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Io non sono nessuno per giudicare Carol Sturka

Pluribus

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sul finale di stagione di Pluribus.

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Il bello di Pluribus è che sovrappone costantemente le sue verità narrative alla nostra, di realtà. Una realtà convintamente umana che sfugge alla complessità come forma di autodifesa, ricercando risposte semplici ad argomenti che si scontrano con le variegate realtà della nostra natura. Ma non è mai semplice, essere umani. E proprio per questo c’è tanta bellezza nella nostra condizione. Non è mai semplice da accettare, e per questo ci rifugiamo nell’idea di fare sempre la cosa giusta al momento giusto. Avere sempre ragione sì, proiettando la soggettività delle nostre visioni su quelle degli altri. Ne ho parlato ampiamente nel corso della prima stagione di Pluribus, conclusasi nei giorni scorsi, ma non esiste il rischio di ripetersi: ogni singolo dettaglio è funzionale alla stratificazione di un universo nel quale le logiche binarie sono quanto di più paradossale possa esserci per ricostruirlo e farlo nostro.

Per entrare dentro l’universo di Pluribus e riconoscerci nelle azioni dei suoi protagonisti, in estrema sintesi.

Non è un caso, allora, che l’ultima puntata della prima stagione stia creando, ancora una volta, accesi dibattiti. Dibattiti legati soprattutto alla figura fallibile di Carol Sturka, una protagonista che dovrebbe essere l’eroina della sua stessa storia: così era stata identificata fin dall’inizio da Gilligan, ma il problema è che molti stanno rischiando di confondere la volontà di raggiungere un certo punto d’arrivo con le controverse strade affrontate per giungere al traguardo. Ovvero: si ha l’impressione sempre più chiara che Carol proietti le nostre domande e i nostri dubbi, più che offrirci una risposta esaustiva. E questo non è accettato da tutti, come è normale che sia.


La sua figura si perde in un buco nero in cui diventa difficile orientarsi. La reazione del pubblico è significativa in tal senso: invece di abbracciare i suoi dilemmi, molti stanno finendo per polarizzare le prospettive sul personaggio.

C’è chi la ama e chi la detesta, chi ne riconosce le fragilità ma non la giustifica per questo. Chi, soprattutto, la giudica da un vacuo altarino, avendo la vana certezza a proposito di come si comporterebbe se si ritrovasse al suo posto. “Carol è una Karen, scrive più di qualcuno con l’arroganza di chi sintetizza brutalmente la sua traumatica esperienza con modelli inappropriati. “Carol sbaglia”. E ancora: “Carol ha ragione”. “Carol è antipatica”, per molti. Il punto è proprio questo: millenni di letteratura hanno trasferito il caleidoscopio impazzito dell’umanità in mondi in cui tutto è bianco o nero: c’è il buono e il cattivo, rendendo semplice parteggiare per il protagonista e osteggiare le azioni “sbagliate” dell’antagonista.

Niente di male: la letteratura sa essere anche evasione, non necessariamente una ricostruzione fedele della realtà. E anche in quest’ottica può avere una funzione che contribuisce alla strutturazione di un pensiero critico. Un pensiero complesso. Ma no, Pluribus non è fatta così: la sua è una narrativa fantascientifica che utilizza le chiavi della distopia per metterci di fronte a uno specchio. Con un fine ultimo che respira in ogni dettaglio della prima stagione: abbracciare le domande senza riferimenti solidi significa abbracciare il percorso e arrivare a risposte personali che scavano nelle nostre coscienze e dentro le nostre convinzioni, mettendole in discussione.

Tutto ciò fa paura, ed è umano. Fa male guardarsi dentro e scoprire un lato oscuro. Una zona d’ombra in cui le cadute di Carol possono essere anche le nostre, chissà come.

Si reagisce spesso con la dissimulazione: mentire a noi stessi e al prossimo, facendo propria la menzogna. Osservare per un minuto “la Belladonna” di O’Keeffe, il fiore del deserto ben esposto dal nostro Emanuele Di Eugenio nella recensione della settima puntata di Pluribus, e perdersi negli abissi di una tentazione che rischia di avvelenarci fatalmente. Distogliere lo sguardo, resisterle e poi tornare a essa come l’eroe dei nostri sogni non farebbe mai.

Come fa Carol. Perché siamo tutti un po’ Carol.

La sua esperienza è quanto di più vicino a noi possa esserci, anche se ci ritroviamo a bramare la venuta di un’eroina senza macchia. Capisco benissimo perché molti l’abbiano giudicata negativamente dopo aver deciso di vivere nella finzione dell’alveare: lo fa attraverso la breve avventura amorosa con una donna che non esiste più, o comunque esiste da un’altra parte e non è la figura eterea che ci troviamo di fronte.

Certo che lo capisco: non è semplice accettare l’idea che Carol si sia comportata in quel modo. Che si sia cullata nell’illusione di un’esperienza in cui l’unico io era rappresentato da lei, mentre dall’altra parte non c’è altro che un corpo inerme, una volontà assente e una persona che non sta più vivendo la sua storia. Non è semplice accettare l’idea che ogni sua azione, fin dall’inizio, sia votata a pulsioni egoistiche. Individuali. Pulsioni che talvolta mascherano la volontà di salvare il mondo con quella di sopravvivere come può a un terribile lutto, a un’esperienza di vita plasmata più volte da soggetti che le negavano il libero arbitrio e si arrogavano il diritto di convertirla, strapparla all'”errore”, manipolarla per fare “la cosa giusta”. Violarla in ogni modo, ieri come oggi. Fino a strapparle dalle braccia un figlio mai nato, e l’imprescindibile scelta di essere libera.

La sua è stata una risposta semplice a una domanda complessa. Col sesso e con la simulazione di un amore, ma anche con la forza implacabile di una bomba capace di annientare ogni cosa. La stessa di un uomo che abbraccia la lussuria della carne all’interno dell’aereo del Presidente degli Stati Uniti. Oppure quella di una madre che non può riconoscere l’idea che il suo piccolo figlioletto non sia più, in realtà, al suo fianco.

Carol non lo accetta a sua volta. E chissà cosa ha pensato, quando si è ritrovata di fronte alle pulsioni orgiastiche di un suo simile per poi cadere nel medesimo errore.

Forse l’ha giudicato o forse no, ma c’è stato un momento in cui è stata costretta a riconoscere l’idea che non fosse a lui superiore su un piano morale ed etico. Che ci fossero delle ragioni anche nel suo approccio, per quanto eticamente riprovevole sotto vari punti di vista. E che dal confronto con prospettive differenti potesse nascere una nuova sintesi, altrettanto nostra e forse più vicina a una qualche idea di giustizia, qualunque essa sia. Forse un’illusione o forse no, ma è altrettanto fondamentale.

Perché dovremmo tenerlo sempre a mente: l’uomo è sì fatto di impulsi e di istinti che poco hanno a che vedere con un modello ideale di realtà, ma allo stesso tempo ci siamo dati delle regole. E quelle regole ci rendono umani con la possibilità di essere una comunità invece di essere, banalmente, delle bestie. Purtroppo, però, la spinta emotiva plasma ogni giudizio arbitrario: stando fuori dalla questione, giudichiamo il prossimo, incarnato da Carol, dall’alto di una superiorità morale che si confonde, tuttavia, con un sentimento. Un sentimento soggettivo, rischioso se porta poi a decisioni che plasmano il mondo e le regole sopracitate.

Siamo liberi di confrontarci come vogliamo con le azioni di Carol. Anzi, è decisivo farlo. Prendere una posizione, riconoscere uno stato di diritto al di là della sua forma, avere una visione delle cose che permette la condivisione. E non sarà mai quella più giusta: è l’alternativa dell’asettica disumanità di Pluribus, talmente amorale da portare a una morale a sua volta arbitraria e pregna di criticità fin dalla sua genesi, violenta e prevaricante. Può essere, però, un’idea meno sbagliata di altre: più sostenibile e condivisibile. A patto che si decida di abbracciare le complessità, riconoscere i nostri limiti e la nostra insanabile fallibilità.

Essere lucidi, visto che abbiamo la fortuna di non essere ancora dentro quello scenario distopico. Arrivare sì a un’idea netta, ma senza chiamare in causa antipatie o pregiudizi di sorta.

Pensare magari che Carol sbagli, ma solo dopo averla vista nello specchio che abbiamo di fronte. Siamo davanti a lei, persino sovrapposti: mai sopra di lei.

Se così non fosse, il rischio sarebbe quello di finire in un mondo in cui avremmo sempre ragione noi. Una stortura che finisce per caratterizzare persino il personaggio apparentemente “meno corrotto” di Pluribus, Manousos. Si batte per il libero arbitrio dell’umanità ma lo fa con un’ortodossia altrettanto pericolosa. E chissà cosa si cela tra le righe della sua backstory, ancora ignota. Arriva a martirizzare se stesso in un’ottica che tanto ha a che vedere con l’evidente matrice cristiana che lo caratterizza, come ben spiega Di Eugenio nella recensione dell’ottava puntata, ma a quale prezzo? Al prezzo di imporre comunque la sua visione. Trasforma l’individualismo in una religione che predica il collettivismo più radicale, ed è di per sé un potenziale paradosso se portato alle estreme conseguenze.

Non accetta l’idea che ci possano essere delle ragioni in Carol, così come Carol non le accettava in Koumba prima di cadere nei medesimi errori: ognuno finisce per essere lo specchio dell’altro in momenti diversi dell‘elaborazione e della metabolizzazione del trauma. Anche il suo è un approccio violento: arriva addirittura a mettere in primo piano l’estinzione della “specie maligna”, il diavolo incarnato dal Pluribus, rispetto alla salvezza dell’umanità. Ma se l’umanità albergasse ancora nei corpi degli altri, avrebbe davvero diritto ad agire in questo modo per concretizzare un piano che sa essere egoista e altruista in egual misura?

Lo ripeto: è complicato. E Pluribus è speciale proprio per questo. Ho iniziato questo percorso con la strenua convinzione che potesse esserci un’oggettiva visione degli eventi, ma poi gli eventi mi hanno privato di ogni certezza.

Ho ancora una mia visione, una mia idea di mondo: ci mancherebbe altro. Mi terrorizza l’idea che possa essere privato della mia individualità, senza se e senza ma. Ma come mi sarei comportato al posto di Carol? Sceglierei la “chica” o il “mundo”? Ne riparleremo tra qualche anno e cambierà ancora la mia percezione di lei. Anche perché diventeranno chiari i confini del suo criptico azzardo finale, tra la minaccia e la deterrenza. Chi sarei oggi, se avessi vissuto la storia di Manousos? Sono davvero qualcuno per condannare Koumba? No, non sono nessuno per farlo. Sono solo un essere umano imperfetto. Uno come tanti altri. Come tutti gli altri. Ma ho deciso di sfidare le complessità, essere parte del caos. Tenere in mano una bussola, ma senza affrontare un percorso preimpostato.

Questa è la sfida più importante di Pluribus e di quel genio visionario di Gilligan: attraversare il deserto e affrontare l’armonia illusoria di un fiore velenoso, guardando nel buio che disvela al suo interno. Essere umani, fino in fondo. E cullarsi nella bellezza delle imperfezioni, trovandola anche là dove sembra impossibile che possa esistere. Pur tra mille cadute, e proprio grazie a esse, abbiamo scritto una storia speciale. Una storia in cui persino il fischio lontano di un treno solitario potrà essere sempre vissuto con un’intensità straordinaria.

Antonio Casu