Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere.
Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu.
E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.
Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo.
In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina.
Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.
➡️ Scopri Hall of Series Discover
“Ah, sono ancora in onda?”. Se l’è domandato più di qualcuno alcune settimane fa, quando I Simpson sono tornati al centro della ribalta con una notizia sensazionale, resa tale in realtà dal sensazionalismo che ne ha accompagnato l’annuncio da parte di gran parte dei magazine mondiali: la morte di Marge Simpson. Una morte presunta, a dirla tutta. O meglio, reale quanto reale è il rispetto del canon da parte della serie: poco, reale. La morte, effettiva, arriva nel finale di stagione della 36esima stagione, ma i più hanno tralasciato un dettaglio che dettaglio non è: è una morte ambientata nel futuro. Un futuro distante 35 anni rispetto al presente della serie. Ciò significa che l’operazione portata a termine non avrà conseguenze sulle prossime puntate de I Simpson: sarà così stavolta, così come è stato tante volte nel corso del tempo per scenari simili.
In ogni caso, il punto è un altro: I Simpson sono ancora rilevanti.
Pur non essendo più il fenomeno mediatico che caratterizzò fortemente gli anni Novanta della tv mondiale, sanno ancora far parlare di sé, e non solo perché sarebbero capaci di prevedere il futuro. Non è la prima volta, nell’ultimo periodo: anche la première della 36esima stagione aveva attirato l’attenzione del grande pubblico con un brillante “finto finale”. Vuoi per nostalgia – soprattutto per nostalgia – vuoi per la forza socioculturale che la serie ha avuto nelle vite di tutti noi, ma comunque I Simpson sono ancora al centro dell’attenzione.
Un miracolo televisivo, notevole: sono in onda, d’altronde, dal 1989. Un’era geologica, in anni televisivi. E l’avventura non è mica finita qui: negli scorsi mesi, infatti, è stato annunciato un clamoroso rinnovo per quattro ulteriori stagioni, portando la serie a un minimo di quaranta cicli di puntate. Una vita. Di questo passo, rischia fortemente di entrare nel terreno prediletto dall’INPS, visto che sono più in forma che mai. Più di cinque anni fa, senza ombra di dubbio. Certo, non siamo più ai livelli della golden age — ma certe imprese restano irripetibili persino per loro.
Eppure, I Simpson hanno attraversato fasi molto complesse nella loro lunga storia. E a un certo punto sembrava che fossero destinati irrimediabilmente al declino.
L’avremmo accettato perché dopo trent’anni di tv sarebbe stato normale per chiunque, ma I Simpson sono fatti di un’altra pasta. Hanno imparato dagli errori e sono tornati grandi. Altro che “Zombie Simpson”, allora: la definizione, spesso impropria e destinata dai fan più ortodossi a tutte le stagioni successive alla sesta, era diventata più condivisibile per alcune annate infelici. I Simpson, stanchi, erano diventati un riflesso opaco di loro stessi e si stavano trascinando per inerzia senza aver più niente da raccontare in gran parte dei casi. Apparentemente, perché poi è successo qualcosa: hanno ripreso in mano il proprio destino e si sono riattestati su livelli qualitativi importanti, fino ad arrivare all’ottima stagione appena conclusa.
Come hanno fatto? Qual è l’elisir di lunga vita de I Simpson?

Una risposta parziale è arrivata di recente da uno che maneggia “discretamente” la materia: Matt Groening. Intervistato da Deadline, lo storico creatore de I Simpson ha così illustrato lo switch delle ultime stagioni: “La nostra motivazione principale è sorprendere noi stessi. Se sorprendiamo noi stessi, allora pensiamo di poter sorprendere il pubblico“. E ancora: “Man mano che andiamo avanti, diventiamo noti per diversi tipi di battute“. Uno scenario ricchissimo: “Abbiamo parodie del cinema e riferimenti a libri, serie tv e aneddoti autobiografici personali“.
Questa, però, è solo la punta dell’iceberg. E le considerazioni varrebbero anche per le stagioni del declino, almeno in parte: la differenza, però, la sta facendo l’approccio. Un approccio favorito dalla varietà di firme e da collaborazioni importanti che non hanno mai il sapore amaro dell’asettica marketta – Billie Eilish o Seth Rogen, giusto per citarne due – sempre al passo coi tempi e capaci di mantenere viva, con alterni risultati, quella brillantezza autoriale che la serie inseguiva fin dai tempi post-golden age. Alcuni di questi, tra l’altro, sono tornati per singole puntate negli ultimi anni, offrendo ulteriori exploit qualitativi a una serie che non “spreca” più le puntate e cerca sempre il massimo da ognuna di esse.
Alcuni episodi hanno adottato approcci narrativi inediti con strutture non convenzionali, uno storytelling più autoriale e una ironia metanarrativa che si riflette nella percezione che la serie ha di se stessa e del pubblico che continua a incontrarla a cavallo tra i social, la tv e le piattaforme.
I Simpson sono così un classico, ma allo stesso tempo hanno una forma eclettica che garantisce un costante rinnovamento di linguaggi, temi e stili espressivi. I racconti sono più audaci e innovativi rispetto alla trentaduesima stagione, annata spartiacque della nuova era della serie, trovando nuove opportunità dove altri avrebbero visto solo rischi inutili. È così cambiata profondamente, e basterebbe guardare in sequenza il primo e l’ultimo episodio andati in onda per rendersene conto.
Ogni puntata contemporanea, pur essendo caratterizzata da punti fissi imprescindibili, sembra essere parte di una vasta antologia che va nelle direzioni più disparate.
Ha saputo valorizzare al meglio, per esempio, l’ampia gamma di personaggi secondari a disposizione, spesso e volentieri protagonisti di episodi eccezionali che ce li hanno restituiti sotto una luce completamente nuova. Ne parlammo nel dettaglio in un articolo di qualche tempo fa, e ciò rende l’idea di quanto multiforme siano oggi I Simpson. Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie continuano a essere il fulcro fondamentale, ma intorno a loro orbita un macrocosmo di personaggi arricchiti di complessità che danno una marcia in più ai racconti. I Simpson sanno ancora essere, così, il centro di un’analisi sociologica del mondo occidentale lucida, puntuale e al passo coi tempi. Coglie ancora l’urgenza dei temi e si sviluppa con grande autenticità, conservando un forte legame emotivo col pubblico.
Si arriva così a un altro punto chiave: I Simpson sono ancora i protagonisti di una serie animata dall’anima prettamente comica, ma con toni diversi rispetto al passato.
Prendendo spunto dalle lezioni della serialità golden age e post golden age, si è spinta con decisione nei territori narrativi più ibridi. Non propriamente un elemento di novità, visto che l’esplorazione dei generi è da sempre un marchio di fabbrica della serie, ma negli ultimi anni I Simpson sono diventati un po’ meno divertenti e un po’ più malinconici. A un certo punto, sembra abbiano capito di non poter più essere abbastanza divertenti: hanno ridotto le battute al minuto e le gag, divenute spesso inefficaci se non persino stucchevoli negli anni del declino, dando un respiro altrettanto empatico al racconto senza più affiancarlo alla presenza costante del filtro comico.
Hanno così abbandonato una chiave più prettamente slapstick e fine a sé, ormai fuori dal tempo nelle dinamiche della serie, in nome di un atteggiamento più impegnativo: mai serioso, ma più distante delle dinamiche più canoniche della sit-com classica. Forzando in parte le definizioni, potremmo quasi parlare di un passaggio dalla situation comedy classica a una comedy moderna dalle tint dramedy. Il tono è meno cinico, più giocoso, a volte nostalgico, ma anche in grado di reinventarsi con leggerezza. L’aspetto drama, già presente fin dalle origini, è oggi più esplicito e riconoscibile: le parodie e la satira, invece, spostano i target con grande intelligenza e forza immutata. Il linguaggio è così riconoscibile anche dalle nuove generazioni, oltre che dallo storico zoccolo duro della Gen X e dei Millennial.
Già, le nuove generazioni. Generazioni favorite anche dalla diffusione dello streaming televisivo.

Parte del successo rinnovato de I Simpson è infatti legato allo sbarco sulle piattaforme. Una, in particolare: Disney+. Il fenomeno è ben noto al grande pubblico: negli ultimi anni, infatti, molte serie tv del passato sono state riscoperte dai più giovani – e non solo – grazie allo streaming. L’acquisizione della Fox da parte di Disney ha portato i Simpson in un nuovo ecosistema, non solo con le puntate canoniche – 790, nel momento in cui stiamo scrivendo – ma anche con l’ideazione di episodi speciali dedicati alle piattaforme, sempre più influenti nell’economia della serie. Puntate a tema, corti, operazioni narrative di vario tipo che spesso e volentieri hanno dato grandi soddisfazioni a un pubblico che continua a crescere nel tempo.
Se, da un lato, parte dei nostalgici sono ancora trincerati nei ricordi e nei rewatch della serie che fu, dall’altra c’è una Generazione Z che sta scoprendo gli anni Novanta e la sua sorprendente realtà “analogica” grazie alle serie tv.
Avremo modo di parlarne meglio nei prossimi mesi, ma il fenomeno riguarda anche I Simpson. Specchio di un tempo passato, ma anche di un presente dove hanno ancora un posto di rilievo con una lucidità sorprendente.
Oltretutto, l’ascesa dello streaming ha favorito la libertà creativa degli autori, messi nelle condizioni migliori per sperimentare senza l’incombenza costante dei numeri da garantire sulla tv lineare.
Quello che un tempo era uno sprint settimanale, ora è diventata una maratona mensile, annuale, persino quinquennale. Come ben sappiamo, ciò non vale per le nuove produzioni, strette dall’incombenza di un taglio se i numeri non sono soddisfacenti nelle prime giornate di rilascio, ma è paradossalmente valido per una serie come I Simpson, alla quale è garantito uno spazio preziosissimo per programmare il futuro con una libertà creativa che pochi oggi possono permettersi. Quando si ha in mano un franchise del genere, d’altronde, è molto difficile lasciarlo andare: cambierà ancora nei prossimi anni e sarà sempre più legato alle dinamiche contemporanee dello streaming, ma lo spirito sarà immutato.
Il risultato è sotto gli occhi di chi continua a seguirla oggi, ma solo fino a un certo punto: i passaggi sono stati graduali, silenziosi eppure costanti e incisivi. Un cambiamento coraggioso, maturo e consapevole, capace di arricchire e di dare nuova vita a un’opera che molti avevano già archiviato. Una bella storia, e un esempio per tutti: la longevità non porta sempre con sé una fisiologica stanchezza. Al contrario, può apportare costanti elementi di novità, arrivando a un miracolo televisivo che si riflette nella natura del tempo nella serie. Così come i personaggi non invecchiano mai e attraversano i decenni senza mai cambiare età, la serie sta facendo altrettanto. È giovane dal 1989, e lo sarà ancora per chissà quanto. I Simpson non sono così tornati quelli di una volta. Ma sono tornati a essere qualcosa che vale la pena guardare oggi.
Antonio Casu




