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La vera storia di D.B. Cooper

Prison Break

Siamo alla vigilia del giorno del ringraziamento del 1971 e il Boeing 727 della Northwest Orient Airlines diretto a Seattle è pieno solo per un terzo. Un elegante e pacato individuo siede al posto 18C. È là, in disparte, in fondo all’aereo. Sorseggia del bourbon e si gusta una sigaretta. Alto, ben vestito, invisibile agli occhi dei più. È un “average Joe”, un “ordinary man”, uno qualunque. O almeno così pare. Già, perché alle quindici circa del pomeriggio, poco dopo la partenza da Portland, quel tale mette in atto un piano che lo consacrerà alla storia e alla cultura di massa, citatissimo da serie come Better Call Saul, Breaking Bad e White Collar. Un uomo che avrà finalmente un volto, per quanto fittizio, in Prison Break.

Si tratta di D.B. Cooper, l’unico “pirata aereo” scampato alla giustizia e all’FBI.

In Prison Break ha le fattezze di un misurato, rassegnato, anziano di nome Charles Westmoreland. Impariamo a conoscerlo nella prima stagione seppur, inizialmente, è una figura di contorno, schiva e disinteressata agli affari degli altri prigionieri. L’amore per la figlia e il desiderio di rivederla un’ultima volta prima che sia troppo tardi lo porterà, però, a collaborare con Michael al piano di fuga. Ma chi è Westmoreland? Solo un vecchio disilluso in balia dei propri sensi di colpa o uno dei criminali più ricercati della storia americana?

Prison Break

Michael in lui percepisce qualcosa. Con la sua non comune intelligenza, in quell’apparente uomo ordinario, coglie qualcosa di più. Qualcuno che nasconde un preziosissimo segreto. Westmoreland si rivelerà essere nient’altri che D. B. Cooper, l’uomo che la fece all’FBI. Ma quanto c’è di reale nella figura che appare in Prison Break e quanto, invece, di romanzato? Per scoprirlo dobbiamo tornare a quel 24 novembre del 1971, quando sui cieli tersi dell’Oregon un aereo di linea sta percorrendo un tragitto di appena trenta minuti.

Dan Cooper è lì, al suo posto. Tranquillo, sereno, sembra in balia di pensieri fugaci e inconsistenti come le vaporose nuvole che osserva. Ha un fermacravatta di madreperla, mocassini, giacca e pantaloni scuri oltre a una camicia ben stirata. Un uomo d’affari come tanti. Così appare anche all’assistente di volo alla quale passa un bigliettino.

La bella Florence lo prende e se lo infila distrattamente in borsa.

“Un altro business-man in cerca di emozioni forti”, pensa. Cooper la guarda, sorridendo dolcemente. Senza perdere quella posatezza carica di charme che lo ha contraddistinto fino ad allora, soggiunge con voce profonda e paterna: “Signorina, farebbe meglio a dare un’occhiata a quel biglietto. Ho una bomba”.

Prison Break

Inizia così la storia di un dirottamento che ancora oggi desta ammirazione. Nella figura di Westmoreland in Prison Break c’è molto di Dan Cooper. C’è soprattutto la genialità di chi si nasconde tra la folla, di chi si appiattisce in una parodia dell’uomo medio per sfuggire a occhi indiscreti. Un innocuo, educato, ordinario uomo come tanti. Un invisibile. Dietro quel paravento si nasconde l’eccezionalità camaleonticamente ottunda. Ma il genio riconosce il genio, lo percepisce, si riflette nel suo contrappunto.

Michael e Westmoreland nel luccichio dei loro occhi si svelano vicendevolmente.

Il “premuroso, tranquillo” Dan Cooper (così definito dagli assistenti di volo) detta le sue richieste. Più di un milione di dollari al cambio attuale, quattro paracaduti e rifornimento per l’aereo. Florence, dopo aver visto con i suoi occhi la bomba, a passo deciso raggiunge il pilota mentre dispensa sorrisi affettati ai passeggeri. Cooper è lì al ritorno della hostess, vicino al finestrino. Guarda sereno il mondo di laggiù. Quel mondo distante e disinteressato alla sua impresa. Lì, in basso, le persone si dannano come formichine tra mille attività.

“C’è Tacoma là – indicando un ammasso disordinato di case – e a venti minuti la base militare”, si lascia andare con la giovane donna. Sembra quasi una confessione. Un’apertura al suo passato, al tempo che fu, alla vita che lo aveva portato fino a quel momento.

Cooper e Westmoreland condividono un senso nostalgico, un rammarico per ciò che hanno perso e che non tornerà.

prison break

Per gli errori commessi e non più superabili. Entrambi sono all’ultima spiaggia. Ma, pur nella loro disperazione, estremamente controllati e tranquilli. Perché quando non hai più nulla da perdere non hai più neanche da temere. Quella compostezza che li contraddistingue è in realtà disperazione. Ed entrambi fuggono. Un’ultima, conclusiva fuga. O tutto o niente.

Cooper è ancora là tra i suoi pensieri, protetto ora da ampi occhiali neri a mascherare la luce dei suoi occhi, la scintilla del genio, quando lo informano che sono pronti per atterrare a Seattle. I passeggeri scendono, mentre l’aereo viene rifornito e i soldi consegnati a Tina, un’altra assistente di volo. Dan si è assicurato che tutti stiano bene e che l’equipaggio abbia ricevuto un pasto.

Chiama la bella Florence e la invita a scendere assieme ad altri componenti del personale di bordo. Florence lo guarda un’ultima volta, provando a decifrare qualcosa. Ma tra loro due è un muro scuro, quello delle lenti nere di Cooper che impediscono il contatto visivo. Non c’è più spazio per un’altra confessione, solo un sorriso bonario che la donna aveva già imparato a conoscere.

Charles Westmoreland sta per perdere sua figlia e non potrà vederla un’ultima volta.

Glielo vogliono impedire. Ma se c’è una cosa che conta ancora, quella è l’affetto perduto della sua bambina. Deve fuggire. Deve rompere le catene, strappare il velo da uomo qualunque e tornare quello che era. Segue Michael nel suo progetto, lo fa fino alla fine, a costo di tutto. A costo della sua stessa vita. Non gli resta altro. E chi, come Bellick, tenta di frapporsi non ha scampo.

Prison Break
Una delle scene più tristi di Prison Break

Dan Cooper dà indicazioni con il solito autocontrollo e con puntuale sicurezza. Rotta verso Città del Messico, bassa quota, velocità minima. La crew dell’aereo lo guarda, lui sfodera il suo consueto sorriso paterno. Non serve altro. Le indicazioni sono eseguite alla lettera. L’equipaggio si chiude in cabina finché il segnale della scaletta posteriore non si attiva. “Tutto bene?”, tutto bene. Un cambio di pressione dell’aria. Cooper doveva aver aperto il portellone posteriore. Un movimento di coda, improvviso, poi: il nulla. Dan Cooper non c’è più.

In Prison Break Westmoreland fugge con gli altri. È ferito, perde sangue ma avanza, insiste, persevera. Arriva all’infermeria. Non ha più forze. Il suo “paracadute” non si è aperto. Charles non c’è più. Non prima, però, di rivelare a Michael l’ubicazione dei soldi del colpo di tanti anni addietro. Non 1,2 milioni ma ben 5 (in Prison Break il governo aveva ridimensionato la cifra per svilire l’impresa). Westmoreland era davvero D. B. Cooper. O almeno una parte di lui. Perché all’epoca dei fatti, nel 1971, Charles avrebbe avuto appena venticinque anni e Cooper sui quarantacinque, secondo le testimonianze.

Ma in Westmoreland c’è la parte più profonda del leggendario pirata aereo.

C’è la grazia gentile e la compostezza. Il rimpianto e il fallimento. Il geniale, finale, grido alla vita, al mondo. L’all-in che può voler dire espiazione o dannazione senza ritorno. Di Dan Cooper, nome fittizio di un paracadutista dei fumetti, non si seppe più nulla. Alcuni lo vogliono morto nel salto. Altri giurano di conoscerne l’identità.

Recentemente un team di avvocati, criminologi ed ex agenti FBI si è detto sicuro di averlo scovato. Si tratterebbe di Robert Henry Rackstraw, un veterano del Vietnam, espulso dall’esercito per aver mentito sui suoi titoli di studio. In casa sua, un anno dopo il colpo di Cooper, furono trovate armi e dinamite. Aveva una montagna di debiti e decise di fuggire in Iran dove addestrò l’esercito regale.

Prison Break

Un nuovo fallimento lo rispedì, però, in America. Ma in tribunale non si poté far altro che trovarlo colpevole di reati minori. Un anno di prigione prima della libertà. Rackstraw, come Westmoreland, avrebbe avuto circa venticinque anni nel 1971. Ma gli orrori della guerra l’avrebbero fiaccato nel corpo, facendolo apparire più vecchio di quanto non fosse.

L’avvocato di Rackstraw ha giudicato ridicole le accuse. Il suo cliente, taciturno e restio alle telecamere, trascorre una vita serena nel suo yacht chiamato “Poverty sucks”, “La povertà fa schifo”. Sembra quasi di vederlo sulla prua, steso a contemplare il cielo. Perso nei suoi pensieri mentre afferra un bourbon offerto dalla cameriera di bordo. Sorride dolcemente, rintanato al sicuro dietro ai suoi impenetrabili occhiali neri, beandosi nei ricordi di ciò che fu. Di un tempo in cui scelse di andare in all-in contro il mondo e il mondo non l’ebbe vinta.

“Sono vivo. Il sistema che ha sconfitto il sistema”
[Da una lettera inviata al quotidiano Portland Oregonian e firmata D.B. Cooper]

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Written by Emanuele Di Eugenio

Esteta contemplativo (un modo elegante per dire nullafacente), vive immerso tra libri impolverati e consunti osservando il mondo da una finestra. Che sia quella dello schermo di una tv, di un pc o le pagine di un romanzo russo poco importa.

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