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Minority Report è stata una grande occasione sprecata

minority report

Il progetto di Minority Report, come sequel del film cult con Tom Cruise, era cominciato tra mille perplessità. L’anteprima al Comic-Con bocciata con verdetto quasi unanime, gli ascolti col freno a mano tirato, il taglio di tre episodi dall’idea iniziale, prime puntate qualitativamente deludenti. Inevitabile chiedersi se c’era l’effettiva necessità di realizzare una Serie Tv che andasse a rimpinguare un racconto e un film (apparentemente) esaustivi sul tema.

Tuttavia la Serie ha cominciato a migliorare, puntata dopo puntata, sotto tutti i punti di vista. Sceneggiatura, regia, performance degli attori, anche quelli che sembravano inadeguati al ruolo, come i due protagonisti Meagan Good e Stark Sands. Ma, soprattutto, pur non essendo dinanzi a un capolavoro indimenticabile, abbiamo cominciato ad assistere a una vera e propria storia, con una trama ramificata, in grado di comunicare qualcosa.

È stato comunque necessario più di uno step per capire dove Minority Report volesse andare a parare.

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Quando si ambienta una Serie nel futuro, è di primaria importanza dare ampio spazio alle implicazioni socio-culturali del rapporto tra la tecnologia e l’essere umano. Dopo le prime due puntate in cui ci veniva ricordato di essere nel 2065 solo perchè ci si rivolgeva al passato parlando di Beyoncè, Minority Report ha cominciato ad approfondire tematiche più costruttive, con particolare attenzione all’introspezione dei personaggi.

Allo stesso modo sembrava che il precog protagonista fosse quello col background meno interessante. Rispetto ad Agatha, la più quotata anche in ottica collegamento col film, e ad Arthur, il più ambiguo dal punto di vista morale, Dash appare goffo, maldestro, senza carisma. L’unico aspetto sul quale si può lavorare è la sua incapacità di socializzare con gli altri. Aspetto, peraltro, sfruttato in malo modo.

Probabilmente l’intento iniziale degli autori era quello di strizzare l’occhio a un pubblico teen e la decisione di focalizzarsi su Dash rientra in questa considerazione. Ma, a un primo sguardo, parrebbe un obiettivo portato avanti senza troppa convinzione. Il protagonista, malgrado un sensibile miglioramento dal punto di vista della personalità, rimane l’anello debole della catena, rendendo inevitabile chiedersi perchè non si poteva concedere maggior spazio ai due fratelli.

In fondo sarebbe stato sufficiente rendersi conto del retaggio dell’opera – tratta da un racconto di un totem della narrazione fantascientifica come Philip K. Dick – per impostare una storia più matura, strada intrapresa dalla pellicola di Spielberg. I presupposti, date le implicazioni di natura etica, c’erano tutti e nel corso degli episodi sono emersi in maniera più nitida.

Una netta ripresa dopo un inizio stentato quasi mai aiuta in un mercato rapido e mutevole come quello delle Serie Tv. E il modo in cui Minority Report ha trattato la sua storia sa di occasione sprecata.

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Le tematiche sviscerate dal quarto episodio in avanti meritavano, infatti, ben altra considerazione. La setta ‘Memento Mori’, etichettata riduttivamente come gruppo terroristico, è in realtà un’organizzazione che intende salvaguardare la specie umana dall’estinzione. A essa si contrappone il governo, intenzionato a modificare geneticamente gli esseri umani per debellare alcune tra le malattie più letali.

Si delinea, dunque, uno scenario composto da due forze che agiscono a fin di bene utilizzando gli strumenti sbagliati. O, se volete, il male che si insinua partendo da un giusto fine. Un vero e proprio scontro tra due ideologie, correnti filosofiche, teorie esistenzialiste. Decisamente interessante la dottrina della ‘Memento Mori’, la quale incarna l’evoluzionismo darwiniano, in tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni.

Il vero nemico dei vari Dash, Vega, Arthur, Agatha, Wally è quindi il Direttore Blomfeld che, con il pretesto del giusto fine, vuole imprigionare i precog per far gestire i loro poteri a una società privata. L’ennesimo inganno propinato ai tre fratelli dopo quello che li ha portati all’istituzione della Precrime, nata sotto la convinzione che è “meglio avere tre vite imprigionate che centinaia di civili morti“. Con tanti saluti al libero arbitrio.

Con queste premesse si arriva a un finale imprevedibile, ricco di colpi di scena.

minority report wally

Il flop di questa Serie rientra in un discorso più ampio riguardante la Fox. La gestione dei revival in particolare, infatti, lascia molto a desiderare: la prima a non crederci fino in fondo sembra essere proprio la stessa emittente. A dimostrarlo è anche il fallimento totale della quinta stagione di Prison Break, che ha saputo confermare tutte le perplessità di partenza, con l’aggravante dei pochi episodi messi a disposizione dell’autore, e tutto ciò che ne è scaturito.

Quanto il finale di Minority Report sia stato condizionato da una cancellazione ormai inevitabile è difficile stabilirlo. La sensazione, tuttavia, è che gli autori, con la certezza di una seconda stagione, non avrebbero optato per un epilogo che funziona bene anche come chiusura definitiva. Se non altro i pochi fan della Serie Tv meritavano un briciolo di magnanimità.

Peccato. Sarebbe bastato un pilot più attraente – e non uno che potesse essere considerato tra i più brutti della storia – unito a qualche accortezza narrativa in più per cambiare il destino di una Serie che non ha mai avuto una reale possibilità per emergere. E per rendere Minority Report qualcosa in più di quello che realmente è stata: una grossissima occasione sprecata.

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Written by Vincenzo Di Somma

Il mio primo incontro con le serie TV avviene in tenera età quando scopro X-Files. Da lì nascono le mie tre domande esistenziali: siamo soli nell'universo? Diventerò mai figo come Duchovny? Smetterò di avere paura della sigla? Oggi come allora le risposte sono no, no e no.

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