey, e ho avuto i brividi fin dal secondo 1. Richieste assurde, attacchi di panico ingiustificati e soprattutto un enorme elogio dello sfarzo più grottesco sono solo alcuni degli elementi che si ripetevano episodio dopo episodio. E io sarei curiosa di sapere se la sensibilità, a distanza di tutti questi anni, sia cambiata solo in noi spettatori o meno. Magari anche chi ne ha fatto parte, giovani ormai adulti, ha voglia di rinnegare una partecipazione che all’epoca era considerata da sogno. Chiunque ne sappia qualcosa, alzi la mano nei commenti.
Plain Jane

Plain Jane è uno di quei programmi tv che un tempo adoravo – forse proprio nell’età più sbagliata per farlo – e che oggi col senno di poi mi sembrano non solo assurdi, ma completamente fuori luogo. Il presupposto era molto semplice: in ogni episodio una ragazza insicura, generalmente presentata come una sorta di brutto anatroccolo, veniva presa sotto l’ala protettiva di Louise Roe, che la accompagnava in una settimana di extreme makeover fisico ed “emotivo”. L’obiettivo? Arrivare alla fine della settimana ad affrontare, finalmente come la nuova sé, un appuntamento al buio con il ragazzo di cui era innamorata.
Con un occhio da trentenne oggi ci sono non uno, ma molteplici piani che renderebbero questo programma assolutamente improponibile. Il cambiamento della Jane di turno, ben mascherato da botta di autostima, aveva in realtà l’obiettivo preciso di far risultare la ragazza più avvenente agli occhi del ragazzo di turno. Il male gaze, rappresentazione delle donne sulla base dello sguardo degli uomini, era ovviamente condito con un bel po’ di body shaming. In soldoni quello che diceva il programma era: così non vai bene, ma ci pensiamo noi a rimetterti in sesto. Nulla a che vedere con una body positivity non solo oggi sempre più diffusa, ma anche parecchio necessaria.






