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Peaky Blinders era già morta, e non è resuscitata – La recensione di ‘The Immortal Man’, il film di Peaky Blinders

Un'immagine tratta dal film di Peaky Blinders: The Immortal Man
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Trascinare all’infinito prodotti di successo, lo sappiamo bene, è un tema chiave di questi anni televisivi. In un periodo storico in cui le grandi idee sembrano scarseggiare, riportare (o mantenere) in vita prodotti che hanno fatto la storia è una soluzione sempre più battuta da reti e piattaforme: il fine è quello di assicurarsi dei successi garantiti in termini di ascolti e visualizzazioni, anche se il mezzo per arrivarci, purtroppo, spesso ha a che fare col depotenziare, snaturare o in alcuni casi addirittura distruggere (almeno parzialmente) lo stesso prodotto che ha fatto la storia. Il film conclusivo della saga principale dei Peaky Blinders (diciamo principale perchè poi arriveranno dei sequel, ma senza Thomas Shelby e company) si inquadra fondamentalmente in questa dimensione: la dimensione di un prodotto che una sua fine fondamentalmente ce l’aveva già avuta, ma che si è voluto concedere un ultimo ballo in nome del fatto che ci fosse ancora qualcosa da raccontare. Ma da raccontare, fondamentalmente, in realtà non c’era quasi più niente.

Ne avevo parlato già 3 anni fa, in merito all’ultima puntata della serie canonica: a volte il finale più scontato è anche il migliore possibile. Perchè quello che era successo nell’ultima puntata di Peaky Blinders era fondamentalmente giusto, e forse Peaky Blinders doveva semplicemente arrendersi col suo protagonista: era l’epilogo più scontato, quello che tutti ci aspettavamo, ma in fondo sarebbe stato anche quello più corretto, quello più coerente con la parabola di un uomo totalizzante, per quanto apparentemente emotivamente apatico e via via sempre più anestetizzato dagli eventi e da se stesso. Un personaggio la cui guarigione interiore ci è in fondo sempre sembrata impossibile, ed era anche questo che lo rendeva così tremendamente affascinante e diverso da molti degli anti-eroi della serialità che abbiamo conosciuto.

Thomas Shelby doveva morire su quel carrozzone: solo, coi suoi ultimi istanti intrisi di poesia e maledizione, tristezza e malinconica simbologia, con tutti i tasselli al posto giusto e nessun rimpianto lasciato sul cammino.

Invece, si è deciso di ‘salvarlo’ e rimetterlo in sella al suo cavallo per un ultimo giro. Un ultimo giro che ricorderemo con meno poesia

Ed è un po’ un peccato, perchè a differenza di altre serie televisive di successo Peaky Blinders era finita al momento giusto, non si era mica trascinata stancamente. Questa appendice ulteriore è sembrata invece superflua, quasi un episodio filler per legare la fine della serie che abbiamo amato al sequel che verrà dopo. Ma non era così che meritavamo di ricordarci la fine di un personaggio leggendario come Thomas Shelby, qui quasi usato narrativamente per fare da tramite tra la vecchia e la nuova storia, in un passaggio di consegne con suo figlio che più telefonato non si poteva. Questo film non rovinerà il ricordo di Peaky Blinders, chiariamoci (rimane e rimarrà sempre una grande serie) e non è nemmeno un brutto film, o un film da buttare. Ha i suoi punti di forza, è complessivamente godibile, ma niente a che vedere con la potenza della storia di Peaky Blinders. Escluse alcune scene epiche e alcune citazioni di Tommy da aggiungere alla lunga lista di citazioni iconiche di Tommy (“Non sono mai stato un padre, Ada. Non ero che una forma di governo“), di memorabile in fin dei conti c’è stato ben poco. Purtroppo.

Perchè ‘The Immortal Man’ è una pellicola che non riesce in nessun modo a restituire la potenza evocativa, la profondità, la sostanza narrativa di una potenza seriale come Peaky Blinders. É un’opera tendente alla semplificazione, divisa in maniera fin troppo didascalica tra una prima parte più riflessiva e una seconda parte più action, senza quei cambi di ritmo all’interno dello stesso spartito che caratterizzavano la serie madre. La fotografia e la regia sono al solito spettacolari, la resa estetica è notevole. Ma per il resto c’è poco. Ci sono le interpretazioni, ovviamente, di un cast stratosferico. Cillian Murphy al solito è monumentale in ogni sua inflessione dello sguardo e Barry Keoghan si conferma uno dei talenti più cristallini di Hollywood, ma nonostante le eccellenti interpretazioni degli attori è come se i due personaggi non riuscissero a legare perfettamente: questo rapporto padre-figlio non ci restituisce il dolore, la sofferenza, l’intensità che ci aspettavamo.


Molte scelte narrative risultano fin troppo telefonate: che il figlio fingesse di tradire il padre per poi mettersi dalla sua parte con un colpo di spugna finale nella battaglia col nemico ce lo aspettavamo tutti, e ci aspettavamo tutti anche che Tommy morisse per mano del suo stesso figlio, dopo essere stato lui stesso a chiederglielo. Sono scene che dovrebbero farci sobbalzare, emozionare, ma non ci riescono come potrebbero proprio perchè ci chiedono a gran voce di emozionarci, quasi ci implorano. E Peaky Blinders è sempre stata molto più sottile di così.

Lo stesso addio ad Ada Shelby, ultimo baluardo rimasto in vita della famiglia, avviene in modo troppo freddo e distaccato: nulla a che vedere, per fare un esempio, con la morte di John Shelby nella quarta stagione – una cosa potentissima – o con la finta morte di Arthur. E per quanto riguarda lo stesso Arthur, di fatto il secondo personaggio più forte della saga, il racconto della sua morte off-screen non funziona: ci restituisce poco o niente a livello emotivo, pochissimo anche a livello narrativo.

Poi sì, qualcosa di epico c’è stato, come la scena di Thomas Shelby che ritorna al Garrison Pub: uno dei rari momenti in cui abbiamo rivisto su schermo la vera Peaky Blinders, quella che ci ha fatto sobbalzare per la bellezza di 6 stagioni. Uno dei rari momenti in cui Tommy Shelby è tornato a essere Tommy Shelby.

Ma insomma, troppo poco. Almeno per quanto mi riguarda. Poi lo ripeto, dato che purtroppo nell’era moderna c’è la sempre più pericolosa abitudine alla polarizzazione delle opinioni, come se una cosa debba essere per forza brutta o bella senza alcuna sfumatura: non è un film brutto, è un film godibile che strizza nostalgicamente un occhio all’era d’oro dei Peaky Blinders mentre con l’altro occhio ci indica furbamente la via del prossimo sequel in arrivo. Solo non è un film all’altezza di tutto quello che Peaky Blinders ci ha fatto vivere nello splendido decennio della sua messa in onda.

Comunque, è stata l’ultima volta che abbiamo visto Thomas Shelby: e anche se non era più lo stesso di prima, e anche se la sua vera morte è di fatto arrivata con l’ultima puntata della serie qualche anno fa, è stato comunque toccante rivederlo ancora una volta. Questo non potremo mai negarlo. Intenso, affascinante, di una potenza scenica davvero smisurata, Thomas Shelby non ha solo consacrato definitivamente quel grande attore che è Cillian Murphy – aiutandolo a raggiungere anche traguardi clamorosi successivi, come l’Oscar con Oppenheimer – ma ha regalato anche a tutti noi il racconto di un uomo complesso, geniale e sbagliato, spietato e sensibile, riflessivo e feroce. Un personaggio che si è reso emblema dell’attitudine umana a creare e distruggere, e di quanto quello che fuori ci risulta essere l’uomo più tutto d’un pezzo che si possa immaginare possa essere in realtà un uomo devastato, ma devastato davvero. Un uomo che ci saluta con l’ennesima citazione totalizzante delle sue.


Una volta ho quasi avuto tutto, ca**o. Ma quasi non conta”.

Tommy esce di scena, stavolta per sempre, avvolto all’interno della sua spirale distruttiva ineliminabile che non gli ha mai permesso di andare oltre quel quasi. Ma per noi è stato più che sufficiente così. Perchè è stato uno dei personaggi più clamorosi nella storia della televisione. Senza il quasi.

Vincenzo Galdieri