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ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU HEATED RIVARLY
Quando è stato annunciato che Jacob Tierney avrebbe adattato il romanzo Heated Rivalry per la televisione, lo scetticismo serpeggiava tra i lettori: come rendere giustizia a un personaggio così stratificato, ironico e profondamente ferito come Ilya Rozanov senza scadere nella macchietta del giocatore russo arrogante? La risposta non si è fatta attendere perché, fin dal primo episodio della serie disponibile su HBO Max, la psicologia di Ilya è qualcosa di talmente dominante e tangibile che sembra quasi di poterla toccare, con il rischio immediato di scottarsi le dita. È lui il motore dirompente della narrazione, l’elemento imprevedibile che eleva un dramma sportivo a un’analisi profonda dell’animo umano.
In un universo come quello della Major League Hockey fatto di immagine pubblica perfetta, interviste pre-confezionate e recitate con il copione, Ilya è un’anomalia. Il suo fascino infatti è costruito e si alimenta di contrasti e di contraddizioni. Il capitano dei Boston Raiders è un fenomeno dell’hockey – una star – che sembra divertirsi davvero, sfacciatamente, rompendo la parete del decoro sportivo con i suoi “chirps” (il linguaggio sporco sul ghiaccio) e la sua sessualità disinibita. Tuttavia, dietro la maschera del provocatore spavaldo e insolente, l’Ilya dell’attore Connor Storrie è un miscuglio di emozioni celate e sorprendenti.
Heated Rivarly ci mostra un ambiente iper-mascolinizzato e spesso omofobo, nel quale Ilya ha capito che se sei il più rumoroso, il più forte e il più fomentatore della stanza, nessuno si prenderà la briga di guardare cosa c’è dietro i tuoi occhi. È per questo che noi spettatori, se in un primo momento veniamo attratti proprio per il suo carisma esplosivo e irrequieto, finiamo con il restare incollati allo schermo per la vulnerabilità e la malinconia che brilla nei suoi momenti di silenzio e di quiete.

In poche serie tv si è visto un personaggio che sa essere altamente espressivo in americano, in russo o nel completo mutismo ma in egual misura. Prendiamo il modo in cui osserva Shane quando quest’ultimo non lo guarda. O la tensione nelle spalle e la rigidità del viso quando si trova in Russia. Connor Storrie ha saputo rendere Ilya un personaggio fisico nel senso più ampio del termine. La sua presenza riempie lo spazio e anche nelle scene più intime sa comunicare limpidamente il contrasto tra il fuori e il dentro. Tra ciò che sembra e ciò che è veramente.
Inoltre, man mano che la prima stagione di Heated Rivarly prosegue, si scava nel suo passato. Ed è qui che le radici di questa complessità vengono a galla. La figura del padre, Grigori, e l’ombra di un’infanzia segnata da una disciplina ferrea e dalla perdita della madre, danno un senso ancora più disperato alla sua ricerca di libertà. Il carattere di questo personaggio, dunque, è stato forgiato dalla necessità di sopravvivere in una madrepatria che rifiuta la sua essenza, la sua natura, i suoi sentimenti. Come biasimarlo?
La serie tv canadese è stata poi magistrale nel mostrare come Ilya veda il sesso e il successo come strumenti di fuga più che come traguardi. Per lui la bisessualità non è un tormento interiore (come lo è inizialmente l’omosessualità per Shane), ma quella parte di sé che sente di accettare e possedere veramente. Il suo essere diverso rispetto a tutti gli altri risiede in questa forma di evoluzione — come la definisce lui stesso — che lo rende infinitamente più consapevole e maturo rispetto ai suoi coetanei, ma anche infinitamente più solo.

E così, in mezzo a tutto questo caos interiore ed esteriore, Ilya Rozanov ha mandato fuori di testa il pubblico di mezzo mondo perché è l’unico protagonista di Heated Rivarly a rappresentare la libertà di essere complicati. Commette errori, ferisce per paura di essere ferito, decostruisce il mito del “Maschio Alfa”, è ricco, famoso e solo (senza famiglia e in un paese straniero). Non raggiunge neanche lontanamente il concetto di perfezione che la società vorrebbe per lui. Eppure ci vuole una bella dose di coraggio nello scegliere l’autenticità quando chiunque ti vuole incasellare. E il culmine di questo processo faticoso ma commovente a mio avviso viene raggiunto nel penultimo episodio di Heated Rivalry, in cui abbiamo assistito alla meravigliosa sequenza della telefonata tra Ilya e Shane.
Anche in questa circostanza gli sceneggiatori della serie hanno scelto l’incomprensione come mezzo per comprendersi. Dichiarare il proprio amore in russo a una persona che non conosce neanche una parola di questa lingua, significare focalizzarsi puramente sul peso emotivo dietro a ogni sillaba. Questo è il momento esatto in cui Ilya smette di essere il giocatore di hockey di fama mondiale e torna a essere solo un uomo che ama qualcuno che non può stringere, e per il quale darebbe tutto pur di poter pronunciare quelle parole in americano, alla luce del sole. In America Ilya è “il russo”; in Russia è l’estraneo che nasconde un segreto indicibile, cioè quello della bisessualità. E nel mezzo tra le due nazioni, a fare da ponte invisibile e da sutura, c’è Shane.
Inoltre è durante questo climax che noi spettatori capiamo che, nonostante tutto il sarcasmo e l’arroganza del mondo, Ilya è un romantico nel senso più sincero e tragico del termine. È colui che è disposto a essere il “cattivo” della storia pur di essere l’ancora di salvezza per l’unica persona che per lui conta. Il capitano dei Boston Raiders è un personaggio che sfida le definizioni, che ci fa ridere con una battuta fulminante e un attimo dopo ci spezza il cuore con uno sguardo perduto o una voce tremante. Senza la profondità psicologica di Ilya avremmo avuto solo un’altra serie sullo sport. Grazie a lui, invece, abbiamo una meditazione sulla solitudine, sull’identità e sulla straordinaria determinazione che serve per amare e lasciarsi amare in una società che non ti vuole.





