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No, non era il solito pacco: la nuova era de La Ruota della Fortuna tra tradizione, nostalgia e rinnovamento

La Ruota della Fortuna

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La ruota gira, eccome se gira. Lo ripetono ogni sera, al termine della puntata. E l’espressione, nella sua semplicità, ha molteplici significati. Una chiave della vita così com’è, dove la fortuna è una variabile che asseconda spesso il talento e l’audacia o si muove, in altrettanti casi, con uno storytelling del tutto indipendente. Ma anche la chiave di volta di una stagione televisiva che ha regalato da subito una grande sorpresa: nell’access prime time, la fascia che accompagna il pubblico della tv lineare classica verso la prima serata, Affari Tuoi è stata scalzata dal trono da un vecchio leone che si è ripresentato dopo tanti anni con una determinazione inaspettata. E con risultati a loro modo straordinari. Parliamo ovviamente de La Ruota della Fortuna, storico format statunitense che in Italia ha vissuto fortunatissime stagioni con la guida di un maestro assoluto del piccolo schermo, Mike Bongiorno.

La cronaca è nota anche a chi non è più legato granché al mezzo televisivo. Da quando i due programmi sono contrapposti nella stessa fascia, La Ruota della Fortuna, in onda su Canale 5, ha battuto pressoché sempre il competitor di Raiuno.

Alzi la mano chi ci avrebbe scommesso pochi mesi fa. Affari Tuoi, il cui successo è stato analizzato dal sottoscritto in un articolo recente, sembrava inarrestabile. Il suo dominio inscalfibile. Prima con l’esperto Amadeus, poi con la stella ascendente di Stefano De Martino: la sostituzione della punta d’attacco non aveva cambiato il risultato. La ruota, però, gira. Eccome se gira. Ma è importante assecondarla al momento giusto con lucidità, talento, inventiva e un’indispensabile prontezza di riflessi.

Lo scorso luglio, allora, Mediaset ha attuato un contropiede vincente.

Mentre la stagione estiva scorreva tra le solite certezze, con una mossa imprevista e improvvisa, Mediaset ha deciso di rilanciare nell’access prime time La Ruota della Fortuna, già testata nei mesi precedenti con ottimi risultati nel preserale. Qualcuno l’aveva vista negativamente, ma aveva peccato di miopia nelle analisi preventive: in un accaldato luglio senza pretese, se non quella di prendere il sole al mare con l’enigmistica tra le mani, l’enigmistica ce la siamo ritrovata in tv. Ed è tutto quello di cui aveva bisogno il grande pubblico.

Il resto è storia delle ultime settimane. Il contropiede, attuato con un gioco apparentemente semplice e senza troppi fronzoli, è degno degli allenatori più pragmatici che mirano al massimo risultato senza ricercare formule particolarmente complesse: il ritorno del vecchio leone, da tempo dormiente, ha così scompaginato i piani della Rai. E riportato in vetta Canale 5 in una fascia chiave della programmazione televisiva. Ma come c’è riuscita? Perché un programma vecchio cinquant’anni sta ridefinendo le gerarchie della televisione italiana? Perché i reboot e i revival possono sì funzionare, e in questo momento come non mai gli anni Novanta sono ovunque. A patto che si combinino la tradizione e la nostalgia con una vocazione al rinnovamento. Senza rivoluzioni, ma con l’indispensabile dinamismo.

Perché no, La Ruota della Fortuna non era il solito pacco.

La Ruota della Fortuna
Credits: Mediaset

Non l’ennesimo tentativo di accanirsi terapeuticamente su idee e formati che avevano ormai dato tutto quello che avevano da dare, come troppo spesso accade in tv o al cinema. Bensì, col rilancio brillante di un rituale del piccolo schermo che, coi dovuti accorgimenti, rinnova la sua magia. Perché sì, lo ribadiamo: il contropiede è stato attuato con apparente semplicità, ma dietro le pieghe della sua immediatezza c’è molto da dire.

A partire dalla conduzione: affidarsi alla lunghissima esperienza di Gerry Scotti, d’altronde, è sempre una mossa vincente.

E oggi lo è come non mai: la sua figura non è quella di un monolite della storia contemporanea pop, ma di un profilo che sa assecondare e guidare le evoluzioni del tempo con una forza immutata. Nessun personaggio televisivo è oggi trasversale quanto lui: è una figura di famiglia per gli over 55, ma è altrettanto popolare tra i più giovani grazie a una gestione social che ha saputo cavalcare i trend senza snaturarsi in alcun modo.

Come ha mostrato per l’ennesima volta con la brillante partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo (a proposito di format trionfali che sanno cambiare senza cambiare mai), è un professionista ideale per ogni palcoscenico televisivo. Lo Zio ha dalla sua un’identità nazionalpopolare che si schiude al presente con ritmo, ironia e una capacità essenziale di intrattenere il grande pubblico con grande efficacia.

Scotti è così un ponte intergenerazionale perfetto che contribuisce al riavvicinamento alla televisione anche di chi vede ormai la tv come se fosse un decoro vintage. Ed è anima e corpo di un programma che si ancora alle certezze dei tempi che furono con una notevole proiezione in avanti. La sua è una conduzione ricca di personalità, energica e allo stesso tempo rassicurante, ricca di entusiasmo e leggerezza: è il solido archivio della tv che fu, ma anche il volto principe di un mezzo che ha ancora molto da dare anche quando sembra essere parte di altre ere.

Chi meglio di lui, allora, per rilanciare La Ruota della Fortuna?

Insieme alla bravissima Samira Lui, sempre più a suo agio nella reinterpretazione personale di un ruolo che ha attraversato i decenni, Gerry Scotti è l’anima di un progetto di rinnovamento televisivo che unisce vecchie e nuove regole in un contenitore fluido. Parte dai presupposti di un brand di cinquant’anni fa per incontrare i favori di un pubblico ormai abituato ad altro. In fondo, La Ruota della Fortuna ha la capacità di essere simbolo della tv tradizionale, ma è anche proiettata sui social con un’estetica riconoscibile, oggetti iconici, luci peculiari e un mood positivo che rappresenta un porto sicuro in un periodo storico dalle insostenibili turbolenze. È la dimostrazione che la forza visiva della ruota e delle lettere illuminate rimane un’icona televisiva intramontabile, capace di catturare lo sguardo prima ancora della mente.

Lo è negli aspetti più evidenti, ma anche nei punti di forza di un gioco che non stanca mai.

Un gioco semplice, alla portata di tutti. Che porta chiunque a interagire e giocare, più di ogni altro game show televisivo. La Ruota della Fortuna non esclude nessuno, dal nonno al nipote. E insieme li raccoglie in un focolare con poche regole, curiosità da scoprire e molte dinamiche possibili. Immediato sì. Con una formula che non necessità di grandi spiegazioni, senz’altro. Eppure, replicabile e irreplicabile in egual misura.

Il suo è uno storytelling variabile e imprevedibile. A differenza di Affari Tuoi, chiuso di per sé all’interazione attiva di un pubblico che non fa altro che assistere alle statiche evoluzioni del gioco, la Ruota della Fortuna chiama al gioco chiunque la guardi, regalando sorprese costanti. Il ritmo è velocissimo, ma non frenetico: non è snervante, ma è allo stesso tempo perfetto per preservare una centralità tra una distrazione e l’altra, sempre più presenti in un mondo soggetto a una soglia dell’attenzione attestatasi intorno agli otto secondi.

La Ruota della Fortuna può essere fruita al pieno delle proprie potenzialità in ogni momento. Con dinamiche che rendono intrigante la visione quasi fosse un thriller ad alta tensione.

La Ruota della Fortuna
Credits: Mediaset

Ogni manche è un piccolo racconto, mentre le innumerevoli variabili del gioco creano una trama che può cambiare direzione radicalmente nel tempo di un giro di ruota, tra un passo e una bancarotta o uno straordinario bonus risolutore. Mentre scorrono tre secondi, magari. O quando una sola vocale fuori posto può trasformare una vittoria epocale in un clamoroso tonfo e viceversa.

La Ruota della Fortuna ha, in sostanza, i tempi perfetti per adattarsi a un pubblico sovrastimolato da impulsi costanti sui social. Un paradosso curioso: un format nato mezzo secolo fa appare oggi più moderno e reattivo di molti prodotti costruiti apposta per l’era digitale. Ha così le potenzialità per attrarre Millennial e persino Gen Z, riportandoli nell’alveo di una ritualizzazione quotidiana che muta nei fattori ma non nel Dna. Senza per questo sacrificare il pubblico tradizionale, onnipresente in un racconto televisivo che scommette sulle due variabili fondamentali del successo: fortuna e abilità. Non solo fortuna. Non solo abilità. Insieme, sul serio.

Possiamo poi spingerci oltre ed evocare le parole chiave di un format che resiste alle prove del tempo: modularità, stabilità identitaria e adattabilità.

Perché il successo de La Ruota della Fortuna non nasce dalla riproposizione asettica di una vecchia messa laica, bensì dalle innovazioni che portano con sé ciclicamente nuovi giochi e una prova finale suggestiva, emblema di una trasmissione che mira a premiare la buona sorte dei giocatori migliori. Anch’essi protagonisti riconoscibili, specie se campioni presenti in più puntate. La Ruota della Fortuna ha creato un’alchimia che cavalca l’ondata nostalgica riportando gli anni Venti del Duemila ai Novanta del Novecento, e li rilegge assecondando i gusti di un pubblico diverso da quello che seguiva ogni giorno Mike Bongiorno. L’identità è quella, tutto il resto è in movimento. È un ritorno che non vive solo di memoria: intercetta un clima culturale in cui gli anni Novanta sono tornati a essere un codice estetico dominante.

Senza avventurarci in chiavi interpretative più complesse, il racconto della Ruota della Fortuna è in fondo parte della nostra esperienza di vita.

È una ruota che gira tra alti e bassi, tra fallimenti e trionfi. Tra successi inaspettati e sconfitte dolorose. A un passo dai cento euro, ma anche dai duecentomila. Per merito, per fortuna, per chissà quale motivo: non si sa mai in quale spicchio si finirà un attimo dopo. Chi non può riconoscersi in una dinamica del genere, così familiare? Nessuno ci pensa, mentre guarda. Ma quella riconoscibilità genera empatia, entusiasmo e tristezza a seconda dei casi. Crea un coinvolgimento emotivo nello spettatore, andando oltre i suoi stessi pensieri in un momento in cui si sta semplicemente divertendo. Quel coinvolgimento, non perseguito attraverso lo stucchevole patetismo a cui siamo purtroppo abituati, genera un’esperienza che contribuisce alla nuova vita del programma.

Non sappiamo per quanto durerà, e non abbiamo idea di cosa le riserverà il futuro: il programma stesso è soggetto alle regole che presenta quotidianamente. Ma ora come ora è chiaro: è una delle migliori idee che abbia avuto Mediaset nell’ultimo decennio. E scalzarla dal trono appena conquistato non sarà semplice: non impossibile, come mostra la cronaca delle ultime settimane, ma indubbiamente complesso. Perché la ruota gira, l’abbiamo capito. E tutti gli altri, a questo punto, dovranno comprare una vocale. Forse due, se non addirittura tre. La soluzione, in ogni caso, non sarà scontata.

Antonio Casu