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Psycho Killer

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Mindhunter è la storia di una rivoluzione. Una rivoluzione che ha consegnato al nostro linguaggio uno dei termini più iconici del nostro tempo, serial killer, e che ha cambiato completamente il modo di rapportarci al male. Questa rivoluzione può essere fatta solo da menti geniali, aperte, vogliose di fare e sperimentare nuovi metodi; questa rivoluzione può essere fatta solo da uno come Holden Ford. Holden è il protagonista assoluto di Mindhunter: è il filtro tra noi e i mostri, colui che si fa mandare avanti per parlare con loro, per comunicare.

 È un negoziatore dell’FBI, ma non è molto bravo nel suo lavoro: quello che fa l’ha imparato dai libri, ma non ha una vera empatia con i criminali, non li capisce, ma vuole sforzarsi di farlo. Questa volontà lo condurrà a scavare nella mente di Ed Kemper, il primo di una serie di serial killer che Mindhunter ci fa conoscere.

Chi è Holden Ford? In realtà non sappiamo molto di lui; si definisce “un miscuglio”, non sappiamo esattamente da dove viene e da cosa sia composto, questo miscuglio. È un tipo sveglio, un agente brillante, ma con delle incongruenze caratteriali non da poco: è naif, ingenuo, non conosce la malizia, ha studiato psicologia ma non conosce i mille trucchetti che usiamo tutti i giorni, non sa interpretare i segnali. Questi aspetti in un certo senso inconciliabili con il suo lavoro sono compensati da una capacità di intuizione fuori dalla norma, una forza di volontà tenace e una sete di conoscenza inappagabile.

Sono proprio questi aspetti di lui a condurlo nei guai, nella scena che ci conduce alla fine della seconda puntata di Mindhunter. Utilizzando le conversazioni segrete con Ed Kemper, Holden cerca di risolvere un caso di aggressione: i due vengono ripresi dal capo, che però comunica loro che la ricerca sarà stata finanziata dal Dipartimento di Giustizia.

I due sono salvi, ma dovranno continuare il lavoro di nascosto: per questo sono spediti in seminterrato, con la minaccia che alla prima virgola sbagliata potranno dire addio al loro lavoro di scavo nella mente dei serial killer. Ed è qui che l’ingenuo ottimismo di Holden si fa da parte, lasciandoci intravedere qualcosa di molto diverso dall’allievo prodigio, onesto e volenteroso: un manipolatore. Holden sa che non potrà vincere questa lotta da solo, che il braccio di ferro con il capo potrà portare solo a spezzarsi le ossa, perciò manda avanti Bill. Solo Bill può fargli ottenere quello che vuole, e la sua voce sarà guidata da Holden, che si posiziona dietro di lui, facendosi scudo con il suo maestro.

Ora è il burattinaio di Bill, e basta un tocco della sua mano sulla spalla per dissuaderlo dal protestare per essere stato “declassato”. Holden è dietro Bill, immobile, freddo e per la prima volta concentrato; questa è solo la prova generale del suo nuovo Io, che si evolverà tanto da renderlo un estraneo per la sua ragazza, per Bill ma non per i serial killer, che annusano in lui qualcosa di familiare. Forse Mindhunter è la storia di come ci si può scoprire serial killer, di come scavare troppo a fondo nella mente altrui può arrivare a risvegliare qualcosa di sconosciuto dentro di sé.

C’è tensione in tutta questa scena, la prima di una serie di scene ambientate in un ascensore: la bravura degli attori sta nel lasciar trasparire le emozioni senza far ricorso alle parole. Bill è seccato, si comporta come se accettasse di venire relegato al seminterrato solo per poter dare una lezione al suo stupido, ingenuo allievo. Holden, d’altro canto, sta già cominciando a diventare qualcosa di più di un allievo promettente; il suo sorriso accennato esprime pura eccitazione, quasi infantile, ma anche una carica di determinazione che lo porterà più avanti a congelare qualsiasi espressione del volto, per essere indecifrabile come coloro che intervista.

Pare quasi che la canzone che accompagna la camminata di Bill e Holden fino alle stanze più remote del Bureau sia una sorta di botta e risposta interiore fra la parte di Holden più evidente, quella del ragazzo di belle speranze, e una parte più oscura, che sente un’innata facilità a calarsi nella mente di un omicida e a parlare il suo stesso linguaggio. La discesa dei due verso le viscere dell’FBI è solo l’inizio di un percorso che li condurrà a calarsi come speleologi nella mente dei peggiori mostri della storia. E quando Holden comincerà a specchiarsi negli occhi pieni di vuoto di Ed Kemper, Richard Speck e gli altri, allora sarà pronto per rinascere in una nuova forma.

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Scritto da Giulia Vanda Zennaro

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