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Lettera di Ted Mosby a Robin Scherbatsky

L’avresti mai detto, Robin?

Ti eri mai chiesta quante straordinarie possibilità abbiano inizio con un “ciao”?
Io non ne ho dimenticata alcuna.
Continuano a tenermi compagnia, tra le planimetrie di progetti che mi impegno a non finire, a ritenere incompleti per qualche ragione sempre meno convincente.
Questo perché mi illudo del fatto che se solo riuscissi a rimandare la conclusione di qualcosa, questa potrebbe durare per sempre.
Ma dire “non oggi” ogni giorno non mi rende immortale, e il tempo passa in fretta.
Temo la fine, Robin, e mi sento terribilmente solo.
Ne sono terrorizzato al punto tale da aver tediato Tracy con tutto ciò che so sull’architettura, nella speranza che se lassù dovesse trovare il nulla, saprebbe come costruirsi un paradiso alternativo.
È questo che fanno le persone, dopotutto. Anche in vita.
Io non sarò da meno; mi dimetterò da quella naturale e costruirò la mia realtà alternativa, perché in fin dei conti resta quella che più sapientemente riuscirò a controllare: un regalo del destino non puoi gestirlo e sei “costretto”, inerme, a subire tutta la sua bellezza.
Ma io e te ci siamo promessi e costruiti, Robin, e la solitudine mi sta chiedendo una vittima per il suo dolore.
So che non è una proposta allettante, ma spero possa esserlo di più la mia protezione.

Tu fuori dalla tua realtà ed io fuori dalla mia, ma insieme.
Usciremo, andremo fuori dove la pioggia ha bisogno di noi per ricordare la sua temperatura, e non sembrare mai così fredda.
Mi hai preparato all’amore, ed indirettamente mi ci hai condotto, ma non hai mai ricevuto la tua ricompensa.
Forse è arrivato il momento di giustificare anche le tue scelte, e dare loro un senso: in cambio, chiedo soltanto che tu tenga compagnia ad un saccente ciarlone.
Chiedo il fianco di chi, conoscendo bene tutto ciò che è l’opposto di sé, mi conosce meglio di chiunque altri.

Mi spiace, Robin, se ho trovato la mia strada nel tuo momento peggiore, quando più di ogni altra volta avevi bisogno di sentirti amata; avrei potuto essere il gigante che gioca a domino con i megaliti all’infinito, creare un filo conduttore per ogni mia azione e disegnando per te la stessa coincidenza di avvenimenti che nel caso di Tracy mi piaceva chiamare “destino”. Ma, guarda caso, non sarebbe stato destino.
Quando non ho più potuto seguirti da vicino, ti ho lasciata andare.
Ho capito di dover cominciare a temere per le mie vittorie, visto che nessuno, te compresa, teneva il punteggio. In quello era più bravo il vecchio Barney.
Così, per un breve tempo, ho cominciato ad osservarti da lontano, e mi è sembrato di rivederti come per la prima volta al MacLarence’s Pub.
Da quella prospettiva, il tuo sorriso era più bello e i tuoi guai più evidenti, perché non avevo più il permesso di farti da schermo; perché non c’era qualcuno in grado di capire che “nulla di importante”, nel tuo linguaggio, è la più disperata richiesta di aiuto.
Ma le nostre debolezze andavano troppo d’accordo, tanto da evitare il confronto, e l’uomo che cercava il vero amore non era pronto a proteggere la donna rassegnata alla sua inesistenza.                                    Ad oggi sono ancora certo che insieme non saremo perfetti, continueremo a non esserlo come abbiamo sempre voluto, per mantenere viva l’illusione di rimandarci ad un momento della vita in cui lo saremo.
Perché lo so: anche tu temi la fine.
Siamo stati vaghi tanto da perdere forma, e da allora non so essere breve.
Ho smesso di essere approssimativo per non dover più dire “generalmente” ed accorgermi che qualcosa mancava. La tua battuta mancava.
Ma so che riusciremo a tenerci compagnia, senza più bisogno della pioggia per non piangere da soli.
E sappi che pioverà ancora, com’è sempre piovuto su di noi, tanto che uscendo di casa avremo il mal di mare.
Ora so di poterti proteggere, Robin, perché ho avuto dell’amore vero la mia prova, e sono sicuro di avere anche troppe parole per spiegartela. Mi odierai per quanto parlerò, ma nell’oceano dei miei logorroici discorsi non troverai il tempo di dirmelo.

Riconosco che nulla di tutto ciò sia facile, forse ingiusto, ma di un cuore promesso al cielo questa è la massima parte che potrò darti, e il massimo che posso chiedere da te.
Per quanto strano, spero che sarai disposta a vedermi come un Dobler quando, ai piedi della tua finestra, non troverai una serenata, ma uno smandrappato sognatore con un corno francese blu che ha smesso di cantare amore.
Terrò duro con te come non ho potuto con la mia Tracy, e sopporterò con un sorriso chi è convinto che il sole porti felicità, perché so che non ha mai danzato, prima speranzoso poi vincitore, sotto la pioggia.

robin ted how i met your mother

Ho aspettato tanto a lungo da stringere amicizia col tempo, ed accorgermi di quanto sia infinitamente piccolo.
Per questo qui ed ora, sotto la tua finestra, ho deciso di dare inizio a nuove straordinarie possibilità.
Ti ho mai detto quante hanno inizio con un semplice “ciao”?

Ciao”, Robin.

 

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Written by Vincenzo Bellopede

Vincenzo, studente di psicologia.
Cresciuto a pane e Sartre, accompagnando con sbornie da prelibato nettare di Lynch.
Come disse il primo, gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere in quanto non vive. Eppure lo fanno.
Se anche le parole riescono in questo, l'obiettivo di chi scrive è stato orgogliosamente raggiunto.

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