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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Cinque giovani sulla ventina vivono nello stesso palazzo a New York. Portano avanti percorsi che si intrecciano in mille modi sempre più stretti, con dinamiche varie ed eventuali che si fondono tra vita professionale e personale. Hanno cinque personalità molto diverse, cinque modi distinti di vedere e vivere il mondo. Ma tutti hanno una cosa in comune: vogliono eccellere nelle loro carriere. In un mondo in cui più o meno tutti passiamo diverse ore al giorno al lavoro, questi cinque giovani sono tra quelli che non si accontentano di lavorare per vivere: loro vogliono fare bene, riuscire, dimostrare e dimostrarsi qualcosa. Ecco, quella che vi ho raccontato è la sinossi molto – moltissimo – breve di Not Suitable For Work.
Scritta da Mindy Kaling – se il suo nome non vi dice niente molto male, ma di certo il suo volto vi chiarirà le idee – e distribuita in Italia su Disney+, questa nuova comedy su una gioventù Gen Z che cresce ed entra ufficialmente nel mondo dei grandi è composta da 9 episodi usciti sulla piattaforma in quattro momenti: i primi 3 il 2 giugno (qui la recensione); gli altri a coppie nelle settimane successive. 9 episodi che forse, trattandosi di una sitcom nuova di zecca, non sono stati abbastanza per renderla memorabile. O per lo meno non abbastanza da permetterle di mettere sul piatto tutto il potenziale che aveva a disposizione.

Not Suitable For Work parte da un’idea non dissimile da quella di altre comedy che abbiamo visto e amato
Un palazzo, due case nello stesso pianerottolo. Vicini di casa che a vederli così sembrano improbabili, con personalità che sembrano non avere assolutamente niente in comune. Eppure, in modi diversi e con l’assoluta apparente casualità di quando il destino ci si mette di mezzo, questi vicini di casa cominciano ad avere sempre più a che fare l’uno con l’altro. E a rendersi conto, giorno dopo giorno, di non essere poi così male assortiti come sembrava.
Da una parte ci sono Abby ed AJ, aspirante stylist dei VIP la prima e analista finanziaria al primo anno la seconda. Due ragazze con le idee chiare, un bel senso dell’umorismo e caratteri praticamente opposti che le permettono di essere una combinazione perfetta. Una sorta di Rachel e Monica in Friends, una più creativa e l’altra più precisa, ma alla fin fine ben assortite. Dall’altra parte ci sono Davis – analista finanziario nello stesso gruppo di lavoro di AJ -, l’ex studente di Medicina nonché aspirante attore Kel e l’autoreferenziale Josh, raccomandato da suo padre per lavorare nella redazione di un celebre programma tv. A parte il caso di Davis ed AJ, niente di più diverso.
La serie viene portata avanti da due pilastri narrativi.
Come il titolo stesso della serie Not Suitable For Work lascia ampiamente immaginare, il primo è la questione lavorativa, il vero elemento che differenzia questa sitcom dalle tante altre che l’hanno preceduta. In una contemporaneità in cui il lavoro orienta le nostre scelte anche più di quanto facciano le relazioni umane e sentimentali, sono gli obiettivi lavorativi a far muovere i protagonisti nel tempo e nello spazio. Ognuno di loro ha le sue passioni, la sua voglia di emergere, di farcela in un mondo professionale ostile. E sul lavoro li vediamo tanto, molto più di quanto abbiamo visto lavorare altri personaggi della serialità. Esattamente come vediamo tanto lì noi stessi.
Passano 12 ore al giorno in ufficio, corrono da una parte all’altra per rispettare scadenze e capricci dei superiori. Si sacrificano con lavori saltuari oggi per raggiungere un traguardo più grande domani. Sono pieni di impegni e pressoché privi di vita sociale, proprio come tanti millennial e Gen Z. Me compresa.

Ma per quanto unica nel suo genere per questo suo modo di raccontare il mondo del lavoro, Not Suitable For Work ha anche qualcosa che l’accomuna il 99% delle comedyche hanno come protagonisti gruppi di amici alle prese con la vita: dinamiche sentimentali abbastanza intrecciate. A lui piace lei, a lei piace l’altro. L’altro è davvero buono come sembra o c’è qualcosa che non va? Ci possiamo davvero fidare? E all’altra, invece, piace più il bello numero 1 – aka quello con soldi e fama – o il più semplice ma anche parecchio interessante bello numero 2? Le 9 puntate della serie ci fanno porre parecchie domande al riguardo. Non tutte però, arrivati sul finale della prima stagione, hanno trovato una risposta.
In Not Suitable For Work ci sono un po’ del triangolo amoroso di How I Met Your Mother, un po’ della predestinazione di Rachel e Ross di Friends e un altro po’ dell’improbabilità di coppia di The Big Bang Theory.
Il tutto però senza permettere agli spettatori di orientarsi pienamente. A penalizzare è proprio il fatto di avere a disposizione solo 9 puntate, soprattutto quando si parla di dinamiche personali e sentimentali. Quelle per le quali è difficile, arrivati al 2026 con alle spalle un bel bagaglio di sitcom, restare ancora sorpresi. Il fatto è che cominciare una comedy non è un lavoro da poco: bisogna settare le situazioni, presentare i personaggi, comprendere le dinamiche. Bisogna imparare a conoscere protagonisti totalmente nuovi, anche se far emergere l’unicità di una personalità in un contesto di generale leggerezza e ironia non è sempre semplice. È qualcosa che ha bisogno di tempo. E di tempo noi, con questa serie, non ne abbiamo ancora avuto abbastanza.

Dobbiamo ancora capire per quali coppie facciamo il tifo, quali conoscenze hanno il potenziale di diventare grandi amicizie e quali invece di trasformarsi in qualcosa di più. Dobbiamo ancora guardarci allo specchio e dirci se ci sentiamo più vicine ad Abby o ad AJ, se adoriamo la responsabilità di Kel o l’essere un po’ fuori dal mondo di Davis. Ultimo ma non per importanza, dobbiamo ancora conoscere bene Josh, empatizzare davvero con lui.
A prescindere dal fatto che Not Suitable For Work abbia o meno una stagione 2 nella quale approfondire alcune tematiche e dare spazio allo sviluppo di quelle impastate sul finale di stagione, la sensazione che la serie lascia in bocca dopo la visione dell’episodio 9 è un po’ dolceamara. Non è quella di una serie che non funziona, con qualcosa che proprio non torna. È semplicemente quella di una serie che non ha – ancora – avuto la possibilità di esprimere davvero tutto il suo potenziale perché non ne ha avuto il tempo.


