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Kevin Can F**k Himself manda al diavolo le vecchie sitcom col genio di chi ha coraggio

kevin can

La narrazione seriale ha origini antiche da attribuirsi a tempi in cui il mezzo televisivo non aveva ancora fatto il suo ingresso nel mercato (si pensi, ad esempio, al feuilleton che accompagnava i giornali francesi nel XIX secolo). Proprio a fronte di una storia così longeva e di una realtà contemporanea in costante e veloce divenire, a volte sembra che il panorama seriale abbia già dato il suo massimo. In particolare, il genere comedy pare faticare nel proporre titoli originali che sappiano ritagliarsi una propria dimensione e non soffrire del paragone con le opere di culto che li hanno preceduti. Nell’abbondante novero di contenuti audiovisivi realizzati dalla nascita della serialità televisiva, trovare un linguaggio inedito e una formula identitaria efficace non è scontato. Ci è riuscita brillantemente Kevin Can F**k Himself, serie tv di AMC composta da otto episodi (nella sua attualmente unica stagione) mandati in onda tra giugno e agosto 2021 sulla stessa emittente. Lo show ha saputo far propri e metabolizzare i caratteri stereotipati delle tradizionali sitcom statunitensi e riproporli in una rappresentazione tutt’altro che canonica. Un sapiente modo di giocare col passato e osare sfruttando gli scenari narrativi più comuni dell’immaginario televisivo di massa.

Disponibile in Italia su Amazon Prime Video, Kevin Can F**k Himself è una serie tv nordamericana. Si tratta più propriamente di una dark comedy che verte attorno alle vicende di Allison (Annie Murphy). La storia si apre presentando la protagonista come la tipica figura femminile delle convenzionali sitcom statunitensi. Allison è sposata con Kevin, un uomo infantile, testardo e ambizioso, solito a sottostimare la moglie e riferirsi ad essa in modo sbeffeggiante e rozzo. Il personaggio del goffo marito è modellato sulla base dell’ordinario uomo di famiglia proposto in molteplici occasioni da diverse situation comedy. E’ arrivista, individualista e solito a passare quanto più tempo possibile con gli amici di famiglia (quasi) tutti uomini, tra bravate e partite di football.
Al contrario però, già nel corso della prima puntata possiamo notare qualcosa di diverso nell’atmosfera che avvolge la casa, portata in scena con le sembianze del tipico set televisivo con molteplici telecamere fissate in punti specifici. Tramite dei flash repentini è facile capire che Allison non sia più la classica moglie occidentale destinata alla vita di casa e alla cura del marito. A seguito di una serie di episodi che non fanno altro che aumentare la frustrazione della donna, Allison inizia a riconsiderare il proprio matrimonio e futuro al fianco dell’irresponsabile Kevin.

Incapace di rivendicare con coraggio la propria autonomia e portata all’esaurimento dall’insoddisfacente vita coniugale, Allison decide (in accordo con la vicina di casa Patty) di provare a uccidere Kevin.

Sin dai primi momenti in cui Allison inizia a prendere contatto con la realtà dei fatti, le brillanti e calde ambientazioni circondate da multiple-camera setups e accompagnate da risate registrate vengono nettamente interrotte da stacchi visivi con frame scuri e freddi girati in single camera, conferendo alla rappresentazione sembianze da serie drammatica. Man mano che il racconto prosegue e la donna ricerca la propria indipendenza le inquadrature più tipiche delle sitcom diminuiscono e vengono rilegate esclusivamente alle scene in cui è per lo più presente Kevin. Tale rappresentazione visiva è emblematica del turbolento viaggio emotivo e fisico di Allison ed è il mezzo principalmente atto a riflettere le luci e ombre del racconto.
Inoltre, il dualismo figurato è funzionale a smascherare con astuzia l’apparentemente perfetto mondo familiare trasmesso dai prodotti di massa statunitensi negli anni passati. La patina dorata che avvolge il microcosmo delle sitcom americane viene digerita pesantemente dalla serie e riproposta in chiave critica, offrendo un racconto che esplora consciamente gli stereotipi e i cliché del genere che hanno contribuito a formare un immaginario comune falsato e tossico.

In particolare, Kevin Can F**k Himself si fa carico di un grande intento: gioca a proprio piacere con gli elementi della sitcom e li utilizza per proporre una nuova prospettiva su tale tipologia di racconto, tentando di far crollare quel muro di consuetudini eretto dai contenuti del passato. Il fastidioso marito viene visto per come è, fornendo uno sguardo oggettivo e distante sul suo insopportabile modo di essere. La storia non prende mai le parti di Kevin, né quando cerca di organizzare una festa coi suoi amici il giorno dell’anniversario di matrimonio, né quando cerca di presenziare a due appuntamenti in contemporanea passando in osservato. Lo show ritrae in maniera fredda il suo inadeguato modo di gestire la vita coniugale, l’uomo non ha neppure un pregio. Le sue idee sono e rimangono pessime, non c’è situazione comica che ci permetta di empatizzare con lui e/o giustificarne le azioni. Si tratta di una prospettiva più coerente con i valori di buona parte delle società attuali. Effettivamente, molte delle sitcom familiari di successo del passato oggi probabilmente non avrebbero mai visto la luce e/o colto il favore di un pubblico così vasto.

Infatti, un numero non indifferente di situation comedy è invecchiata malissimo, in un modo che è spesso difficile ignorare nel 2021. Kevin Can F**k Himself si fa manifesto di tale consapevolezza, portando alla luce gli aspetti più inadeguati e fuori luogo di questo ambiente, soprattutto relativamente a valori e ideali sociali e politici. Infatti, lo stesso titolo dello show schernisce implicitamente quanto accaduto nel 2016 con la serie tv della CBS Kevin Can Wait. In questo caso, nella seconda stagione della serie la moglie del protagonista è stata tagliata fuori dalla sceneggiatura in maniera rapida e immotivata, generando non poche critiche. L’avvenimento è servito da trampolino per Kevin Can F**k Himself, stimolando la creazione di un racconto che illustrasse in maniera intelligente e diretta le implicazioni di genere nell’ambiente televisivo e, nello specifico, in quello delle sitcom.
Lo show non parodizza una serie TV nello specifico, ma riflette sullo schermo talmente tanti cliché propri del genere da garantire un’immediata associazione cognitiva per lo spettatore con uno qualsiasi di tali prodotti. Nonostante il preponderante impiego di stereotipi, la serie non cade nella prevedibilità della trama vera e propria, non banalizzando affatto gli aspetti più specificatamente da serial della storia.

Tramite una narrazione accattivante e ritmata la serie tv si appropria dei formati tradizionali per avanzare una critica sociale alla rappresentazione dei ruoli di genere nel mondo dell’intrattenimento mediale. Osando con le estremizzazioni, Kevin Can F**k Himself offre una rappresentazione in cui qualsiasi spettatore può riconoscere la propria esperienza fruitiva passata. Chi non ha mai visto almeno una delle grandi comedy familiari come Tutto In Famiglia o La Vita Secondo Jim? Quante volte in queste storie ci si è chiesti come hanno fatto queste donne affascinanti e intraprendenti a finire con questi uomini egocentrici che spesso non sembrano meritarle? E soprattutto, come fanno a sopportarli e perdonarli ogni volta? Kevin Can F**k Himself ci offre finalmente un punto di vista differente.

Innanzitutto, oltre al ripetuto stacco visivo, Kevin Can F**k Himself si diletta con la costruzione e l’estetica dei suoi personaggi, concentrandosi su un nucleo ridotto di figure tipicamente presenti nei prodotti comedy per la tv generalista. Attorno al disfunzionale matrimonio di Kevin e Allison ruotano principalmente: Neil, il miglior amico di Kevin, poco brillante e complice nella realizzazione delle sue incoscienti idee; Pete, padre di Kevin e spalla che interviene prevalentemente negli intermezzi da sitcom con battute pungenti; Patty, sorella di Neil e vicina di casa della coppia, donna tosta e cinica, apparentemente insensibile ma pronta a schierarsi al fianco di Allison. Tutte queste figure non fanno altro che porre Kevin al centro della sua storia, soltanto tramite lo sguardo di Allison siamo in grado di affacciarci alla finestra che ci mostra la realtà dei fatti.
I personaggi secondari sono per lo più caratterizzati dai tratti che comunemente appartengono alle piatte figure delle situation comedy, in cui spesso gli individui vengono modellati sulla base di un solo carattere che ne schematizza e riassume il ruolo e l’essenza all’interno del cosmo del racconto.

Ad esempio, Allison è una donna bionda e di bell’aspetto, rilegata dal marito alla cura della casa e al mero ruolo di prezioso soprammobile da mostrare fiero in giro. Kevin è sovrappeso e ha la faccia del classico eroe buono dagli occhi grandi e azzurri, la sua condizione fisica riflette la comune immagine dell’uomo bianco medio americano. Egli è il protagonista assoluto del suo show, è il tipico beniamino e capo famiglia, un leader nato e che ama stare al centro dell’attenzione.
In questo caso però, il one-man-show di Kevin è destinato ad avere vita breve e ce ne rendiamo conto nell’articolarsi degli episodi in cui, progressivamente, le scene in stile dramedy prendono il sopravvento, sovrastando il minutaggio destinato alle raffigurazioni da sitcom. Col procedere della visione, dinamiche oscure e controverse appaiono sempre più di frequente. Osserviamo Allison pianificare l’omicidio e interagire con figure poco raccomandabili che raramente trovano spazio nei programmi per famiglie. Le due dimensioni si incontrano e scontrano sullo schermo, in questo caso la realtà cruda ha il sopravvento in nome della critica costruttiva avanzata dalla serie.

Le peripezie che Allison affronta nel tentativo di far fuori il marito fanno attrito con la ridente e indisturbata realtà da sitcom. In una commistione di generi, Kevin Can F**k Himself è un prodotto inedito che fluttua senza regole in un panorama da sempre ricco di schemi.

In un contesto produttivo talmente colmo e fuggevole come quello attuale, proporre una storia originale e con una propria identità definita è un obiettivo arduo. Nel mercato odierno in cui le sitcom sembrano aver già dato il proprio meglio, molti sono i titoli dello stesso genere che si susseguono con scarso successo. Ad esempio, si pensi alla recente sitcom Netflix Pretty Smart che non fornisce alcun contributo rilevante al grande novero di prodotti dello stesso tipo. Questa si limita a inserire riferimenti alla cultura pop del momento, proponendo semplicemente l’ennesima comedy con risate preregistrate che si distingue dalle precedenti solo perchè ambientata in un tempo più aderente a quello attuale.

Proprio per questo, pur non essendo propriamente una convenzionale sitcom, Kevin Can F**k Himself è l’esempio perfetto di quanto si necessario conoscere e studiare il passato. Questo non va rinnegato, ma analizzato con consapevolezza, facendolo proprio e assorbendone consciamente le proprietà per realizzare contenuti che non siano ridonanti e che sappiano guardare avanti e indietro allo stesso modo. La serie tv sfrutta a proprio vantaggio quanto ci ha preceduti e si fa portatrice di una morale, di una critica che, seppur coraggiosa, permette di aprire un prezioso scrigno creativo. La comicità non è fatta soltanto di mediocri figure stereotipate. Che Kevin Can F**k Himself sia il primo di tanti linguaggi inediti in grado di sfidare il passato e il presente del panorama televisivo.

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