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Hazbin Hotel – La Recensione del finale della seconda stagione: redenzione e scelte sbagliate nel finale di stagione

ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS del finale della seconda stagione di Hazbin Hotel

“La mortalità pesa su tutti noi. E’ la fragilità umana, non conta quel che vuoi.”

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Si è conclusa mercoledì, con uno straordinario spettacolo d’animazione pirotecnico, la seconda stagione di Hazbin Hotel (disponibile sul catalogo Prime Video). La figlia maggiore di Vivienne Medrano chiude le sue demoniache porte almeno per un altro anno e mezzo, lasciandoci con moltissime domande, l’insaziabile voglia di vedere di più e una vagonata di emozioni con cui fare i conti. Lo avevamo già detto nella nostra recensione ai primi due episodi e lo ridiciamo adesso a gran voce: non sottovalutate l’Hellaverse.

Piccola parentesi, prima di addentrarci in questo finale di stagione, la vogliamo infatti dedicare a Helluva Boss, sorella più piccola, ma non meno ingombrante. Laddove il fattore di forza di Hazbin Hotel è il suo reparto musicale, quello di Helluva Boss risiede tutto nella narrazione e costruzione dei suoi personaggi. Entrambe le serie esplodono durante le rispettive seconde stagioni, alzando la posta in gioco e inevitabilmente le nostre aspettative per il futuro.

In un recente video backstage di Prime Video, Daniele Giuliani, doppiatore italiano di Blitzo in Helluva Boss, descrive l’Hellaverse come un grande prodotto mascherato da piccolo prodotto. Ed è proprio da questa frase brevissima e precisa che voglio partire per cercare di comprendere cosa rappresenti davvero questo universo animato oggi. E cosa rappresenti soprattutto la seconda stagione di Hazbin Hotel. L’animazione non è un mondo facile. Presenta delle regole ferree, più ferree della serialità e della cinematografia, non permette margini di errori e richiede tempo. Tantissimo tempo. Uno hiatus che, in un panorama sempre più frenetico, può davvero decretare la fine del prodotto stesso, precipitandolo nell’oblio. Tralasciando alcune eccezioni che hanno ormai raggiunto lo status di cult (vedi One Piece), la sfida più grande che una serie animata possa affrontare e superare è proprio il fattore tempo.

A distanza di un anno e mezzo, l’equivalente di sette anni canini per il pubblico seriale, Hazbin Hotel riprende in mano la situazione regalandoci otto nuovi episodi più ambiziosi, voraci, colorati e teatrali dei precedenti.

Il salto di qualità è palese in ogni singolo frame, approfondendo il connubio musical-animazione fino a raggiungere picchi massimi nell’ottavo episodio. Una stagione che parla di limiti e di ambizioni, che mette ogni personaggio a confronto con le proprie scelte e con i propri errori. Al centro di tutto assistiamo a uno scontro di ideologie, rappresentate specularmente da Vox e Alastor, i due showman della stagione. Due facce della stessa medaglia che si attraggono inesorabilmente, nell’attesa perenne che uno dei due soccomba. Il conflitto divino imminente diventa quindi solo una patetica scusa di Vox per vendicarsi di un’offesa personale, di un rifiuto che non è mai riuscito a superare. Come bambini che si pestano i piedi a vicenda, ancora una volta l’Inferno diventa il loro personale parco giochi nel finale di stagione.

Vox è pronto a conquistare il paradiso nel finale della seconda stagione di Hazbin Hotel
Credits: Prime Video

Narcisismo vs Psicopatia

Vox e Alastor incarnano due visioni del mondo diametralmente opposte. Vox è completamente dipendente dall’opinione altrui, dall’approvazione delle masse. La sua ascesa e il potere raggiunto quando era in vita non deriva dal talento, ma dalla prevaricazione. Di suo Vox possiede un grande carisma, certo, ma è un profondo insicuro. Ha bisogno di eliminare la concorrenza per farsi strada nel mondo. Alastor, d’altro canto, possiede un talento naturale, un carisma dirompente così nella vita come nella morte. Da bravo serial killer che fa eco ad Hannibal Lecter non ha alcun desiderio di compiacere il prossimo.

Le rispettive backstory ci hanno mostrato due uomini disposti a tutto per ottenere il potere, la cui hybris li ha infine puniti con una morte banale. Eppure mentre Alastor ha raggiunto i propri successi con le sue sole forze, imponendosi sulla scena radiofonica locale e cercando in tutti i modi di garantirsi un posto di rilievo nell’aldilà, Vox rimane fondamentalmente un arrampicatore sociale. I media che incarnano denotano questa differenza abissale. La radio, per sua natura, richiede un carisma specifico, una capacità di attirare il suo pubblico pur rimanendo nell’ombra, non visto. La televisione è il palcoscenico degli egocentrici, di coloro che vogliono apparire, che vivono per i riflettori e le luci della ribalta.

Alastor e Vox sono rispettivamente il gelo emotivo della psicopatia e l’ego smisurato del narcisista. A prima vista possono sembrare simili. Sono entrambi affascinanti, manipolatori, capaci di farsi spazio nelle vite altrui come se il mondo fosse il loro personale palcoscenico. Ma tra narcisismo e psicopatia c’è una differenza fondamentale: il perché fanno ciò che fanno e cosa provano mentre lo fanno.

Vox è il narcisista, l’attore che non rinuncerebbe mai al ruolo di protagonista. Alastor lo psicopatico per eccellenza, regista del suo stesso film. Rimane dietro le quinte, ma muove tutti i fili.

Il narcisista costruisce un sé grandioso come corazza che serve a coprire un’autostima instabile, facilmente feribile. Dietro l’arroganza? Paura. Dietro la sicurezza? Bisogno d’amore. Gli altri, per lui, non sono altro che specchi. Sono importanti perché riflettono l’immagine grandiosa che vuole lui stesso vedere. Se lo specchio non funziona—ovvero se non lo ammira abbastanza—va in crisi, s’infuria o svaluta. Le relazioni sono intense, ma instabili. Tutto gira sul mantenimento del proprio valore. Tende al dramma, ai picchi emotivi, alla teatralità. Esagera, si offende, si entusiasma, si dispera. È un’emotività disorganizzata, ma sempre presente.

Nel caso dello psicopatico, la storia cambia. Non c’è fragilità, né bisogno di conferme. C’è piuttosto una mancanza strutturale di empatia emotiva: non percepisce davvero ciò che gli altri provano. Non ne è turbato, non ne è spaventato, semplicemente non gli interessa. Se il narcisista sanguina dentro, lo psicopatico non presenta nemmeno ferite. Gli altri non sono più specchi, bensì strumenti. Mezzi per ottenere qualcosa: status, denaro, intrattenimento, potere. Mostra freddezza, controllo, pianificazione. Non perde la testa, la usa. La sua pericolosità deriva dall’assenza di emozione più che dalla loro intensità. In Alastor c’è tanto di Hannibal Lecter, lo abbiamo già detto, ma anche di Norman Bates, di Ted Bundy, di quei mostri reali che fanno molta piùà paura di quelli sotto il letto.

Credits: Prime Video

Charlie Morningstar: la morale grigia dello show

Tra questi due poli opposti si inserisce Charlie Morningstar. La principessa dell’Inferno fa da ago della bilancia, che oscilla costantemente da un lato e dall’altro mantenendo l’equilibrio. Charlie è la morale grigia di Hazbin Hotel. Fermamente convinta che la redenzione sia possibile, Charlie non vuole credere che le cose siano solo bianche o nere. Fin dalla prima stagione (qui la nostra recensione) lotta per i suoi ideali e i suoi sogni, gli altri personaggi gravitano attorno a lei come amici o nemici. Alleati o avversari. Sostenitori o denigratori. Tra il Paradiso che sbaglia e l’Inferno che mostra segni di redenzione, Charlie dimostra che sbagliare è una costante dell’umanità. Lei stessa, però, presenta una morale molto ambigua. Soprattutto in questa seconda stagione, dove gli scivoloni sono tanti e ce la rendono, a tratti, davvero insostenibile. La scalata repentina al potere di Vox avviene in larga parte per causa sua.

E’ proprio Charlie a servirgli su un piatto d’argento ogni occasione buona per screditare lei e i suoi amici. Figlia stessa del peccato d’orgoglio, la principessa ha parecchia strada da fare ed è stato molto interessante vedere come in questa stagione non abbia risolto proprio nulla, ma anzi abbia rischiato di distruggere il suo stesso hotel. Il suo immancabile ottimismo va di pari passo con una incapacità di autocontrollo che non le permette di pensare lucidamente e di agire in maniera razionale.

Nel finale di stagione, dopo una sequela di decisioni sconsiderate, Charlie mette letteralmente in mano a Vox un’arma di distruzione di massa, alimentata dal potere di Lucifero. Solo l’intervento congiunto di Inferno e Paradiso riesce a fermare la furia maniacale di Vox, non senso il colpo di coda del deus ex machina Alastor. Da vero burattinaio, il demone della radio muove i fila già da metà della seconda stagione, facendosi catturare dalle Vee e manipolando in pieno l’ex socio.

Il demone della tv cade nella trappola del suo stesso egocentrismo, permettendo ad Alastor di liberarsi di ben due catene e gettare un’ombra sulle implicazioni di quale sarà il suo ruolo nella terza stagione.

Charlie ed Emily nel finale di Hazbin Hotel 2
Credits: Prime Video

Di Hazbin Hotel c’è ancora bisogno

Una terza stagione di cui Vivienne Medrano ha già lasciato trapelare alcune succulenti informazioni. In primis il focus centrale sarà la famiglia Morningstar. Vedremo finalmente Lilith e cosa significa il suo ritorno nella vita della figlia e nelle dinamiche infernali. Sicuramente verrà riservato uno spazio all’arco di redenzione di Angel Dust, al momento ancora sotto il controllo di Valentino. Vox continuerà a essere un personaggio presente e importante e chissà che non passi da nemico ad alleato nelle storyline future.

Lo pseudo spoiler più importante riguarda sicuramente la teoria dei colori di Hazbin Hotel. La Medrano ha infatti confermato che ogni stagione ha un colore associato che indica, più o meno velatamente, quale sarà il soggetto principale. E se per la prima era il rosso, e per la seconda il blu, la notizia che la terza avrà come colori il viola e il verde non può che farci teorizzare su Alastor come prossimo big villain (ricordate il colore del suo potere?).

Quale è quindi il nostro giudizio su questa seconda stagione di Hazbin Hotel? Decisamente positivo.

La serie commette degli errori e si vedono, soprattutto quando apre storie senza mai approfondirle (Lute se ci sei batti un colpo), o introduce personaggi che si rivelano importanti solo nel finale (Baxter per esempio). Sicuramente c’è una maturità narrativa ancora lacunosa, e invece molto più presente in Helluva Boss. Però sono innegabili sforzo, impegno e dedizione da parte di interpreti e sceneggiatori, nonché l’investimento da parte di Prime Video. L’animazione ha davvero compiuto un salto di qualità impressionante. In fondo, di Hazbin Hotel c’è un disperato bisogno. Perché quello che abbiamo davanti è davvero un prodotto dal grande cuore che solo in apparenza può sembrare piccolo se messo a confronto con la concorrenza. Non lasciatevi trarre in inganno e venite a fare il check-in anche voi.