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Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →Due anni fa Hanno ucciso l’uomo ragno è finita con quel ‘Io questa come la ballo?‘. La domanda con cui Mauro si chiedeva quale fosse il suo posto nel microcosmo 883. Due anni dopo riprendiamo esattamente da lì: ‘Come mai’ in crescendo, e ancora quella stessa domanda di Mauro che aspetta una risposta. Ora, vi sembrerà assurdo ribadirlo, ma una risposta questa domanda ovviamente ce l’ha. Ce lo ha mostrato un album, ce lo ha mostrato la storia degli 883. Ma per un attimo ci siamo dimenticati di conoscerla, la risposta a quella domanda. Ci siamo dimenticati che questa storia, quella degli 883, una fine ce l’ha e che per quanto vogliamo sperare in un finale diverso, quello a cui stiamo assistendo è soltanto l’inizio della fine.
Guardare Nord Sud Ovest Est significa anche e soprattutto questo: abituarsi alla fine delle cose. Alla fine di una serie come quella magistralmente scritta da Sydney Sibilia, pensata fin dagli albori come un progetto compresso in due sole stagioni; e abituarsi alla fine della storia degli 883 a cui in questi anni ci siamo ricongiunti, fan e neofiti. Con due interpreti come Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli d’altronde non poteva essere altrimenti. Nuzzolo si è trasformato in un Max più Max di Max. In questa seconda stagione l’accento, quel suo gesticolare concitato e l’esitazione nella voce sono stati affinati al punto da darci l’impressione di conoscerlo personalmente, Max Pezzali. Giuggioli invece ha fatto conoscere a tutti – ancora di più – Mauro e la sua spensierata genialità, unita a quella profondità un po’ malinconica che lo ha reso probabilmente il personaggio più amato della serie. Hanno ucciso l’uomo ragno ci ha fatto provare quella strana malinconia che si prova per ciò che non si è mai vissuto.
Perché anche se non siamo mai stati dei giovani astri nascenti della musica leggera italiana, divisi tra fama e anonimato, abbiamo sempre saputo come si sentivano Max e Mauro.
Perché come dice Max: ”Le nostre storie, che mentre le viviano sembrano tutte uniche e irripetibili, forse non lo sono. Forse qualcuno ci è già passato’‘. E mentre Mauro però aspetta la risposta a quel ‘come la ballo’ – a cui rimane appesa tutta la speranza di essere, di sentirsi, necessario – Max, in uno strato di metanarrazione decide di rispondere direttamente a noi telespettatori, ma non prima di aver aperto e poi – solo dopo aver lungamente parlato – chiuso una parentesi.
I Righeira: la perentesi geniale di Nord Sud Ovest Est

Torino, 1982. Ci spostiamo da Pavia e andiamo indietro di qualche anno per fare la conoscenza di Stefano Righi e Stefano Rota, iconico duo della disco music anni ’80. Li conosciamo quando erano solo due compagni di banco che discutevano su cosa fosse punk e cosa non lo fosse per niente, e li lasciamo 50 minuti dopo, quasi estranei, alla fine di un arco narrativo e musicale che non fa esclusione di colpi. Ogni storia si somiglia. E quella dei Righeira e degli 883 in effetti per alcuni versi si somiglia parecchio. Un sogno che si scrive sui banchi di scuola, su una fanzine punk che parla di punk piemontese. E la ripetizione della parola ‘punk’ non è affatto casuale. Tutto e niente è punk nella vita di Stefano e Stefano. Andare controcorrente è decisamente punk. Scrivere una canzone con i Punkreas per avere un amplesso, questo sì che è dannatamente punk.
Il sogno di un duo di amici, di fratelli, diventa plastilina nelle mani dei loro agenti che trasformano una canzone pensata come post-punk che raccontava i timori dell’epoca, dalla guerra fredda alla radioattività e all’incertezza per il futuro (se siete curiosi ecco la demo della versione originale) in un motivetti frizzante e spagnoleggiante da cantare sotto l’ombrellone con grande spensieratezza. Anche questo è punk. Seguiranno altre famosissime hit che hanno consacrato i Righeira e che ancora oggi conosciamo a menadito. Ma se c’è una cosa che il successo ha portato via con sé quello è stato il punk. Non inteso come genere musicale, ma come leitmotiv, incessante moto conduttore che in tutti quegli anni ha unito emotivamente i due inseparabili amici.
Ci hanno creduto e hanno avuto successo. Hanno smesso di crederci e tutto si è dissolto. All’inizio della fine dell’incredibile storia degli 883, la serie ci racconta una narrazione diversa da quella che ci saremmo aspettati. Diversa al punto dal farci domandare se non avessimo sbagliato a premere play, se non stessimo vedendo il pilot di uno spin-off di Nord Sud Ovest Est. E se da un lato inizialmente questa scelta ci ha accolto con grande stupore, nel corso della narrazione abbiamo imparato a conoscere e a voler anche bene a un duo di ‘sconosciuti’. A due che non sono Max e Mauro, ma che in un altro universo avrebbero potuto esserlo. Approfondendo la storia dei fratelli Righeira riflettiamo su come Max e Mauro avrebbero potuto finirsi, come L’estate sta finendo ha messo una tomba sulla loro fratellanza, e a come avrebbero potuto diventare due colleghi che mal si sopportano, ma che devono comunque mandare avanti la baracca lasciandosi tutto alle spalle.
Ma è nell’iconica scena finale in cui Johnson Righeira, accendendo la tv – cosa che non faceva mai – incontra lo sguardo di Max e Mauro durante la festa di chiusura dell’Aquafan di Riccione, che capiamo che la storia degli 883 non sarebbe finita così. Gli ‘impresentabili‘ 883 stanno cantando la loro hit davanti a un sacco di gente in delirio che fino qualche mese prima non aveva idea di chi fossero, e mentre lo fanno si guardano con un amore che solo chi ha vissuto una vera viscerale amicizia può capire. In quel misto di tensione, felicità ed emozione che fa tremare le gambe, cantano, ballano e mentre lo fanno sembrano intrattenere il più puro dei discorsi:
‘Hai visto cosa stiamo facendo? Lo stiamo facendo insieme’.
Un giorno purtroppo, lo sappiamo, saranno lontani. Ma qualcosa in questa scena – e anche nelle recenti novità che li hanno visti protagonisti – ci dice che nonostante tutto rimarranno sempre fratelli. Ciò che i Righeira avevano smesso di essere da tempo.
Il giorno dopo aver visto quell’esibizione, i Righeira si separeranno. Il momento che per gli 883 sancirà l’inizio della loro ascesa musicale, decreta per i Righeira la fine del loro percorso artistico. C’è un filo che lega tutte le storie. Max ha ragione.

Max e Mauro però, forse, ce ne dimentichiamo ma quando si approcciano alla creazione dell’album Nord Sud Ovest Est hanno intorno ai 25 anni. Che sì, non sono 20, ma nemmeno 30. 25. Una via di mezzo che porta con sé tutta una serie di incertezze e presappochismi giovanili con cui i nostri ragazzi si trovano a dover fare i conti, per inesperienza, per paura. Max infatti prova a scappare. Prova a fuggire dalla paura di deludere le aspettative degli altri. Da quel ‘varco’ dove tutti sembrano aspettarlo. E lo fa riversando nelle esperienze extra musicali tutto quel coraggio che ora invece servirebbe alla sua musica. A un certo punto ci si mette pure Michela Rossini ma, almeno per adesso, nulla va come sarebbe potuto andare se la paura non avesse investito ancora una volta Max. Sarà colpa delle birre scure o forse sarà colpa di Silvia che da Dublino ci mette il suo zampino per venire a tormentare la nuova vita sentimentale di Pezzali.
Niente però è come sembra. E l’amore qui non c’entra niente. O forse sì, ma stiamo parlando sempre di musica. Come l’armadillo per Zerocalcare, Silvia si fa coscienza e grillo parlante di questa nuova fase di vita di Max. Implicitamente sembra chiederli di non scappare. Di abbracciare la paura, di assaporare l’inadeguatezza delle cose faticose. Lo sfida all’attesa di quel bello che deve ancora arrivare e lo prende metaforicamente per mano per dirigerlo all’origine di tutto: a quella tavernetta dove Max e Mauro hanno composto la colonna sonora dei loro ultimi ed emozionanti anni.
”Niente è come prima. Noi siamo tornati e non siamo più gli stessi. Io non so proprio più chi sono”
Ed è nella consapevolezza della fine delle cose che gli 883 potranno ricominciare da capo. Non sono più quelli di un anno fa. E solo liberandosi dal pensiero di voler riprodurre tutte le precise condizioni che gli hanno portati dove sono, potranno essere liberi di scoprire adesso chi sono. Anche se si trovano nell’universo più folle, strano e originale di tutti.
Una cosa è certa: anche in questo universo Max e Mauro sapevano fare musica. Però ci devono essere le trombe.






