Di cosa è fatta la sostanza dei ricordi? Come ci appare una memoria? In ogni grande opera che altro non è che un ricordo universalizzato la memoria sfugge, sbadisce, si tinge di vividi colori ma galleggiando in una indefinitezza eterea. Marcel Proust fonda il romanzo più interminabile della letteratura su un singolo ricordo involontario. Una madeleine, un dolcetto nel tè, riattiva una memoria. L’esperienza sensoriale diventa ponte verso il passato, verso l’altro sé. L’Io passato di cui tutti noi abbiamo inesausta nostalgia. In Pluribus quella madeleine diventa un gelato al mango.
In Proust, in Dante, in Virgilio, in ogni grande ricordo di frondosi faggi, dolci profumati e donne angelicate c’è sempre lo stesso tratto comune. Non c’è mai una connotazione temporale precisa. Il quadro del ricordo affonda nella vaghezza, nell’irrealtà di uno spazio indefinito che è il ricordo. Il fondale è senza tratti distintivi: l’Arno diventa “uno fiume bello e corrente e chiarissimo“, Mantova una campagna di ruscelli e canti silvestri, Combray un villaggio di sogno e mare. I luoghi reali nella poesia del ricordo diventano così spazi interiori, fuori dal tempo e perciò senza connotati temporali. “Avrò avuto… Dieci anni?“, si domanda Zosia.