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Jeffrey Dahmer: tra incubo e realtà

Per interpretare un personaggio come Jeffrey Dahmer è necessaria una straordinaria prova di coraggio, ancor prima che una altrettanto straordinaria prova recitativa. Lo stesso Evan Peters, nonostante i suoi precedenti ruoli piuttosto macabri in American Horror Story, ha ammesso che per vestire i panni del cannibale di Milwaukee ha dovuto affrontare un percorso personale estremamente complesso, senza entrare nel dettaglio delle esperienze ma lasciando intendere un lavoro davvero complicato e provante. L’attitudine dell’attore, mescolata alla volontà di Ryan Murphy di ricreare la storia nel modo più fedele e minuzioso possibile, è alla base del successo di Mostro – La storia di Jeffrey Dahmer.

Mostro – la storia di Jeffrey Dahmer: un incubo a occhi aperti

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Evan Peters (640×360)

Il buon vecchio metodo Stanislavskij è la chiave per un’interpretazione così complessa. Si tratta del più famoso approccio alla recitazione, basato sull’approfondimento psicologico e su una certa ricerca di affinità tra l’interiorità e l’intimità del personaggio e dell’attore che lo interpreta, che deve dunque rielaborare personalmente l’esperienza e farla sua. Per personaggi come Jeffrey Dahmer, per l’attore, è necessario svolgere un lavoro innanzitutto su se stesso, approcciandosi alla personalità sulla quale deve lavorare come se si trattasse del suo alter ego. In seguito al caso del successo di Mostro – La storia di Jeffrey Dahmer, il pubblico ha (ri)scoperto la bravura di Evan Peters, che oltre ad essere mentalmente predisposto per un ruolo del genere, ha avuto dalla sua parte il vantaggio di conoscere il modus operandi di Ryan Murphy già da parecchio tempo. E ciò che la serie ha dimostrato più di ogni altra cosa è che il biopic non passerà mai di moda, soprattutto se incentrato su storie drammatiche e, come questa, particolarmente efferate e violente, ma a maggior ragione se si tratta della storia di un personaggio atipico e di per sé straniante, che con la giusta interpretazione basta e avanza per catalizzare totalmente l’attenzione del pubblico.

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Mostro – la storia di Jeffrey Dahmer (640×360)

Evan Peters è stato davvero eccezionale, e per quanto Mostro – la storia di Jeffrey Dahmer, sia riuscita a dare spazio a una certa coralità, includendo soprattutto la vicina di casa, il padre e le stesse vittime delle vicende, facendo emergere così tutto un discorso più ampio sul razzismo e l’incompetenza della polizia, l’interpretazione di Peters ha schiacciato per lunghi tratti tutto il resto, portando il pubblico a spiare l’intimità della sua mente criminale, studiando motivazioni e comportamenti folli che quasi sembravano naturali grazie all’attore. L’espressività è solo un tassello di tutto il lavoro che c’è dietro alla perfetta maschera di Dahmer, uno dei più importanti che però va sommato alla cura nei dettagli sia dell’aspetto fisico che dei tempi di recitazione, il tono di voce e la gestualità, come per esempio nelle scene in discoteca in cui è palpabile tutto il sentimento di disagio che il protagonista prova, impegnandosi a non destare sospetti in un contesto totalmente al di fuori delle sue corde. Nelle scene clou non c’è mai alcun calo di credibilità, per quanto si sappia già da subito come andrà a finire, la tensione è sempre alta e la narrazione gioca attorno a questo tipo di continuità, ricorrendo a schemi piuttosto classici di messinscena, ripetitivi per il semplice fatto che si tratta della ricostruzione del minuzioso modus operandi di un assassino seriale, e che dunque non poteva essere altrimenti. Non deve sembrare affatto assurdo che Peters stia ricevendo tanti elogi per un ruolo simile, che al pari di altri di simile complessità può rappresentare una svolta per chi lo ricopre. Sempre in Mostro – la storia di Jeffrey Dahmer, sul finale c’è un timido approccio alla storia di John Gacy, con la ricerca di un certo parallelismo tra le due vicende. Ma si tratta di un altro paio di maniche e di un caso decisamente più complesso da analizzare, trattandosi di un insospettabile killer smascherato quasi per errore. In sostanza, non bastano un nome e una storia da brividi, perché la realtà deve sempre combaciare con opportunità narrative sfruttabili ai fini sia della trama che dell’esigenza del prodotto.

La strategia di Netflix

Conversazioni con un killer – il caso Dahmer (640×360)

Inoltre, Netflix ha da poco distribuito un nuovo capitolo di Conversazioni con un killer, incentrato proprio sui nastri degli interrogatori di Jeffrey Dahmer. Si tratta dunque di un progetto ben delineato e più a lungo termine, volto a creare scalpore in un primo momento, per poi puntare i proiettori sulla realtà dei fatti di una delle più macabre vicende di cronaca nera della storia degli Stati Uniti. L’approccio di Netflix al genere crime aveva bisogno di una svolta, non tanto per la validità dei prodotti che, come appunto nel caso della serie Conversazioni con un killer, dimostra di essere comunque ad un alto livello, qualitativamente parlando, quanto piuttosto tentare di scindere la narrazione in due modalità, una più “sentimentale”, coinvolgente per quanto avvilente e difficile da mandare giù, e questo è stato il ruolo di Mostro – la storia di Jeffrey Dahmer di Murphy, e una più didascalica, adatta ad un pubblico meno facilmente impressionabile e più di nicchia. Il nocciolo della questione sta proprio nel voler appositamente scindere il dialogo con i target di riferimento, puntando prima su un prodotto forte e dalle mire scandalistiche, per generare un dialogo attorno alla questione, “correndo ai ripari”, in un certo senso (sempre restando sul discorso dello scandalo e del passaparola) con un prodotto più adulto e esplicativo, che per forza di cose attirerà anche l’attenzione di una grossa parte di quegli spettatori rimasti impressionati dalla storia e che vogliono vederla da una prospettiva più investigativa.

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